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Albenga-Imperia: Mario Oliveri e Guglielmo Borghetti due vescovi per una diocesi

di Franco Manzitti
Pubblicato il 8 Aprile 2015 6:18 | Ultimo aggiornamento: 8 Aprile 2015 7:28
Albenga-Imperia: la diocesi dei due vescovi fra scandali e accuse di tradizionalismo

Le torri di Albenga (Davide Papalini-Wikimedia)

IMPERIA – Va bene che siamo nell’epoca e nel millennio dei due papi contemporanei, Francesco e Benedetto XVI Emerito, ma chi si aspettava che la Chiesa introducesse anche la funzione nuova e stravolgente del “doppio vescovo”? Accade nella lontana e periferica diocesi di Albenga-Imperia, che i confini canonici disegnano in una enclave ligure sprofondata tra le vocazioni agresti e turistiche, intorno alle due città capitali di questa lontana Curia: la ricca e medioevale Albenga, turrita e molto meticcia territorialmente e il capoluogo provinciale di Imperia, dove maggiori sono stati gli scandali politici e giudiziari e che è un monstrum amministrativo, dopo la fusione, voluta da Mussolini, di Oneglia, operaia, portuale, semipiemontese e Porto Maurizio, elegante, residenziale, tutta proiettata verso i fulgori della Cote d’Azur.

Accade che il Vaticano abbia spedito qua nel nobile palazzo vescovile, dietro la cattedrale di san Michele, in quel gioiello con i leoni scolpiti sul portale, un secondo vescovo, un vescovo bis, monsignor Guglielmo Borghetti, già pastore di Pitigliano-Sovana e Orbetello, un toscano facondo e comunicativo, di 60 anni, aperto e con in pugno il mandato a cambiare le cose dal profondo, senza esautorare del tutto il presule insediato da 25 anni, monsignor Mario Oliveri, anziano, alla soglia della pensione, ma non ancora pensionabile per le costituzioni vaticane, una specie di istituzione.

I nemici lo dipingono come la raffigurazione ieratica e anche un po’ cupa della tradizione più intransigente, una “copia” dell’arcivescovo principe di Genova, Giuseppe Siri, il cardinale morto nel 1989, ma la cui ombra, con tanto di mitria calzata in testa e di pastorale impugnato come una spada e con tanto di influenza imperitura sul clero genovese e ligure, pesa ancora come le lapidi delle cattedrali.

Non c’è solo un certo tradizionalismo nelle accuse a Oliveri, ma sopratutto la contestazione di aver difeso un clero ultrapeccatore, preti pedofili, preti esibizionisti, preti seduttori, preti che si mostrano nudi su Facebook, che corteggiano le parrocchiane in processione, che scappano con la cassa delle offerte, insomma un delirio, con al centro una tolleranza ingiustificabile e un peccato ripetuto e ossessivo: la violazione del sesto comandamento, che punisce gli atti impuri. Sextum: non fornicare.

Mentre gli amici e i tanti preti della sua fervida e prolifica nidiata lo descrivono, questa eccellenza Olivieri, come un pastore dall’animo grande, dalla capacità di accoglienza senza limiti, dalle vedute tolleranti, mentre questa difesa si dispiega, le accuse del motu proprio vaticano grandinano scandalo su questo lembo ligure.

Nel corso degli ultimi lustri, infatti, molti scandali si sarebbero consumati all’ombra delle torri di Albenga e sopratutto nella vicina Alassio, la cittadina balneare dove fu arrestato e poi condannato a pene severissime e detenzione di 7 anni e otto mesi don Luciano Massaferro, colpevole di avere molestato un suo chierichetto. Questo reverendo parroco peccatore Oliveri lo avrebbe protetto, allungando la sua mano benedicente quando lo scandalo stava sconvolgendo le anime dei fedeli di quella parrocchia.

È lungo l’elenco delle malefatte che si sarebbero consumate all’ombra di quella curia oggi “commissariata”. È come un rosario di peccati, tutti commessi sotto il mantello del presule troppo buono con il suo gregge di sacerdoti: don Silvano De Matteis, parroco di Diano San Pietro, accusato di avere corteggiato la moglie di un capitano di Marina della sua parrocchia, don Cesare Donati, parroco di Bastia, destituito perché conviveva felicemente con una sua amica, don Alfonso Ponente, fuggito con la cassa delle offerte. Per non parlare dei casi ancora più “moderni”, don Juan Pablo Esquivel, fotografato su Facebook con il suo fisico da culturista e don Gabriel Viorel, addirittura in abiti succinti, mostrati sempre su Facebook, il catechismo dell’esibizione ultramoderna.

Al di là degli scandali così pruriginosi, ai gossip da sacrestia e perfino da altar maggiore, molte lingue mormorano senza sosta e molte tonache frusciano sotto le navate della Riviera, per esempio di fronte alle tante presenze di sacerdoti arrivati da lontano e magari anche molto inquadrati in una liturgia legata al passato preconciliare e che perfino sono svelate dagli abiti stessi di questi preti, che riempiono le canoniche della Diocesi. Altrove i poveri preti e i parroci si affannano ad amministrare da soli più parrocchie e a celebrare decine di messe, a aprire i portoni delle chiese e a prodigarsi per seguire l’esempio di papa Francesco davanti a un popolo sempre più dolente e affamato e bisognoso.

Pochi, pochissimi, spesso nessuno, davanti a una moltitudine, mentre ad Albenga sopratutto i sacerdoti sono miracolosamente tanti, il seminario e le scuole pimpanti e molto frequentati e perfino gli abiti dei ministri di Dio, in un tempo di povertà, ingannano con pretonzoli vestiti come modelli di due secoli fa: la talare abbottonata fino ai piedi, il colletto duro di celluloide, le scarpe nere con la fibbia di metallo argentato, altro che prima di Pio XII, spesso i gemelli ai polsi e ampi mantelli neri in cui avvolgersi d’inverno.

Per non parlare dei copricapi, riesumati da altre epoche, come la berretta o tricorno di origine settecentesca, sparito dopo il Concilio Vaticano II, che ricorda tanto don Camillo e i suoi colloqui con don Peppone e con il Crocifisso di Nostro Signore e che i “nostri” calzano con una disinvoltura quasi provocatoria.

La forma e la sostanza hanno fatto suonare a stormo verso Albenga le campane di un dissenso forte verso il vescovo, che era arrivato qua tanti anni fa da una carriera diplomatica molto brillante, cui sembrava necessaria una sede vescovile solida per fare il gran salto, e invece Oliveri era rimasto qua, dal 1990, a pascolare un gregge apparentemente quieto, ma molto diversificato, le piccole parrocchie di un entroterra profondo, agreste e montanaro, le due città capitali di Albenga e Imperia, sopratutto la prima piena di fermenti storici, di genius loci nella politica, ma anche nella teologia, la seconda corrosa dal potere “forte” e politicamente bianco, vulgo democristiano, di uomini come gli Scajola, la dinastia del potere e Manfredo Manfredi, l’ex sottosegretario dc, il benefattore di quella terra complessa e poi la costa e la riviera invase d’estate da decine di migliaia di turisti e d’inverno svuotate sotto i loro cento campanili, rarefatte nella popolazione, anche in quella dei credenti, dei praticanti.

Come si predica il Vangelo, monsignor Oliveri, in questa situazione con i potenti che ti bussano alla porta, la politica che si capovolge negli scandali, ma i bisogni che aumentano? Come si custodisce il proprio gregge e si fanno fruttare le sementi? Albenga è diventata accogliente soprattutto nel regno di sua eccellenza Oliveri: ha aperto le porte ai seminaristi che altrove vengono respinti, ha accettato i reprobi delle altre Curie, ha steso mani protettive, governato rinserrando le fila nelle sue tradizioni di base.

Non è un lebfevriano, né un tradizionalista, né un vescovo bacchettone questo Oliveri, che invecchia all’ombra di quelle torri. Ma lì, sotto la sua benevolenza, attecchiscono nuove tendenze liturgiche, che rispolverano un po’ il passato nella magnificenza pomposa dei riti. A Laigueglia, come Blitz ha già raccontato, si celebrano messe che sembrano pontificali vaticani, canti in latino, l’altare con il celebrante che volge la schiena al popolo dei fedeli, rispolverate le pianete preziose del Settecento, lucidati gli argenti dimenticati nelle sacrestie, perfino riscoperto e ricostruito un mirabile “cartelame” dell’arte povera dell’Ottocento, che viene restaurato e esposto, prima nel nobile Palazzo Ducale di Genova e poi a coprire un intero altare laterale della grande chiesa paesana, una magnificenza che ha fatto fare un salto pure a Vittorio Sgarbi nella vigilia pasquale.

Ma il giovane parroco, che fa tutto questo, sotto la mano benedicente di Oliveri, don Danilo Galliani, un genovese di fortissima cultura, quarantenne inarrestabile anche fisicamente, carismatico tanto che le donne del paese se lo mangiano con gli occhi quando appare la prima volta, ma poi corrono, stringendosi il velo in testa alle sue intemerate, è un vero tornado. Ripulisce la chiesa, la canonica, dà la sveglia a tutte le attività parrocchiali, porta i ragazzi in gita a Parigi, si compra le panche della cattedrale dell’Aquila terremotata, per aiutare i confratelli colpiti. Fa riparare l’organo dell’oratorio, che taceva da cento anni e canta lui per primo a squarciagola, in una corale che riempie la chiesa di fedeli anche stupefatti e di laici incantati dal parroco-musicista.

Predica come i migliori oratori di santa Madre Chiesa nei secoli, con citazioni e sferzate fredde e analitiche. Quasi uno spreco, quando la chiesa è deserta nel gelo dell’inverno, un trionfo, quando la riempiono i turisti estivi, i bergamaschi dalla fede terragna, i lombardi di rito ambrosiano, i bassopiemontesi da Mondovì e Alba, le colonie estive dei martinitt di una volta, zeppe oggi di adepti di Comunione e Liberazione.

Chi storce il naso, ma chi rimane colpito, addirittura chi lascia la chiesa indignato per la super-restaurazione, quando don Danilo canta troppo in latino o avverte dal pulpito che si ricorda come “le vigenti disposizioni stabiliscono che la comunione si può prendere inginocchiati all’altare”. Così il rito laiguegliese capovolge pezzi del Concilio Vaticano II e rivedi scene dell’infanzia: i fedeli alla balaustra della chiesa, il sacerdote che distribuisce la particola consacrata con il chierichetto in cotta rossa, che regge il piatto per raccogliere le briciole dell’ostia. Un revival, un amarcord assolutamente imprevedibile.

Che salto indietro, soprattutto, e che distanza dalle semplificazioni di papa Francesco: è, dunque, restaurazione questa nel regno del vescovo Oliveri, che fa riemergere la vecchia liturgia, è un motu proprio del parroco inarrestabile e del suo vescovo Mario o è solo una diversa applicazione dei codici canonici e delle costituzioni vaticane, che anche Benedetto XVI ha spiegato, come giustifica sereno e tranquillo il parroco laiguegliese?

Altro esempio della Diocesi bis: il rito antico e le scelte recenti delle decisioni ratzingheriane col timbro pontificio fanno schierare la più importante parrocchia di Loano, sempre dell’orbita della diocesi di Albenga, dalla parte di Benedetto XVI contro Francesco nella liturgia della Messa, come se il papa Bergoglio non fosse riconosciuto, come se la tesi del giornalista scrittore Antonio Socci sulla “irregolarità” dell’ultima elezione papale fosse tradotta già nelle pratica liturgia domenicale della messa stessa.

Ce ne è abbastanza per provocare l’intervento vaticano, dagli scandali, dai protagonismi dei parroci, dalle restaurazioni liturgiche. E così, dopo la visita di monsignor Francesco Bernardini, nunzio apostolico spedito da Roma a Albenga in gran segreto, scatta la decisione del vescovo-bis, inviato ad aiutare, ma pronto a succedere sul soglio di Oliveri.

Certo a Roma, e non solo, il vescovo che regna da 25 anni ha i suoi amici e i suoi protettori, a incominciare da Tarcisio Bertone, ex segretario di Stato, che cerca di evitarne la rimozione, continuando con il cardinale Domenico Calcagno, ex vescovo di Savona, potentissimo con Bertone negli affari economici della Chiesa, con il cardinale Raymond Leo Burke, l’avversario del papa nella battaglia recente del Sinodo dei vescovi e perfino con il cardinale Mauro Piacenza, genovese, ex potentissimo presidente di Congregazione all’epoca di Bertone e discepolo, non caso, di Giuseppe Siri.

Ma queste amicizie e protezioni non fermano la decisione del Vaticano, che invita il vescovo Oliveri a acconsentire al proprio pensionamento, a alleviare la sua fatica di pastore così longevo. La Santa Sede ha già scoperchiato le sacrestie e scoperto anche le storie un po’ pruriginose.

Avranno i messi papali pure misurato la sproporzione della Diocesi di Albenga, nel numero dei sacerdoti, rispetto a quella abituale nella chiesa disseccata di vocazione di questi tempi moderni. E saranno passati anche dalle chiese come quella della piccola Laigueglia, dove la messa di Ferragosto, per l’Assunzione o quella di Pasqua assomigliano, per celebrazioni, canti, citazioni, paramenti e dottrina dal pulpito, a Pontificali vaticani.

E alla fine ecco il vescovo bis che arriva e si insedia e già questo è un fatto sconvolgente, perchè dove va a abitare monsignor Borghetti? Qui non c’è un convento romano di Santa Marta, dove insediarsi per predicare un nuovo linguaggio della Chiesa, come ha fatto Francesco a Roma. Nè si può sfrattare il povero vescovo Oliveri, emarginandolo magari a Imperia, che sarebbe una ingiusta punizione. Così il vescovo bis va a abitare nel grande Seminario e fa da contraltare anche geografico al vescovo decadente, in un doppione che durante le feste pasquali esplode con i riti e le messe, celebrati da due vescovi paralleli, la messa e la contromessa… Uno in una chiesa, l’altro nell’altra. Ite messa est!

Ha voglia il vescovo mezzo deposto e mezzo no a scrivere una accorata lettera ai suoi fedeli per spiegare bene che il nuovo monsignore è venuto a dare una mano, ad aiutarlo, a assisterlo nel suo logoramento di vecchio prete stanco da tanti anni di servizio e pure provato dalle proprie vicende familiari (un anziano fratello ammalato, che solo lui può accudire, “con gioia e devozione”, come scrive lui stesso commosso.) C’è chi quella lettera la prende come la incapacità a ritirarsi, ad accettare il peso degli anni, ma anche quello degli scandali e così sull’edizione ligure di Repubblica appare la sfuriata di Vittorio Coletti, noto docente unoversitario, autore del rinomato vocabolario “Sabatini-Coletti”, imperiese di cittadinanza, che accusa Oliveri di non ammettere la sconfitta. “Se non serve neppure arrivare a settanta anni da vescovo della millenaria chiesa cattolica per capire quando è il momento di farsi signorilmente e umilmente da parte, se non basta neppure una vita passata passata , si presume, a predicare l’inutilità delle glorie terrene, per evitare il gesto patetico di scrivere e proclamare a destra e manca ‘ho vinto io’…”, scrive durissimo il Coletti.

In realtà chi comanda davvero a Albenga-Imperia, diocesi dell’estremo ponente ligure, non si è ancora capito. In ballo c’è la mano che impugna il pastorale o la partita in gioco è diversa e tra i fumi dell’incenso e i canti gregoriani e le canne d’organo restaurate, la Chiesa gioca un’altra partita? Le vie del Signore sono o no infinite, anche nella periferia della diocesi di Albenga-Imperia?