Fabbrica Italia cresce (ma non in Italia)

di Mauro Coppini
Pubblicato il 4 Luglio 2011 20:54 | Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio 2020 9:19

Fiat

Infografica Lapresse

Povero diavolo che pena mi fa
e quando a letto lui ti chiederà di più
tu glielo concederai…

(Bella senz’anima, Riccardo Cocciante)

Nell’aprile del 2010 nasce “Fabbrica Italia”. Obiettivi ambiziosi: 20 miliardi di euro l’investimento. Una cifra strabiliante ma appena sufficiente per finanziare un programma che, entro il 2014, è destinato a portare la produzione degli stabilimenti italiani a 1.400.000 unità. Più del doppio, quindi, rispetto alle 650.000 attuali. Da quel giorno sono passati 17 mesi, il tempo stringe ma i programmi faticano a concretizzarsi. Al contrario la quota della casa torinese in Italia ed in Europa, naturali mercati di sbocco per la produzione degli stabilimenti italiani, non cessa di contrarsi. D’altra parte – ha affermato senza mezzi termini Sergio Marchionne – perché la “Fabbrica Italia” possa davvero trasformarsi da progetto a realtà concreta occorre la buona volontà di tutti: operai, sindacati, Stato e Confindustria. Richiesta condivisibile vista l’entità dell’investimento. Ed infatti sia pure tra qualche perplessità e qualche timoroso distinguo, si sono tutti affrettati a fare del loro meglio. E infatti se la Fiat non è disposta a perdonare il peccato originale dello stabilimento di Termini Imerese la cui collocazione, eccentrica rispetto all’Europa ne mina alla base la competitività, ecco che il Governo si affretta a individuare un strategia di uscita che consente alla Fiat di liberarsi dell’intollerabile peso. Poco importa che quello che, secondo il ministro Romani, era destinato a diventare un esempio di riuscito salvataggio industriale sia naufragato prima ancora di nascere. Il finanziere Simone Cimino che doveva portare in Sicilia un auto elettrica frutto di una joint venture con un costruttore cinese è finito in prigione accusato di manipolazioni finanziarie, e il progetto di Rossignolo per la costruzione di un piccolo Suv di lusso, è poco più di una battuta di spirito visto che negli ex stabilimenti della Pininfarina dove il manager ed imprenditore torinese doveva costruire tre modelli di grossa cilindrata, aspettano lo stipendio da mesi. E nessuno trova nulla da dire se l’extra costo legato al trasporto delle componenti dagli i pianti del continente per la costruzione della Ypsilon intollerabile nel caso di Termini Imerese, è diventato trascurabile quando si tratta della Fiat freemont il cui motore turbodiesel, completo di cambio di velocità, prodotto in Italia è costretto a raggiungere per nave lo stabilimento di Touluca in Messico per poi tornare in Italia ed in Europa. Questa volta alloggiato sotto il cofano, del croos over Italo-Messico-Americano.

Gli operai di Pomigliano hanno votato si al referendum ultimativo che poneva su un piatto della bilancia il licenzialento e sull’altra sacrifici per ottenere la Nuova Panda. Come è finita lo sapete. La nuova Panda sarà prodotta a Pomigliano. Eppure Marchionne non dimostra grande gioia: troppo alta la percentuale, sia pure minoritaria, di chi ha partecipato al referendum. E lo stesso succede alla Bertone dove si aspettano gli investimenti per la nuova gamma Maserati. Ma in questo caso una retromarcia non se la può permettere neppure lui.

In sintesi: da una parte Marchionne chiede, dal’altra tutti concedono. Ma a quel punto Marchionne è già andato oltre ed è già pronto a formulare altre richieste. Confindustria riesce enell’impresa di rimettere insieme le tre componenti del sindacato che lo stesso Marchionne ha contribuito a dividere ma quando Emma Marcegaglia annuncia trionfante il successo del’operazione Marchionne per tutta risposta fa una smorfia e le dice che non gli basta.

In attesa di fare finalmente contento Sergio Marchionne, operai, sindacati, Governo e mercati osservano il progressivo calo delle quote in Europa. Che non sembrano destinate a fermarsi. Perché non sarà sufficiente l’innegabile successo della Giulietta, enfatizzato da incrementi a due cifre che si legittimano soprattutto per il fatto che il confronto avviene, almeno fino ad ora, con un periodo nel quale il modello non c’era, a cambiare la situazione. Anche perché nel frattempo la Mito è in flessione. E per quello che riguarda la marca Fiat difficilmente la Freemont (cinque metri di lunghezza, due tonnellate di peso) potrà bilanciare il crollo di modelli ormai superati come la Grande Punto e la Bravo rimaste sole a presidiare i due segmenti più importanti del mercato europeo.

Qualcuno comincia a pensare che in realtà sia davvero impossibile accontentare Marchionne, come è impossibile per il povero Achille raggiungere la tartaruga. E non per colpa di carattere incline al perfezionismo. Di dilazione in dilazione, la “Fabbrica Italia” si allontana per assumere le dimensioni di quella tricolore, disegnata nella pagina pubblicitaria che ne ha salutato la nascita. Ben altre fabbriche ha in mente Sergio Marchionne. Corrono gli investimenti in Serbia per i due Suv di media categoria. Vanno veloci quelli destinati a raggiungere la maggioranza di una Chrysler che, acquistata a costo zero ha poi presentato un conto che, per ora, ha già raggiunto i 7.5 miliardi di dollari sotto forma di restituzione del prestito concesso dalla Amministrazione Americana. Si succedono serrati i piani di rinnovamento dei modelli destinati al mercato Brasiliano. Arriverà il momento in cui un Marchionne finalmente , sarà stato pienamente accontentato ma a quel punto “Fabbrica Italia” sarà ormai lontana nel tempo e nello spazio.