Terremoti e gas nel sottosuolo: sulle fughe di gas, paura da demagogia

di Fedora Quattrocchi
Pubblicato il 7 settembre 2012 7:08 | Ultimo aggiornamento: 7 settembre 2012 11:43

Dopo il terremoto in Emilia e le polemiche sul progetto di un deposito sotterraneo di gas a Rivara, poi sospeso dal Governo, non ho letto da nessuna parte questa domanda: “ Cosa sarebbe successo se là sotto ci fossero stati quattro miliardi di metri cubi di gas?”. La domanda avrebbe una sola risposta, scientifica e non politica, mentre il caso gas Rivara è stato l’emblema di uno scontro stile NIMBY (Not in My Back Yard), tipico in Italia e non solo di tutti i poteri politici condizionati dai voti. Di scientifico, in questo scontro, direi che non vi è nulla o quasi.

Non ha un senso scientifico, ma forse lo ha politico, scrivere, come è stato scritto, che il Partito Democratico ha “dimostrato compattezza a tutti i livelli nel rifiuto del mega-progetto”, mentre “così non era stato per Pdl e Lega Nord”. La politica ha le sue ragioni, ma qui si stanno sovrapponendo i piani di competenza e questo per un motivo semplicissimo: né Pd, né Pdl né Lega Nord possono rispondere alla domanda scientifica posta prima … perché per l’appunto è scientifica e i partiti politici non sono composti di scienziati ma di politici.

Una breve annotazione: contro il progetto Gas Rivara aveva presentato una interrogazione parlamentare, quando era ancora nella Idv, l’on. Domenico Scilipoti, bollato dai giornali di sinistra come un volta-gabbana e questo legittima il dubbio che, se un personaggio politico si rivela non affidabile in circostanze più o meno drammatiche, tale non affidabilità necessariamente colora qualsiasi sia affermazione, è un problema di gap di credibilità.

Toccò a Stefania Prestigiacomo, allora ministro dell’ambiente e su sponde opposte rispetto a Scilipoti, rispondere a quella interrogazione.  Il successore della Prestigiacomo, Corrado Clini, ancora nei primissimi giorni post terremoto emiliano, difendeva con strenua razionalità, su Il Sole 24 Ore, il sacrosanto diritto di continuare gli studi di fattibilità dell’uso del sottosuolo in zone sismiche, visto che l’Italia è per buoni tre quarti sismica, anche se in diversa misura. Poi altro è successo.

La verità è che a quella domanda scientifica nessun partito potrà mai rispondere. Lo possono fare solo accurati studi multidisciplinari che dovrebbero a questo punto essere estesi a rigor di logica e seguendo i “ragionamenti politici” a tutte le decine di sorgenti sismogenetiche italiane presenti nei pressi di giacimenti a gas naturali attivi o in corso di studio di fattibilità. Per evitare di spingere le imprese a investire all’estero, ben vengano le simulazioni di eventi sismici disastrosi in compresenza di reservoir di idrocarburi e faglie sismiche.

Purtroppo invece alla gente di scienza è stata bloccata la possibilità, in questo caso, di dare una risposta a quella domanda iniziale e lo si è fatto all’indomani di un sisma che può interessare come tipo di magnitudo possibile buona parte del territorio nazionale. Capitava, subito dopo il terremoto in Emilia, che bambini chiedessero: “Ma allora adesso con tutte queste scosse sapremo con esattezza come sono messe le faglie nel sottosuolo ? Allora qui ora è più sicuro che altrove: voi ora sapete tutto ? Allora ora è supersicuro visto che qui i terremoti ci sono ogni 300 anni ?”

Ci sta pensando una lungimirante compagnia petrolifera straniera a svolgere i suoi studi per vedere come si è modificato quel ricco sottosuolo di idrocarburi italiani. La ricerca pubblica italiana non ha sufficienti fondi per far le cose in 3D (tridimensionali) su tutta la Valle Padana.

La domanda giusta di corollario è quindi: “Durante i forti terremoti padani del passato (magnitudo circa 7.0) e mediamente forti (magnitudo circa 6.0) è fuoriuscito in superficie gas naturale, arrischiando la salute umana fino a provocare vittime”? Magari, viene da osservare, lo stesso numero di vittime, centinaia, che un altro frutto del progresso, l’automobile, lascia sulle strade ogni anno in Italia.

I morti in Emilia, tra l’altro, non li ha fatti il gas naturale risalito da faglie, dove è ancora da dimostrare se, dove e come raggiungano la superficie ma erano sotto ai capannoni mal costruiti, con l’avallo di certi politici locali, anche Pd, che ancora qualche giorno prima del sisma emiliano, scrivevano su testate locali che “… i criteri antisismici di costruzione erano di freno allo sviluppo locale…”. Ecco allora dove sono da ricercare le vere responsabilità, che scientifiche non sono, delle morti dei sismi emiliani: certo non in fantomatiche trivellazioni e quanto altro di sottosuolo ancora non svolto.

A me non risulta che mai siano fuoriusciti in modo eclatante idrocarburi di alcun tipo, durante i forti terremoti del passato, anche in una valle padana che  “scoppiava” di ridondante gas naturale prima che Enrico Mattei, padre dell’ENI, combattesse le sette sorelle che si volevano pappare la valle. Questo è un fatto scientifico. Piccole fuoriuscite ed anomalie, si, è normale, ma grossi sconvolgimenti nei reservoir ripieni di oro nero e oro bianco, fino a cataclismi, evocati dai populisti politici di destra e di sinistra, questo no.