Elezioni a luglio? Politici inadeguati, dal Pd al M5s: grazie a loro, il pasticciaccio brutto

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 8 maggio 2018 10:50 | Ultimo aggiornamento: 8 maggio 2018 10:54
Elezioni a luglio 2018? Politici inadeguati, dal Pd al M5s: grazie a loro, il pasticciaccio brutto

Elezioni a luglio? Politici inadeguati, dal Pd al M5s: grazie a loro, il pasticciaccio brutto (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Elezioni a luglio? Sarà solo un altro passo nel degrado del pasticciaccio brutto creato da una classe politica inadeguata, tutti, dal Pd al M5s. Quella del 4 marzo non è stata la sforbiciata decisiva. Un esito forse scontato e facilmente prevedibile, perché è vero che i sondaggi non sono strumenti perfetti ma comunque una tendenza riescono sempre a definirla e con un margine di errore sopportabile; altresì il Rosatellum si sapeva essere invenzione geniale e diabolica, che avrebbe svolto diligentemente il suo compito.

App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui

Ladyblitz – Apps on Google Play

Come del resto era immaginabile che i partiti decidessero per un’azione politica post voto che riproponesse i confini che si erano già delineati durante la campagna elettorale: non sia mai che in questo paese, magari una volta ogni tanto, anche per errore – noi italiani siamo gente paziente e ci accontentiamo di poco – si decida per qualcosa di piú «virtuoso», che ci permetta di leggere un quotidiano senza pentirsi di averlo comprato, o di vedere ed ascoltare un talk di politica  al riparo da qualsiasi forma di reflusso gastroesofageo.

Tant’è; l’ingovernabilità è stata servita e condita in un bel piatto unico, di quelli che non vanno né su né giù, e tanti complimenti ai cuochi: Pd, Forza Italia, Lega e M5s che hanno gestito questa prima fase con i piedi. Per l’elenco degli orrori errori non basterebbero una decina di rotoli di quelli per gli scontrini fiscali. 

“Pasticciaccio brutto”, veramente brutto; non tanto per la complessità della fase, ma per l’ennesima figuraccia rimediata dalla nostra classe politica e per le conseguenze che produrrà sul paese.

Chi più chi meno ha interpretato un ruolo politicamente inconsistente, di basso profilo. Hanno prevalso convenienze particolari, ambizioni personali e temperamenti caratteriali di svariata natura; tutta roba che sinceramente agli italiani interessa ben poco e della quale ne farebbero volentieri a meno – anzi, appuntiamoci la storia di questi giorni, perché al prossimo appuntamento elettorale la dovremmo rammentare.

Mai una gioia, mai un segnale di cambiamento, un flebile sussulto di orgoglio che ci permetta di alzare la testa e guardare negli occhi questi grandi statisti europei per dirgli, questa volta No, siamo stati bravi e vi abbiamo fatto mangiare la polvere; mai una concatenazione di buone scelte che apra  un ciclo virtuoso, un pugno risolutivo sul tavolo della politica mentre con l’altra mano sventoliamo emozionati il nostro tricolore: oscilliamo sempre tra un insopportabile spocchia per la consapevole potenzialitá del nostro paese e l’incomprensibile agilità  con la quale riusciamo a fregarci con le nostre mani.

Non fosse altro che poi a pagare sono sempre i soliti noti, perché alla fine i costi e le conseguenze di una crisi ricadono sulle teste, dentro ai portafogli, e negli animi dei semplici cittadini. Le disuguaglianze sono inevitabili, fanno parte della storia del mondo ma quando si accentuano radicalmente, impongono a qualsiasi buon governo che si possa definire tale, il dovere di intervenire per riportarle entro parametri accettabili e sostenibili per una comunità. Invece oggi, l’iniqua distribuzione dei sacrifici, apre ormai ad un impellente e drammatico problema di democrazia.

Come possiamo guardare alla cronaca politica con ottimismo? Semplicemente non possiamo. Che sia chiaro: se tutto va bene, per i prossimi trent’anni, siamo rovinati.

Pasticciaccio brutto, veramente brutto; dispiace dirlo, ma l’attuale classe politica non ha le capacità per governare i processi di cambiamento che caratterizzano i nostri tempi. I partiti tradizionali non sono riusciti a formare dei nuovi quadri dirigenti che potessero assumersi le responsabilità richieste, ed anche per il M5s questo tema rimane un nodo ancora irrisolto.

Dovrebbe essere il tempo di una politica, questa si, dei due forni, dove in uno preparare il pane per sfamare i problemi del presente e nell’altro quelli del futuro. Si sta polverizzando un paradigma, e con lui il mondo che su quel paradigma si era strutturato. Ed anche se il nuovo stenta ad affacciarsi, non c’è dubbio sulla natura fortemente innovativa degli assetti che lo sosterranno e con i quali ci dovremo inevitabilmente misurare. Ed è agghiacciante vedere che le attuali organizzazioni politiche, loro che per natura dovrebbero avere la capacità di anticipare i tempi, sono invece posizionate nelle retrovie culturali a rincorrersi la coda.

Non è in discussione il governo del paese, ma almeno tre generazioni di italiani. Il cambiamento epocale in corso, e non è un’esagerazione l’utilizzo di questi termini – anzi, è una interpretazione moderata – non farà nessun prigioniero. Solo chi saprà adeguarsi ai tempi potrà guardare al futuro con ottimismo; per gli altri ci saranno solo tempi difficili.

Ed i partiti non sono certo un’eccezione, si estingueranno, i cittadini tuteleranno i propri interessi in forme organizzative diverse, verranno praticati processi decisionali che niente hanno in comune con quelli attuali, le innovazioni tecnologiche si candideranno ad avere la stessa forza inclusiva e partecipativa che le sezioni dei partiti hanno avuto nel novecento, i blocchi sociali di riferimento diventeranno, e già sta accadendo, una materia informe e mutante, si apriranno scenari inediti, dagli esiti incerti e difficilmente governabili. Che possa piacere o no, queste sono alcune delle analisi che i partiti dovrebbero fare pensando alla propria salute, ma figuriamoci, ormai il sistema è talmente degenerato che quando un leader subisce una e più sconfitte diventa complicato anche farlo dimettere. Squadra che perde non si cambia, e tutti in difesa a difendere le sconfitte. 

Pasticciaccio brutto, veramente brutto; perché il futuro del paese è compromesso dai limiti dei nostri governanti, che cincischiano tra di loro, lontanissimi dal capire che il risultato del 4 marzo non sta solo nel dato quantitativo, nelle percentuali, nei flussi, ma in ciò che in loro si nasconde e che determina la qualità di un voto: che paese è uscito dalla tornata elettorale? Quali drammi e tensioni lo attanagliano? Qual’é il suo stato di salute? Cosa si muove nella pancia e nella testa del paese?

Mettiamo l’anima in pace; il degrado dei nostri tempi non è solo culturale e sociale ma anche politico. Questa è la generazione politica di chi si confronta urlando, di chi si sovrappone, dei battutari, di chi non risponde ai giornalisti prima di entrare nel palazzo, di chi è sempre presente nei talk e mai tra la gente, di chi vive di politica e non per la politica, perché una legislatura non la si nega a nessuno.

E così osserviamo immoti ciò che sarà. Una crisi tutta italiana, che forse si risolverà o forse no, ma che striscia dentro ad un processo molto più ampio, oltre i confini nazionali, e si sbriciola tra le altre in un contesto globale nel quale non siamo protagonisti.

La sforbiciata del 4 marzo non è stata decisiva ma sbaglieremmo ad interpretarla come una tantum. Sono tappe di avvicinamento verso scenari nuovi, che lentamente ma progressivamente produrranno cambiamenti, definendo con sempre maggiore esattezza la nostra e le altre democrazie.

Se non saranno state le intellighenzie ad indicare la via che la politica dovrà percorrere saranno la storia ed il tempo a farlo, e quando la mediocrità cadrà nell’oblio, forse, potremmo ambire ad essere competitivi.

Nell’attesa, questo pasticciaccio brutto, diventa ancora più brutto; al voto 8 luglio? con questa legge elettorale? Come volevasi dimostrare…