Fisco e democrazia: a nessuno piace, paga solo chi è costretto

Pubblicato il 17 Aprile 2009 12:58 | Ultimo aggiornamento: 17 Aprile 2009 15:42

In Italia il governo sta pensando a nuove tasse e nuove imposte: per i tecnici c’è una differenza tra le due parole, ma per i cittadini il significato è uno: mettere le mani in tasca e pagare.

In America la pressione fiscale è molto più bassa che in Italia, ma la gente ragiona come da noi e se può non paga. Per anni abbiamo creduto al mito di essere un popolo di evasori, mentre gli altri paesi, in Europa e in America, erano popolati da ligi e felici pagatori. Le cronache del recente G20 di Londra hanno alzato un velo: lo si è capito dall’accanimento col quale capi di stato come Barack Obama o Angela Merkel se la sono presa con i paradisi fiscali. In America parlano di un’evasione nell’ordine dei cento miliardi di dollari. Se il fisco tedesco potesse annettere il Lussemburgo o isolare il principato con un muro tipo Berlino, per impedire ai ligi cittadini tedeschi di portare i loro soldi nelle banche lussemburghesi nel cofano delle loro Bmw o Mercedes, le urla di gioia si sentirebbero fino in Sicilia.

Pochi giorni fa in tutti gli Stati Uniti c’è stata una giornata di protesta contro il fisco, che non ha avuto un grandissimo successo a causa della pioggia, ma ha già innescato, in stati ricchi come il Texas discorsi di secessione. Sembrava che il discorso lo avesse scritto Umberto Bossi.

La lezione americana deve dire qualcosa anche alle autorità italiane. Una maggioranza come quella guidata da Silvio Berlusconi, che è andata al governo cavalcando la giusta indignazione degli italiani contro l’inesorabile propensione ad aumentare le tasse della sinistra, non può ora rimangiarsi le sue promesse: «Ridurremo le tasse» aveva detto Berlusconi prima. Ora sta per fare il contrario. Può anche farlo impunemente, perché l’incauto Dario Franceschini, segretario del Pd, principale partito di opposizione, aveva chiesto poche settimane prima proprio la stessa cosa.

Resta una domanda: e se il terremoto in Abruzzo fosse solo un pretesto per imporci un nuovo prelievo, destinato a coprire altri buchi del bilancio statale? Perché le previsioni sulla ricostruzione post terremoto sono balzate da un miliardi di euro a dodici? E perché, ammesso che servano a quello, vogliono i soldi tutti subito, in anticipo? Che muratori devono pagare, che vogliono il conto saldato prima ancora di cominciare a spostare le macerie?