Europa: dentro si campa, fuori si crepa. Dimostrarlo è facile quanto inutile

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 4 settembre 2018 14:57 | Ultimo aggiornamento: 4 settembre 2018 14:57
Euro, uscita del governo Conte-Salvini?

Foto d’archivio Ansa

ROMA – Soldi e sicurezza. Divorziando dall’Europa perderemmo gli uni e l’altra in rapida sequenza. Ma spiegarlo, o provare a farlo, addirittura dimostrarlo, è inutile. Tempo perso, fatica vana. Dati, cifre, perfino oggettive ovvietà non sembrano avere, anzi non hanno effetto sulla diffidenza che da qualche anno gli italiani provano nei confronti delle istituzioni comunitarie. Diffidenza che in alcuni casi è diventata ostilità e che il nostro governo ha fatto sua attaccando Bruxelles – in buona parte a ragione – sulla questione migranti e provocandola – molto meno a ragione – sui limiti fiscali come quello del rapporto deficit/Pil che il vicepremier Matteo Salvini un giorno sì e l’altro pure promette di superare [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play].

Perderemmo soldi perché perderemmo i fondi comunitari, e soprattutto perché una moneta nazionale non somiglia nemmeno lontanamente all’oro che promettono i detrattori dell’Euro, ma perderemmo anche la sicurezza perché, senza i partner continentali, saremmo soli ad affrontare alcune questioncelle come il terrorismo.  E poi le esportazioni: tra critici ed ipercritici dell’Ue e dell’Euro, che pure di guai e storture da correggere ne avrebbero, è questo il cavallo di battaglia: il commercio con l’estero.

Chi sostiene la bontà dell’abbandono della moneta unica spiega che a beneficiarne sarebbero in primis e alla grande le vendite dei prodotti italiani all’estero. Vendite che con una lira che vale molto meno dell’attuale euro schizzerebbero verso l’alto, sostengono. Ma non è vero. Intanto perché il nostro export va già benino così: l’Italia ha infatti chiuso il 2017 con 448,1 miliardi di euro in esportazioni che valgono un +7,4% rispetto al 2016. E poi perché se anche fosse è vero che i prodotti italiani costerebbero meno, è altrettanto vero che anche le materie prime costerebbero di più. Molto di più. A fronte di auto, scarpe più economiche e quindi più appetibili avremmo ad esempio una bolletta energetica molto più cara. Gas e petrolio si pagano in dollari e non certo in lire.

E poi, come spiega al Sole24Ore Carlo Altomonte, professore di economia politica all’università Bocconi, l’equazione fra svalutazione e aumento delle vendite poteva essere valida una trentina d’anni fa. Ma nell’era della globalizzazione le varie fasi di produzione sono dislocate nei paesi più convenienti, facendo sì che qualsiasi articolo finale (comprese le citate auto e persino le scarpe) sia il frutto di una filiera internazionale e quindi, anche il costo finale del prodotto, risentirebbe fino ad un certo punto della svalutazione della tanto amata moneta nazionale. Inoltre, sul fronte del commercio, andremmo anche incontro ad altri inconvenienti.

E soprattutto finirebbero con lo sbatterci contro quegli ‘inconvenienti’ proprio quei prodotti che invece dell’addio all’Europa dovrebbero beneficiare. Alimentari in primis. Lasciando l’Europa si lascerebbe anche il suo sistema di certificazioni e di accordi commerciali e l’Italia dovrebbe allora adeguarsi ai parametri che sarebbero fissati da altri.

“Ad esempio, per commerciare con l’Europa dovremmo abituarci a a standard che ci penalizzano – dice Altomonte -. Non è difficile pensare a esiti come il ‘parmesan’ tedesco o altri prodotti a nostro discapito”. Fin qui quello che perderemmo sul fronte del commercio. Ma non è questo l’unico terreno su cui l’Italia avrebbe da rimetterci da un’eventuale divorzio. L’altro fronte caldo sarebbe quello della sicurezza, come stanno scoprendo gli inglesi. I Paesi Ue condividono infatti un sistema che si chiama ‘Schengen information system II’ (Sis II), un database di informazioni centralizzato che coadiuva i controlli alle frontiere esterne dell’Unione semplificando e realizzando la cooperazione fra i vari corpi di polizia nazionale. Secondo dati citati dal quotidiano britannico Guardian e riferiti al 2017, il database contiene informazioni su 36mila sospetti criminali, oltre 100mila ‘mancanti’ e mezzo milione di cittadini extra-Ue che si sono visti negare l’accesso all’Unione europea. Tanto per dare un’idea, i poliziotti di sua Maestà, che rischiano di perdere l’accesso a questo strumento, solo nel 2017 lo hanno consultato oltre 500 milioni di volte.

Puro buon senso: a stare in gruppo si è più forti che a sta da soli. Ma il buon senso da tempo è stato sostituito, anzi esiliato dal senso comune. E il senso comune dice che l’Italia da sola diventa niente meno che prima, prima in classifica. Il buon senso dice che Italia da sola è potenza nana, il senso comune dice (torna a dire?) che spezzeremo le reni al mondo. A partita è vero ancora in corso, senso comune 3-buon senso 1. Tre a uno, la rimonta sarebbe un prodigio, un miracolo. Se va alla grande, alla grandissima, magari un pareggio. Pareggio nel senso che senso comune seduce e governa ma non sfascia proprio tutto. Pareggio…in concreto che vuol dire? Vuol dire che alle elezioni europee del 2019 ci giochiamo non il rancore o la rabbia, ma il sedere, il portafogli e la casa. Riuscirà il buon senso a fare voto e volontà politica almeno quanto lo fa il senso comune?