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Pensioni d’oro. Governo Letta dà e prende: incostituzionale gioco delle 3 carte

di Franco Abruzzo
Pubblicato il 4 Dicembre 2013 12:15 | Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre 2013 12:15

 

Pensioni d'oro. Governo Letta dà e prende. Giorgia Meloni sia prudente

Giorgia Meloni odia i pensionati che hanno versato i contributi, preferisce i descamisados

I pensionati sono in agitazione,  il movimento di protesta cresce. Siano pensioni d’oro, d’argento e anche di latta, tutti i pensionati che hanno pagato trent’anni e più di contributi e anche quelli che hanno lasciato in anticipo il lavoro credendo alla parola dello Stato che avallava il loro prepensionamento, tutti si chiedono se il Governo Letta sia formato da pazzi incoscienti.

Lasciamo stare il ragionamento politico che certo porta acqua al mulino di Berlusconi e della sua nuova ForzaItalia, rendendop molto facile etichettare di comunista l’attuale maggioranza. Prendiamo solo in esame il problema sotto il profilo del buon senso e della onestà, che non deve mai venire meno, neppure nel rapporto tra Stato e sudditi, come i cittadini sono considerati in Italia.

Vi prego di seguire questo mio semplice ragionamwento e poi di leggere quanto ha scitto, e lo riporto di seguito, Pierluigi Roesler Franz Presidente del Gruppo Romano Giornalisti Pensionati presso l’Associazione Stampa Romana.

Comunque la si veda, viene da dire o sono pazzi o sono criminali. Ecco l’ultima.

Sulle “pensioni d’oro” il Governo intende rimborsare i pensionati e contestualmente reintrodurre i tagli già ritenuti incostituzionali. Come dire: mi riprendo con la destra ciò che restituisco con la sinistra. Presidente Letta, mi raccomando, eviti questa brutta figura!

Giorgia Meloni definisce “ignominiosa” la sentenza con la quale la Corte costituzionale ha cancellato il prelievo sugli assegni annuali superiori a 90mila euro: è vilipendio? La Consulta ha stabilito che non sono consentiti “trattamenti in pejus (cioè in senso peggiorativo, ndr) di determinate categorie di redditi da lavoro”, come, appunto, i titolari di pensioni superiori ai 90 mila euro lordi l’anno se contestualmente non vengono colpiti tutti gli altri cittadini con lo stesso reddito.

In conclusione, finiamola col definire “d’oro” pensioni costruite con un lungo lavoro e con versamenti previdenziali cospicui per i quali non c’è nulla da vergognarsi. Ma cominciamo, invece, a definire “d’oro” quelle pensioni anche se di basso importo costruite grazie a leggi e leggine di assoluto favore o addirittura prive di versamenti. E poi il regalo di 7 anni di scivolo agli ex combattenti pubblici favoriti rispetto agli ex combattenti dipendenti del comparto privato, eccetera…..

Ed ecco l’analisi di Pierluigi Roessler Franz

Intervenendo lunedì sera 2 dicembre a “Quinta colonna”, trasmissione tv su Rete 4 Mediaset condotta da Paolo Del Debbio, l’ex Vice Presidente della Camera Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) non ha perso l’occasione per sparare di nuovo a zero contro la Corte Costituzionale, accusata di aver emesso alcuni mesi fa una sentenza “ignominiosa” con cui ha cancellato i tagli sulle cosiddette “pensioni d’oro” oltre 90 mila euro lordi l’anno decisi dal governo Berlusconi e confermati dal governo di Mario Monti.

A prescindere che anche per un parlamentare è reato di vilipendio additare di ignominia una sentenza della Corte Costituzionale (art. 290 del codice penale), va ricordato che i giudici della Consulta hanno un unico e gravoso compito, quello di verificare se una determinata legge viola oppure no la Carta repubblicana.

Nel caso specifico l’Alta Corte ha correttamente bocciato il taglio su quelle che impropriamente vengono definite “pensioni d’oro” oltre 90 mila euro lordi l’anno in vigore dall’agosto 2011. E ne ha puntualmente spiegato le ragioni perché colpiva in modo irrazionale e irragionevole la sola categoria dei pensionati, anziché tutti i contribuenti italiani – pensionati compresi – a parità di reddito IRPEF dichiarato al fisco.

Nella decisione della Consulta (è la n. 116 del 5 giugno 2013) si ricorda, tra l’altro, al Parlamento che gli artt. 3 e 53 della Costituzione tutelano il principio della proporzionalità in base alla capacità contributiva di ogni cittadino che non può essere assoggettato ad un prelievo fiscale scriteriato che favorisca, invece, altri cittadini con lo stesso reddito.

Pertanto non sono consentiti “trattamenti in pejus (cioè in senso peggiorativo, ndr) di determinate categorie di redditi da lavoro”, come, appunto, i titolari di pensioni superiori ai 90 mila euro lordi l’anno se contestualmente non vengono colpiti tutti gli altri cittadini con lo stesso reddito.

Peraltro la Corte ha tenuto anche a sottolineare che “nel caso di specie, peraltro, il giudizio di irragionevolezza dell’intervento settoriale appare ancor più palese, laddove si consideri che il trattamento pensionistico ordinario ha natura di retribuzione differita sicché il maggior prelievo tributario rispetto ad altre categorie risulta con più evidenza discriminatorio, venendo esso a gravare su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa, rispetto ai quali non risulta più possibile neppure ridisegnare sul piano sinallagmatico il rapporto di lavoro”.

Perché allora scandalizzarsi tanto, come fa l’on.le Meloni, di fronte a parole così chiare e facilmente comprensibili? Dov’è lo scandalo? Di quale “ignominia” parla?

Credo che sia giunto il momento di fare finalmente chiarezza e mettere fine ad una campagna qualunquistica e quasi di odio sociale tuttora in atto nei confronti dei pensionati con più di 90 mila euro lordi, assurdamente additati all’opinione pubblica come dei ladri, senza, però, minimamente tener conto dell’entità e della durata dei loro versamenti contributivi e senza peraltro distinguere le varie situazioni, ma facendo di tutta l’erba un fascio.

Sono pertanto perfettamente d’accordo con il Presidente di sezione onorario della Corte dei Conti Furio Pasqualucci nel suo intervento intitolato “Pensioni d’oro e il gatto di Trilussa”. La sua lamentela coglie perfettamente nel segno quando ricorda una cosa semplicissima e di assoluto buon senso, cioé che lo Stato incasserebbe molto, ma molto di più se anziché prendersela con i soli pensionati facesse pagare un contributo di solidarietà a tutti i cittadini – pensionati compresi – titolari di redditi analoghi, come gli alti burocrati, i dirigenti di aziende pubbliche e private, gli alti magistrati, i professionisti dalle ricche parcelle (quando rilasciano le ricevute), le star dello sport e della TV, i politici di professione.

Vorrei quindi raccomandare all’on. Meloni una maggiore prudenza e cautela quando intende intervenire sul delicato argomento.

Innanzitutto è improprio parlare di “pensione d’oro” nei confronti di quei cittadini che abbiano versato contributi per oltre 30 anni. Come si fa, ad esempio, a prendersela con i magistrati quando nella maggior parte dei casi vanno in pensione all’età di 75 anni con 50 anni di versamenti contributivi, dei quali ben 10 anni regalati allo Stato perché il loro vitalizio viene conteggiato su un massimo di 40 anni di versamenti? Come si fa allora a definire “d’oro” la pensione di un magistrato togato se l’aspettativa di vita gli concede in media solo pochi anni per godersi il vitalizio?

Di questi esempi se ne possono fare molti.

Non sarebbe, forse, più corretto definire “d’oro” semmai le baby pensioni, cioè anche se di basso importo, ma costruite su pochissimi anni di effettivo versamento? E non è forse “d’oro” anche il vitalizio di 3.108 euro lordi al mese erogato dalla Camera ad un noto legale che ha svolto l’attività di deputato – si fa per dire – nientepopodimeno che per 1 solo giorno dal 12 al 13 maggio 1982 o un analogo trattamento pensionistico goduto dal professor Toni Negri eletto deputato pur essendo ricercato in Francia? E non è forse “d’oro” anche la pensione di migliaia di dipendenti del settore telefonico che grazie ad una leggina del 1992 (la n. 58) hanno potuto ricongiungere gratis per loro tutti i contributi esistenti presso altri enti previdenziali e trasferirli con una bacchetta magica nel Fondo Telefonici con un aumento automatico del 400% del loro vitalizio agganciato alla “clausola oro”? E perché in quest’ultimo caso il costo fu addirittura addossato per metà allo Stato e per metà a Sip, Stet e Italcable, mentre milioni di altri dipendenti hanno dovuto pagarsi la ricongiunzione di tasca propria?

E non sono forse da considerarsi “d’oro” le pensioni dei dipendenti pubblici che hanno combattuto nella 2^ Guerra mondiale ottenendo nel 1970 ben 7 anni di scivolo pensionistico a spese di “Pantalone”, mentre a milioni di dipendenti privati anch’essi combattenti nel 2° conflitto mondiale non fu concesso alcun regalo previdenziale? Il costo della legge n. 336 del 1970 (vedi art. 5) fu davvero ben calcolato dalla Ragioneria generale dello Stato: appena 16 miliardi di vecchie lire. Ma nel 1981 il conteggio fu poi rettificato ufficialmente in ben 10 mila miliardi di vecchie lire (5 miliardi di euro) a cui va poi aggiunto ovviamente anche il costo di ulteriori 32 anni!! Complimenti per la puntualissima previsione della Ragioneria dello Stato!!

E non sono forse “d’oro” le doppie pensioni dei deputati, senatori, europarlamentari, governatori di Regioni e sindaci di grandi città, ecc., che grazie all’art. 31 dello Statuto dei Lavoratori hanno beneficiato gratis fino al 1999 di un secondo e parallelo trattamento pensionistico in aggiunta al già discutibile vitalizio per tutti gli anni di permanenza in carica a Montecitorio, a palazzo Madama, ecc.? Anche qui il costo per lo Stato avrebbe largamente superato i 10 mila miliardi di lire (5 miliardi di euro)!

In conclusione, finiamola col definire “d’oro” pensioni costruite con un lungo lavoro e con versamenti previdenziali cospicui per i quali non c’è nulla da vergognarsi. Ma cominciamo, invece, a definire “d’oro” quelle pensioni anche se di basso importo costruite grazie a leggi e leggine di assoluto favore o addirittura prive di versamenti.

In ogni caso il governo Letta si ravveda al più presto alla Camera abolendo il taglio del 6%, 12% e 18% sui vitalizi superiori ai 90 mila, 150 mila e 200 mila euro previsto dal comma 325 dell’articolo unico del disegno di legge C. 1865 per la stabilità per il 2014 perché appare palesemente in contrasto con i principi da ultimo riaffermati nella recente sentenza n. 116 del 5 giugno scorso della Corte Costituzionale anche perché assurdamente esclude dal contributo di solidarietà i vitalizi dei parlamentari.

“Errare humanum est”, ma in questo caso perseverare sarebbe doppiamente diabolico sia perché si riaprirebbe un notevole e inutile contenzioso in tutta Italia in attesa di un verdetto della Consulta pressoché scontato, sia perché il Governo Letta potrebbe essere accusato di fare il cd. “gioco delle 3 carte”, in quanto, da una parte (comma 180), prevede di rimborsare – in base alla sentenza dell’Alta Corte n. 116 del 2013 – gli 80 milioni di euro tagliati ai pensionati dall’agosto 2011 al 31 dicembre 2012 (20 milioni nel 2014 e 60 milioni nel 2015), ma, dall’altra, contestualmente intende reinpossessarsene (comma 325), reintroducendo il taglio sui vitalizi superiori ai 90 mila euro.

Come dire: mi riprendo con la destra ciò che restituisco con la sinistra. Presidente Letta, mi raccomando, eviti questa brutta figura!