Pensioni dirigenti, le omissioni dell’Inps

di Franco Abruzzo
Pubblicato il 25 Marzo 2015 7:27 | Ultimo aggiornamento: 24 Marzo 2015 20:53
Pensioni dirigenti, le omissioni dell'Inps

Pensioni dirigenti, le omissioni dell’Inps

ROMA – E’ iniziata la disinformazione? Le “omissioni” dell’Inps. Nel nuovo spazio “porte aperte” che compare nel sito dell’Istituto e in comunicato emesso di recente, in alcune schede con cui si illustra la previdenza dei dirigenti di aziende industriali (ex Inpdai), ci sono clamorose omissioni. Tali da portare a conclusioni errate e demagogiche. Al presidente professor Tito Boeri una richiesta di rettifica da parte di Unpit.

24.3.2015 – Il comunicato stampa sull’ex Fondo Pensioni dei Dirigenti Industriali recentemente divulgato dai suoi Uffici contiene le seguenti omissioni:

Si legge di prestazioni pari all’80% della retribuzione raggiunte in 30 anni di contributi, anziché 40 anni come avviene per gli altri lavoratori dipendenti: detta così, l’opinione pubblica è portata a pensare che ai dirigenti industriali fosse concesso andare in pensione per anzianità dopo 30 anni e con l’80% dell’ultima retribuzione. Questo non risponde a verità. In realtà, per ottenere la pensione di anzianità occorrevano anche per i dirigenti industriali almeno 35 anni di contribuzione, esattamente come per tutti gli altri lavoratori.

Viene inoltre omesso che chi andava in pensione dopo 40 anni di lavoro non percepiva 40/30 ma sempre 30/30. A causa di questa omissione il lettore è portato a pensare esattamente l’opposto di quella che è la verità: egli penserà infatti ad un privilegio per i dirigenti mentre nella realtà essi versavano per dieci anni contributi che finivano quasi per intero a fondo perduto.

Ed ancora, il comunicato non spiega che al disavanzo crescente dell’Inpdai ha contribuito la possibilità, dagli anni ’90 per i dirigenti industria, d’iscriversi all’Inps, il pagamento di contributi di solidarietà dell’INPDAI all’INPS e la richiesta che la stessa Inps fece alle aziende di iscrivere al contratto commercio le loro divisioni autonome, organizzate in forma societaria, che erogavano servizi alle stesse ( commerciale, informatica, ecc.). Non riportando questo particolare, chi legge il suo comunicato è portato a pensare che il “fallimento” di Inpdai sia dovuto esclusivamente al livello troppo elevato delle pensioni dei dirigenti, cosa obiettivamente non vera.

Il passaggio del comunicato che riporta il confronto fra le pensioni medie dei dirigenti, che normalmente riguardano anzianità di almeno 35 anni di contribuzione e l’insieme delle pensioni dei lavoratori dipendenti omette di specificare che nella metà circa dei casi queste ultime pensioni non sono coperte neppure dal minimo contributivo. Il comunicato presenta dunque un raffronto fra due situazioni non omogenee. La qual cosa, già scorretta sotto il profilo tecnico, porta in questo caso il lettore a considerare i dirigenti industriali gente ingiustamente privilegiata rispetto agli altri lavoratori. Una omissione questa che concorre ad esasperare l’odio sociale già di natura latente in ogni animo umano.

L’esposizione del ricalcolo con il sistema contributivo fatta nella scheda ex-INPDAI è ingannevole perché non riportando essa anche il ricalcolo delle pensioni degli altri lavoratori dipendenti con cui erano stati fatti i confronti precedenti, porta a pensare che vi sia un privilegio dei dirigenti rispetto a questi ultimi lavoratori, cosa che si evidenzierebbe subito come non vera se solo il ricalcolo fosse stato fatto per tutti.

Nel comunicato viene totalmente omesso che il tasso di sostituzione retribuzione/pensione è per i dirigenti di circa il 50% contro il 70-80% dei lavoratori dipendenti non dirigenti.

Viene infine omesso anche che il ricalcolo della pensione per un dirigente andato in quiescenza nel 2013 con 40 anni di servizio non prende in considerazione l’intera retribuzione degli ultimi 10 anni come avviene per gli altri lavoratori ma per 30/40 la retribuzione utile viene plafonata dal vecchio massimale INPDAI, stabilito alla fine degli anni ’90.

Queste omissioni e/o incompletezze d’informazione esistenti nel comunicato in oggetto portano palesemente il lettore a credere che i dirigenti industriali in pensione siano persone scandalosamente privilegiate che percepiscono più del dovuto sottraendolo a chi invece ne percepisce “ingiustamente” di meno. Niente di più inesatto, come ben si vede completando l’informazione. Una disinformazione questa che Cittadini maturi di uno Stato civile, democratico e di diritto non meritano e che l’Unione Nazionale Pensionati per l’Italia ha pertanto evidenziato al presidente dell’Inps con richiesta di rettifica a completamento.