Elezioni 2018. Grosse Koalition in italiano non fa Grande Coalizione ma… inciucio

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 1 marzo 2018 13:38 | Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2018 13:38
Elezioni 2018. Grosse Koalition in italiano non fa Grande Coalizione ma... inciucio

Elezioni 2018. Grosse Koalition in italiano non fa Grande Coalizione ma… inciucio

“Il rischio che incombe su queste elezioni” è al centro della analisi di Giovanni Valentini sulle prospettive del voto di domenica 4 marzo 2018. L’articolo è stato pubblicato il 28 febbraio, sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”.

Promesse mirabolanti che non potranno essere mantenute, candidature improponibili o impresentabili, programmi confusi, coalizioni posticce, incertezza sulla possibilità di formare una maggioranza e di costituire un governo. È stata la campagna elettorale più inquinata e più tossica della Seconda Repubblica. Forse la peggiore in assoluto della nostra storia politica democratica.

Se non vincerà il centrodestra, cioè l’unica formazione che – secondo gli ultimi sondaggi – potrebbe raggiungere almeno al Senato l’autosufficienza dei seggi parlamentari, non vincerà nessuno. E allora si aprirà una fase di trattative dagli esiti oscuri e imprevedibili. O un governo di “larghe intese”, con un’alleanza Pd-Forza Italia, ammesso pure che i numeri lo consentano; ovvero un governo di unità nazionale, con la partecipazione straordinaria di tutti i partiti o almeno di quelli che saranno disponibili.

Non c’è da meravigliarsi che, di fronte a un tale scenario, il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, possa temere per l’Italia un governo “non operativo”. Vale a dire un governo impotente, incapace di affrontare le questioni sul tappeto, dalla crisi economica a quella sociale, dal lavoro all’emergenza immigrazione. Ed è comprensibile che il nostro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, tuttora in carica per l’ordinaria amministrazione, si sia affrettato a dichiarare che non c’è “nessun pericolo di salto nel buio”, per esorcizzare un rischio che tutti paventano, a cominciare verosimilmente da lui stesso.

La “Grande Coalizione” che si prospetta come soluzione estrema per superare un’eventuale impasse e concepire magari una nuova legge elettorale per tornare quanto prima alle urne, secondo le intenzioni attribuite al presidente della Repubblica, non avrebbe però nulla a che vedere con la “Grosse Koalition” realizzata in Germania dopo quattro mesi di trattative dai cristiano-democratici della Cancelliera Angela Merkel e dai socialdemocratici di Martin Schultz. L’ipotesi di un’intesa tra il Partito democratico di Matteo Renzi e il partito residuo di Silvio Berlusconi, benché esclusa ripetutamente da entrambi i leader, sarebbe soltanto un matrimonio d’interesse, privo di una base comune di valori e di programmi. E un allargamento alquanto improbabile al Movimento 5 Stelle non farebbe che accentuare questa eterogeneità di principi e di obiettivi, accrescendo l’instabilità e l’ingovernabilità: a meno che il candidato-premier Luigi Di Maio non si accontenti della presidenza della Camera per assicurare in cambio un appoggio esterno o un’astensione.

Né si potrebbe paragonare questa piccola o grande coalizione alla cosiddetta “geringonça” che governa l’attuale boom del Portogallo, sotto la presidenza di Antonio Costa, perché quell’alleanza – aggeggio, arnese o carretta che dir si voglia, per tradurre il termine in italiano – è in realtà un’alleanza di tutta la sinistra, una “buona sinistra” composta da socialisti, comunisti e verdi. Nel nostro caso si tratterebbe piuttosto di un inciucio o di un’ammucchiata.  Ma oggi l’Italia non ha bisogno di politicanti più o meno consumati, capaci di stare a galla in tutte le acque, bensì di leader in grado di portare il Paese fuori dalle secche dell’immobilismo e della conservazione. E di fargli fare non un salto nel buio, bensì un salto di qualità.

Altre ipotesi praticabili non si avvistano all’orizzonte, a meno che il responso delle urne non favorisca alleanze alternative per il momento poco probabili, come un fronte dei populisti M5S-Lega o un’intesa fra i Cinquestelle e la sinistra di “Liberi e Uguali”.  Né sembra francamente ipotizzabile la soluzione proposta provocatoriamente con una buona dose di fantasia dal governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha chiesto al Pd di appoggiare un governo Di Maio in caso di vittoria dei Cinquestelle. Basti pensare che all’inizio di questa campagna elettorale lo stesso candidato-premier pentastellato vagheggiava un governo di minoranza, come se non fosse necessario un voto di fiducia del Parlamento per insediare un esecutivo.

È un panorama politico assai incerto e confuso, dunque, quello che si presenta agli elettori domenica prossima. Il verdetto popolare potrà anche modificare o correggere gli orientamenti dei partiti, ma è evidente che manca una visione o un progetto comune per tutto il Paese. S’è parlato molto poco di Mezzogiorno in questa lunga e turbolenta vigilia ed è proprio questo il sintomo rivelatore di una politica miope, di piccolo cabotaggio, incapace di immaginare un futuro più equo e solidale. Eppure, vale la pena ripeterlo ancora una volta, l’Italia non ripartirà se non ripartirà dal Sud.

(dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 28 febbraio 2018)

 

 

 

 

 

 

 

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