Fabbrica Italia: ma che freddo fa

di Mauro Coppini
Pubblicato il 20 Luglio 2011 17:04 | Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio 2020 9:19

© Claudio Papi / LaPresse

Riuscirà mai Achille a raggiungere la tartaruga? Oggi, con l’aiuto del calcolo infinitesimale, possiamo relegare al ruolo di semplice curiosità il paradosso di Zenone e dare così consistenza teorica ad un interrogativo che buon senso ed esperienza avevano già ampiamente demolito. Più difficile, e qui non ci sono ancora sistemi di calcolo capaci di venire in aiuto, prevedere se mai il sindacato riuscirà a raggiungere Sergio Marchionne per trovare finalmente confortevole alloggio tra le pareti della “Fabbrica Italia”.

Perché ogni volta che l’amministratore delegato del Lingotto sembra segnare un punto a suo favore nella partita volta ad ottenere quelle condizioni contrattuali ritenute prerequisiti irrinunciabili per deliberare gli investimenti, ecco che altri motivi di insoddisfazione compaiono per allontanare sempre più l’ambizioso obiettivo di raddoppiare la produzione sul territorio italiano.

Non basta che i giudici siano lesti a legittimare le newco ed il licenziamento dei tre operai di Melfi accusati di aver incrociato il percorso di un “robocarrier”, per far tornare il sorriso sulle labbra di Marchionne. Che alle sentenze, pur favorevoli, reagisce stizzito annunciando l’ennesimo congelamento di “Fabbrica Italia”. Viene da pensare che in realtà Marchionne non sia alla ricerca di vittorie schiaccianti sul sindacato ma piuttosto di sconfitte pilotate capaci di relegarlo nel ruolo di una vittima degna di compassione ed affetto. Solo pretesti per affossare un progetto il cui compito si è esaurito nel momento stesso in cui ne è stato dato l’annuncio. Una mossa politica e non industriale volta a guadagnare tempo e a diluire l’impatto di una sempre più evidente deriva della Fiat lontano dall’Italia.

Mentre politici e sindacati ammiravano estasiati le pagine pubblicitarie giocate sul territorio i monovolumi di fascia bassa passavano da Mirafiori alla Serbia ed il blocco degli investimenti dedicati al rinnovo della gamma Fiat andava a tutto vantaggio del finanziamento della operazione Chrysler. L’unico errore e stato forse quello di aver sovrastimato la reazione del sindacato e più in generale di quegli operai che a forza di referendum si erano schierati, sia pure spinti dalla necessità più che dalla convinzione, dalla sua parte. Certo non avevano dimostrato adesione entusiastica ma neanche il duro Marchionne avrebbe potuto prendere a pretesto i musi lunghi di chi era stato chiamato a scegliere tra lavoro e disoccupazione per annullare il trasferimento della nuova Panda a Pomigliano.

Perché non c’è dubbio che, almeno sul piano della efficienza produttiva, abbandonare lo stabilimento di Tichy, rinunciando così ai benefici di un costo del lavoro contenuto, componente essenziale per la competitività di un modello utilitario, è stato certamente un sacrificio non previsto. Perché il futuro di “Fabbrica Italia” è inevitabilmente segnato. Non tanto per un clima sindacale supposto ostile e per la mancata piena condivisione degli obiettivi da parte dei lavoratori ma piuttosto per la sua inconsistenza dal punto di vista industriale.