La Fiat prima e dopo Sergio Marchionne: dieci anni per una rivoluzione

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 22 luglio 2018 10:08 | Ultimo aggiornamento: 22 luglio 2018 10:44

Fiat, il rumore delle macchine ferme: Giuseppe Turani per Uomini & Business

ROMA – La Fiat prima e dopo Sergio Marchionne, che ha rivoluzionato la società a italiana a multinazionale in soli 10 anni. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Un percorso che ricostruisce Giuseppe Turani su Uomini & Business dopo la notizia del cambio vertici di Fca per la malattia di Marchionne.

Turani già ne aveva parlato nel 2017 sul suo blog, sottolineando che non avevamo più grandi gruppi ed era tardi per reinventarli. Su Uomini e Business parlava del “capitalismo che non c’è” e scriveva:

“Qualche tempo fa in una trasmissione tv ci si chiedeva, con l’aria di pensarlo davvero, se il “capitalismo italiano ce la poteva fare” a diventare importante e moderno. E si citavano, giustamente, alcuni recenti successi e il fatto che la Borsa italiana si sia messa a correre più di altre.

Tutto vero. Ma il capitalismo italiano non “ce la può fare” per la semplice ragione che quasi non esiste. Per rendersene conto, basta  sfogliare l‘elenco delle maggiori aziende. Al primo posto troviamo la Exor, con quasi 150 miliardi di euro. Che poi altro non è che la vecchia famiglia Agnelli di Torino, con la Fiat, la Chrysler e altre cose. Ma sono sempre loro. Stanno in cima alla classifica, e ben distanti da tutto il resto, da sempre.

Subito dopo abbiamo l’Eni, e anche questa è una vecchia gloria, poi c’è l’Enel, nota a tutti, sono quelli che ci portano la luce in casa (e con queste due siamo già comunque sotto i 90 miliardi di euro di giro d’affari). Seguono altre cose, ma ormai siamo già sotto i 30 miliardi di fatturato. Ma non basta. Delle prime 10 maggiori società ben 5 sono a controllo pubblico. Delle prime 20, solo 11 sono quotate in Borsa.

Tutto il resto, tutto il nuovo, che pure c’è, sta sotto i 10 miliardi di fatturato o anche meno. Spesso e volentieri non è nemmeno quotato in piazza Affari: quasi sempre, quando il fondatore decide di andare in pensione, si vende tutta la baracca, di solito a uno straniero. In questo modo il 75 per cento dei più famosi marchi italiani di prodotti alimentari sono già controllati da altri. E nella moda si è sulla stessa strada. Questo, cioè, è un capitalismo che quasi non si vede a livello internazionale.

Certo, poi siamo molto bravi, molto creativi, molto pieni di fantasia e quindi in qualche nicchia di mercato siamo addirittura i primi, ma sempre per piccoli numeri. E infatti, non a caso, siamo forti nel Quarto Capitalismo, quello fatto di aziende piccole e medio grandi, che fanno cose pregevoli e in modo molto efficiente. Ma, di fatto, non abbiamo più grandi gruppi. E non abbiamo nemmeno una grossa finanziaria capace di intervenire dove serve.

Questo stato di cose non può cambiare. Non possiamo inventarci una Apple da zero. Certi treni, una volta persi, non ripassano più. E quindi dovremo convivere con il nostro “piccolo capitalismo” che, per fortuna, almeno funziona”.

Poi è arrivata la rivoluzione di Marchionne. Valletta aveva costruito un’azienda familistico-padronale, ricca e crudele. Gli Agnelli cambiano, ma resta il rapporto  con i politici. Marchionne taglia tutto:

“Nino Rovelli (chimica) raccontava che tanti anni fa, mentre è al ministero dell’industria a fare gli auguri al ministro, nota un signore anziano, di bassa statura, con un cappottino poco appariscente che si aggira per gli uffici e regala scatole di cioccolatini alle impiegate.

Stupito, chiede di chi si tratti. Tutti lo guardano con grande meraviglia: “Ma come? Non lo conosce? E’ il professor Valletta”. In quegli anni il boss assoluto della Fiat, che aveva deciso di fare grande nonostante l’opposizione dei politici. La sua Fiat era appunto quella dei cioccolatini alle segretarie. Una grande impresa familistico-padronale. Dove lui, affacciandosi alle finestre del suo ufficio di Mirafiori e guardando le Alpi era solito dire: “Quando arriveremo lì con gli stabilimenti, dovremo fermarci”. La sua Fiat, grazie al divieto di importazione delle auto straniere, a un certo punto risulta essere la prima in Europa, posto che perderà non appena saranno aperte le frontiere.

La sua era un Fiat che guadagnava molti soldi, ma sempre un po’ in guerra. La palazzina uffici dentro Mirafiori (dove i fratelli Agnelli hanno sempre avuto un ufficio, simbolicamente, ma dove non sono mai andati) era protetta da un portone di ferro spesso una spanna. In caso di sommosse operaie, il portone si chiudeva automaticamente e poi si aspettava l’arrivo dei rinforzi.

Sui muri di Mirafiori (fino a 60 mila operai nei momenti di crescita) campeggiava una scritta alta un metro: “L’unica musica che il padrone sente è il rumore delle macchine ferme”. La Fiat di Valletta produceva potere e denaro (l’Avvocato poteva permettersi di girare in aereo per l’Europa solcando le rotte della Nato), ma era anche crudele: una volta, per avere le commesse americane per l’aviazione, in un reparto con 900 operai, ne vennero licenziati 899: tutti meno uno.

I sindacalisti scomodi, in quella Fiat, erano spediti in uno speciale reparto (l’Officina Ricambi) in cui non c’era niente: solo il pavimento e una serie di ramazze per pulirlo. Quando a metà degli anni Sessanta Valletta si ritira e i due fratelli Agnelli entrano finalmente in Fiat, trovano appunto un’azienda familistica-padronale: centinaia di aziende che non si sa bene a chi rispondano, forse autonome, piccole baronie. Il commento sarà: ”Valletta ci ha fatto guadagnare una montagna di soldi, ma non basterà spenderli tutti per riconquistare un po’ di rispetto”.

Vengono chiamate le società di consulenza e la trasformazione della  Fiat in un moderno complesso aziendale richiederà più di dieci anni, e sarà crudele. Con decine e decine di potenti cacciati via. Quella Fiat (ma anche quella dopo) è un’azienda che traffica con il potere politico: io concedo e tu concedi. Quando si deve fare uno stabilimento, fuori da Torino, gli esperti consigliano cinque sedi, di cui solo una in Italia, ma è anche  la più sconsigliata, cioè Melfi. I politici, allarmati, corrono con soldi e agevolazioni, e alla fine verrà scelta proprio Melfi.

Ancora: nella sua breve presidenza della Confindustria Gianni Agnelli firma con Lama un tremendo accordo sul punto pesante di contingenza. A chi lo critica, risponde sereno: “La pace sociale viene prima di tutto, questo ci hanno chiesto”. Sempre lo scambio di favori.

Marchionne arriva al vertice della Fiat nel 2004. Non ha mai fatto l’industriale, ma è un grande esperto di bilanci. Li sa leggere benissimo e, a differenza dei grillini e dei leghisti di oggi, capisce subito che lo Stato non ha più soldi. Inutile corteggiare la politica: non ha più niente da dare. Le aziende chimiche (che erano cresciute con il denaro pubblico) sono già fallire tutte. Per cavarsela, bisogna fare da sé. Lavorare e produrre. La rivoluzione di Marchionne, in fondo, è questa”.

Marchionne ha impiegato dieci anni per trasformare la casa torinese in una multinazionale, forte anche negli Stati Uniti, prosegue Turani:

“Dopo la prima laurea in filosofia mio padre aveva già scelto il colore del taxi che voleva farmi  guidare perché diceva che non sarebbe servita a nulla”. Andò diversamente. Sergio Marchionne, manager di statura mondiale, arriva in Fiat (oggi Fca) sull’onda della paura. Quando nel maggio 2004 muore improvvisamente Umberto Agnelli, si diffonde il panico. Nella famiglia Agnelli non ci sono più uomini: Gianni e Umberto sono morti, e così i figli, rimangono i nipoti, ma sono giovani. Al comando ci sono solo le sorelle, che mai si sono occupate di affari. In più la Fiat è di fatto fallita.

Il comando viene allora assunto da Susanna, che è quella che è stata sempre vicina ai due fratelli e che è donna di esperienza (è stata anche ministro degli esteri di un nostro governo, aveva una sua struttura di intervento nelle zone terremotate). Nel giro di poche ore Susanna disegna la nuova Fiat: Luca Cordero di Montezemolo (che lei chiama affettuosamente Montezuma), presidente, e Sergio Marchionne, amministratore delegato. La scelta di Montezemolo è abbastanza logica: è un amico di famiglia da sempre, ha lavorato in Fiat, in quel momento è anche presidente della Confindustria, l’ideale quindi per rappresentare gli Agnelli presso il potere.

Più rischiosa invece la carta Marchionne. In Italia non lo conosce quasi nessuno. Non risulta abbia mai lavorato per grandi gruppi industriali, si sa solo che Umberto lo stimava moltissimo, al punto da cooptarlo nel consiglio di amministrazione della Fiat.

Il primo compito che viene assegnato a Marchionne è da far tremare i polsi: la Fiat, ormai, è stata venduta alla General Motors. Anzi, i torinesi hanno in mano un contratto con il quale possono chiedere agli americani di rilevare tutto, farsi pagare e dire addio alle auto. E’ la loro grande occasione per trasformarsi in rentier e vivere tranquilli.

Marchionne parte per l’America e questo fa credere ai vertici della General Motors. E quelli per poco non svengono. La Fiat è di fatto fallita e anche la General Motors non sta tanto bene. Quindi gettano le carte sul tavolo: quanto volete per liberarci da questo assurdo impegno e andarvene? Marchionne, che è un manager abruzzese, ma cresciuto fra la Svizzera e il Canada, buon conoscitore dell’America, spara una cifra stellare: 1,55 miliardi di dollari. Si discute un po’, ma alla fine gli americani pagano. L’intesa viene firmata a New York alle 6,30 (ora italiana) e poi di corsa a Torino, dove alle 15 è convocato il consiglio di amministrazione per la ratifica. Sull’aereo che lo riporta in Italia Marchionne brinda: gli Agnelli rimangono nell’auto e la Fiat è salva.

Comincia in quel momento una stagione, lunga 14 anni, che trasformerà la Fiat in multinazionale vera e che cambierà anche il suo modo di stare in Italia: niente più pasticci con il potere politico, nessun favore dai governi, patti chiari (e anche rotture) con i sindacati. Una linea manageriale molto rigida, che porterà persino al Fiat a uscire dalla Confindustria e a sfidare i sindacati in un referendum (che vincerà) a Pomigliano d’Arco.

Inaugura anche un nuovo stile aziendale: niente giacca e cravatta, ma maglioncino nero sempre, poche interviste, di solito brevi e senza consigli per i governanti di turno, nessuna frequentazione salottiera, solo auto e bilanci aziendali, qualche partita a carte con pochi amici scelti.

La svolta importante arriva dieci anni dopo. C’è di nuovo una crisi dell’auto e il terzo produttore americano, la Chrysler, sta malissimo. Marchionne, che gode di buone entrature nella politica americana, convince il presidente Obama a lasciargli prendere la Chrysler. Ottenuto il via libera dalla Casa Bianca, si apre una lunga e faticosa trattativa con il sindacato auto americano, che ha in mano il 40 per cento della società. Nel gennaio del 2014 arriva l’accordo e comincia la nuova vita della Fiat: non più ditta solo italiana, ma multinazionale.

I rapporti con la politica italiana si sono fatti intanto quasi inesistenti. Marchionne, alla sera, gioca volentieri a carte con Sergio Chiamparino, sindaco Pd di Torino, ma solo perché si trovano simpatici. Manifesta in qualche occasione ammirazione per Renzi, ma sempre con misura. In realtà, e lo si capisce benissimo, Marchionne non si fida della politica italiana, meglio stare lontani e non doverle niente.

Infatti, sempre nel 2014 la Fiat cambia pelle: ormai diventata Fca, porta la sede sociale in Olanda e la sede fiscale in Inghilterra. Qui rimangono un po’ di stabilimenti produttivi.

La rivoluzione Marchionne è completata. Ha richiesto solo una decina d’anni.