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Pensionati punching ball di fisco, politici, sindacati che..

di Franco Abruzzo
Pubblicato il 6 Ottobre 2015 13:24 | Ultimo aggiornamento: 6 Ottobre 2015 13:24
Pensionati punching ball di fisco, politici, sindacati che...

Pensionati in coda virtuale in una sede Inps

MILANO – Pensioni come simbolo dell’odio sociale e della invidia nazionale nella nostra Italia dove il benessere è considerato una colpa. Un Paese come la nostra Italia non può avere futuro. I pensionati sono diventati il punching ball di una classe politica e sindacale che ormai si permette tutto, in nome della situazione economica difficile che difficile è proprio soprattutto per categorie come i pensionati.

L’emergenza non impedisce ai politici di farsi leggine “ad hoc” per incassare indebitamente i finanziamenti non dovuti, per attribuirsi vitalizi e benefici indecenti, per usare in modo scriteriato i voli di Stato per andare a vedere una partita di tennis, per distribuire prebende ai trombati della casta, per mantenere in vita migliaia di enti inutili che esistono solo per distribuire poltrone, mentre si tollerano in modo incomprensibile percentuali inaccettabili di evasione fiscale e contributiva, migliaia di falsi invalidi che la fanno franca, di “finti poveri” che fanno impunemente i furbi da sempre, eccetera.

Guglielmo Gandino ha scritto questo articolo, che fa riflettere e che vi propongo integralmente:

In questa Italia, che vive di ipocrisie istituzionali con la deplorevole connivenza dei media, si parla tanto di Costituzione Repubblicana, ma non si fa nulla per rispettarla come si dovrebbe.
Ci riferiamo ancora una volta alle pensioni.
Nel 2008 la perequazione sulle pensioni oltre otto volte il minimo (circa 4.000 euro lordi al mese) venne azzerata con l’articolo 1 comma 19 della legge n. 247/2007. Quell’anno l’inflazione fu dell’1,7%. Nel 2010 la Corte Costituzionale si pronunciò su questo blocco con la sentenza n. 316/2010, sostenendo che l’azzeramento, per il solo 2008, nella piena discrezionalità del legislatore, non era illegittima. Ma aggiunse un monito al legislatore, sottolineando che la sospensione a tempo indeterminato della perequazione, o la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarla, entrerebbero in collisione con i principi di ragionevolezza e di proporzionalità, in quanto “…..le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere di acquisto della moneta”.
Il messaggio della Consulta mi sembra chiarissimo.
Forse non lo è per chi ci governa, se è vero che nel 2011, con l’articolo 24 comma 25 del D.L. 6/12/2011 n. 201 convertito dall’articolo 1 comma 1 della Legge 22/12/2011 n. 214, il Governo Monti bloccò la perequazione per le pensioni oltre tre volte (“due volte” nel testo del D.L. 201/2011) il minimo INPS – quindi oltre circa 1.500 euro lordi al mese – per gli anni 2012-13. Nel 2012 l’inflazione registrata fu 2,7%, nel 2013 fu del 3%.
La sentenza della Consulta n. 70/2015 dichiarò, come prevedibile, l’illegittimità costituzionale di questa disposizione di legge e qualcuno stranamente se ne stupì, dimostrando senza ombra di dubbio che non conosceva, o faceva finta di non conoscere, né la precedente sentenza n. 316/2010 né il contenuto degliarticoli 36 e 38 della Costituzione. Il primo che riguarda “diritto alla giusta retribuzione” (e la pensione cos’è se non retribuzione differita?), il secondo che riguarda il “diritto all’adeguatezza della pensione”.
In risposta fu emanato il D.L. n. 65/2015, uno scempio istituzionale: concesse infatti solo in minima parte quanto richiesto dalla sentenza della Consulta, e solo alle pensioni fra 1.500 e 3.000 euro lordi mensili, definendo provocatoriamente questo riconoscimento “parziale” di un diritto un “bonus” del governo.
Il decreto fu poi convertito dalla Legge n.109/2015.
Ne consegue che tutte le pensioni oltre 3.000 euro rimasero a bocca asciutta. Ciò significa non solo non avere diritto all’incasso degli arretrati a cui si avrebbe diritto più interessi, ma significa anche che la pensione non sarà “ricostituita”, cioè la perequazione mancata non sarà mai più conteggiata nei futuri adeguamenti, sia durante la vita del pensionato, che in sede di reversibilità ai suoi superstiti.
Ora prendiamo il caso di una pensione medio-alta, diciamo di 5.000 euro lordi mensili (10 volte il minimo), che corrisponde grosso modo ad una pensione netta di poco superiore a 3.000 euro mensili.
Se il percettore è andato in pensione poco dopo l’anno 2000, la sua pensione netta di oggi sarà senz’altro più bassa della pensione netta percepita nei primi anni di quiescenza, nonostante che la pensione lorda si sia rivalutata del 10% circa.
Primo punto. La pura rivalutazione monetaria negli ultimi quindici anni dovrebbe essere superiore al 20%. Quindi il pensionato in esame – avendo avuto una rivalutazione solo del 10% – ha perso più del 10%, come effetto dei tre blocchi totali della perequazione (2008-12-13) e delle rivalutazioni parziali negli altri anni, con particolare riguardo al biennio 2014-15.
Secondo punto. Le trattenute fiscali sono lievitate negli ultimi quindici anni principalmente per effetto dell’aumento delle addizionali irpef comunale e regionale, che sono aumentate mediamente del 150%. I vari contributi di solidarietà (riservati agli ex-iscritti ai Fondi Speciali e per i redditi superiori a 91.000€) introdotti dal 2012, hanno poi fatto la loro parte.
Ma non è tutto! In questi anni le imposte sulla casa sono triplicate e i servizi (soprattutto sanitari) sono di gran lunga peggiorati. Basta andare in un Pronto Soccorso per rendersene conto. Ne consegue che se uno necessita di esami tempestivi e adeguati, deve pagarseli. Non ha altra scelta.
Questo Paese ormai non soltanto non rispetta i principi costituzionali. Il potere dominante calpesta regolarmente la Costituzione. E non capisce che ormai LA MISURA È COLMA!
Perché non c’è nessuna ragione logica per cui un pensionato debba perdere in quindici anni ben oltre il 20% del potere d’acquisto della sua pensione. Senza considerare che in Italia la tassazione degli over-70 è doppia/tripla o più rispetto a Paesi come Francia e Germania, che hanno consistenti quote esenti e che da anni applicano il principio del “quoziente famigliare”, più vantaggioso per le coppie mono-reddito.
Con i pensionati in Italia ormai ci si permette tutto, in nome della situazione economica difficile. Emergenza che tuttavia non impedisce ai politici di farsi leggine “ad hoc” per incassare indebitamente i finanziamenti non dovuti, né di attribuirsi vitalizi e benefici indecenti, senza parlare dell’uso scriteriato dei voli di stato, della distribuzione di prebende ai trombati della casta, delle migliaia di enti inutili che esistono solo per distribuire poltrone, della tolleranza incomprensibile verso percentuali inaccettabili di evasione fiscale e contributiva, della latitanza dei controlli, delle migliaia di falsi invalidi che la fanno franca, dei “finti poveri” che fanno impunemente i furbi da sempre, della corruzione a tutti i livelli, eccetera.
La conclusione è ovvia.
Credo che nessuno possa razionalmente sostenere che una pensione netta di 3.000 euro (ottenuta con il versamento di contributi per centinaia di migliaia di euro) rappresenti la ricchezza, devo concludere che avere un minimo di agiatezza rappresenta oggi in questo Paese una colpa grave. Colpa grave perché, nella morale catto-comunista dominante, aver avuto una vita professionale di responsabilità che procuri da anziani un certo livello di agiatezza, cozza colpevolmente contro l’obiettivo “pauperista” dell’appiattimento al basso attraverso la tanto decantata “redistribuzione della ricchezza”, che mira a togliere a chi ha di più per distribuire a chi ha meno.
Tanti Paesi, perfino l’ex-URSS, hanno capito i vantaggi dell’iniziativa individuale e dell’incentivazione e i danni del parassitismo. L’Italia no, resta purtroppo uno dei pochi Paesi ancora arroccati su posizioni vetero-marxiste, che non fanno che produrre delusione generalizzata e sfiducia nel futuro, soprattutto nei giovani! Così che quelli intelligenti e che se lo possono permettere se ne vanno verso lidi di maggiore civiltà. Mentre quelli con meno iniziativa o che non se lo possono permettere, marciscono in questa realtà dove domina ormai soltanto più la “raccomandazione”, nell’attesa spasmodica dell’elemosina di stato, che prima o poi arriverà loro da qualche partito alla ricerca disperata di consenso.