Franco Manzitti

Black Friday, venerdì 17. A Genova tremò la Banca. E Malacalza 

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Black Friday, venerdì 17. A Genova tremò la Banca. E Malacalza

GENOVA – Nel cielo grigio di Genova i segni dell’Apocalisse c’erano tutti, a partire dalla data sul calendario. Era il venerdì 17 del mese di novembre dell’anno 2017, per fortuna anno non bisestile, ma comunque finanziariamente funesto per la banca-mamma dei genovesi-liguri, la Carige, ex Cassa di Risparmio di Genova e Imperia. Il consiglio di amministrazione era riunito per “tamponare” la falla improvvisamente aperta nell’operazione di aumento di capitale, il quarto degli ultimi anni, con la decisione del Consorzio di Garanzia di non firmare l’accordo per iniettare nelle casse esauste della banca altri 560 milioni.

Vacillava il Consorzio, composto da Credit Suisse, Deutsche Bank e Barclays, e aveva vacillato per tutta la giornata precedente, il venerdì nero, altro che il black friday della settimana successiva dedicato al consumo.

Quel friday nero poteva essere catalizzato dal crak della banca, con il titolo sospeso in Borsa, congelato per il week end, mentre precipitava sotto il valore di un centesimo, il cda, dal quale si alzavano alte grida tra i patron della famiglia Malacalza, titolari del 17,6 per cento, il vicepresidente Vittorio Malacalza, protagonista numero uno dell’operazione Carige, i suoi figli Davide e Mattia, presidente di Malacalza Investimenti, gli altri soci e i rappresentanti del Consorzio di garanzia.

Titolo a picco e congelato, il quarto aumento di capitale dal 2008, per un totale di 3 miliardi e 200 milioni, chiesto agli azionisti e risparmiatori con quest’ultima quota di 560 milioni, i Malacalza decisi a non mollare l’osso anche nella tempesta più dura e con la prospettiva, dal 2015 del loro ingresso in Carige, di averci messo oltre 400 milioni di euro e di giocarsi quindi una superpartita, la patrimonializzazione della banca ridotta, con il titolo sotto il centesimo di valore a poco più di 100 milioni di euro, le file di cittadini nelle filiali a chiedere lumi e a cercare di ritirare i loro risparmi dai conti correnti., la citta’ scossa dai titoli dei giornali che annunciavano un possibile crollo……..ditemi se questo non era il venerdi 17 per definizione.

Tremava il palazzo di 14 piani, dove ha sede la Carige, di fianco alla piazza De Ferrari, in faccia al Teatro dell’Opera, dal quale era uscito anche il piano di riassetto del personale, che prevede l’uscita di 1200 dipendenti a fronte di un organico di quasi 6000 e contro il quale era già in previsione uno sciopero di tutti i dipendenti, dopo il week end, se si superava quel week end nero.

Tremavano gli sportelli della sede centrale di una banca che l ‘apoteosi trionfale del suo presidente padrone fino al 2013, Giovanni Berneschi, aveva portato al numero di 800 in tutta Italia, prima che le indagini della Banca d’Italia e poi delle Procure della Repubblica e poi della Bce avessero scoperchiato la Grande Truffa del capo, trasformato da Imperatore in Diavolo, arrestato, smascherato, condannato in primo grado, nel febbraio del 2017, a nove anni e mezzo di galera con i suoi complici, in una maxitruffa consumata ai danni della banca, dei suoi clienti.

“Potevano darmi l’ergastolo o la fucilazione”, aveva dichiarato questo incredibile personaggio capovolto della storia recente genovese, un self made man entrato come l’ultimo degli impiegati, diventato il padre-padrone della banca e della città, che oggi si aggira come un fantasma per la città impegnato in una forsennata difesa, con un codazzo di avvocati e commercialisti che cercano di dipanare uno dei grovigli di accuse più complicato tra esportazioni di capitali, flussi di denari, perizie false , vendite gonfiate, plusvalenze vertiginose e operazioni in capo a una ghenga nella quale troneggia lui, Giovanni Alberto Berneschi e il suo partner Ferndinando Menconi, il leader delle assicurazioni della banca, ma più che altro compagno di merende del presidente e quali merende, a leggere le cifre dei milioni sequestrati ai due e ai loro complici, mediatori immobiliari, commercialisti, responsabili di uffici di credito: milioni e milioni sequestrati nei loro forzieri, in Svizzera, in Austria e in Italia, dove erano tornati sotto lo scudo.

Tremava quel palazzo, dal quale Berneschi era sceso ancora libero e protervo nel settembre del 2013, costretto dalla lotta frontale con il presidente della Fondazione di allora, l’imprenditore dolciario Flavio Repetto, il Cavaliere, che allora deteneva il 43 per cento della banca.

Lui, Berneschi, aveva salutato uno ad uno le migliaia di impiegati, aveva dedicato a ognuno almeno tre minuti, chiamandoli e riconoscendoli nome per nome, carriera per carriere, perché erano “suoi”, prima di entrare nel forno crematorio delle accuse, dei rapporti della Banca d’Italia, poi delle procure, le manette, gli arresti domiciliari, perfino lo smascheramento dei suoi rapporti familiari con la moglie e la nuora coinvolte come prestanomi nei conti correnti, nelle acrobatiche operazioni di gonfiamento e sgonfiamento di beni da comprare e poi rivendere, tenendo in tasche sempre più gonfie sovraprezzi da vertigine per alberghi di lusso o semilusso, comprati in Svizzera e anche in Italia, sulla base del principio spesso codificato ai tempi d’oro della megapresidenza Berneschi: “Nessun investimento è più redditizio di quello immobiliare”.

Consiglio ammanito ai clienti, che salivano a quel quattordicesimo piano e applicato all’ennesima potenza in proprio, fino a passare la frontiera con l’Austria, lui e la moglie, con valige cariche di contanti per mettere al sicuro i soldi da poi impiegare secondo quella autodisciplina, applicata come un mantra.

E dopo di lui da quel quattordicesimo piano, che svetta sui caruggi genovesi e che percorri facendo scricchiolare pavimenti di parquet di legno, coperti da tappeti preziosi e ammiraando le opere d’arte, patrimonio di un banca fiorente, oggi disossata, spianando le azioni e i conti di decine di migliaia di clienti, un vero popolo ligure, un tempo standardizzato per la sua vocazione al risparmio che, per carità, dove potevi depositarlo con fiducia, sicurezza e anche un po’ di orgoglio se non nella banca-mamma, dove il presidente ti parlava in stretto dialetto genovese, come se questa fosse l’ultima garanzia, il sigillo al massimo dell’affidabilità. Nessuno come noi, che le banche ce le siamo inventate, che il tasso di sconto è nato qua, che la Cassa di Rsparmio è una delle più vecchie in Italia e nel mondo….

Dopo di lui da quel quattordiucesimo piano sono scesi altri due presidenti e ad, scelti nelle tempeste successive all’esplosione dello scandalo: prima Cesare Castelbarco Albani e Giampiero Montani, poi Guido Bastianini, tutti rapidamente sostituiti, uno dopo l’altro dal ciclone Malacalza, entrato in banca con generosità e altissimo tasso di rischio, nel 2015.

Castelbarco e Montani scesi dopo che gli era stata attribuita la responsabilità di avere venduto troppo rapidamente e a costo troppo basso le famigerate società assicurative. Contro di loro Malcalza ha addirittura intentato una causa per danni, che sta facendo discutere tutti gli ambienti finanziari e che, forse, gli ha alienato qualche appoggio del mondo finanziario, soprattutto milanese.

Bastianini è stato fatto accomodare rapidamente, dopo neppure un anno di “regno”, per non avere spinto con sufficiente forza il quarto aumento di capitale, quello che ha scatenato indirettamente la tempesta culminata nel venerdì nero.

Con questo potenziale alle spalle non si poteva che andare verso il blak friday e sopratutto con la pressione della BCE a liberarsi dei cosidetti crediti deteriorati, la grande zavorra di miliardi che Carige ha incominciato szavorrare nel 2017, intraprendendo altre azioni per conquistare una redditività perduta da chissà quanto tempo nel labirinto non solo delle tempeste Bce e giudiziarie, ma forse prima, nel regime dittatoriale di Berneschi & company, quando la banca era diventata altro da sé: il luogo apicale dove passavano tutti, dalle tonache porpora dei cardinali genovesi a incominciare da Tarcisio Bertone, futuro segretario di Stato, ai leader politici locali e oltre, come il governatore ligure, ex ministro postcomunista Claudio Burlando e il ministro berlusconiano di Imperia, Claudio Scajola. E poi il corteo degli imprenditori e degli uomini d’affari, impegnati in operazioni di sviluppo e rilancio, dalla famiglia Messina,. armatori e terminalisti, al presidende del Genoa, il joker Enrico Preziosi, dall’armatore agente marittimo di grande vivacità, Gianni Scerni a personaggi più recenti come il costruttore del Ponente Nucera, al grande trader di frutta Orsero, al consorzio che sta realizzando sulla collina di Erzelli il futuro industriale informatico della città….

Bastava salire e Berneschi apriva la borsa, non senza espressioni colorate, battute in stretto zeneise, accidenti a questo e a quello….

E ora che quel venerdi 17 del 2017 è arrivato che succede? In una notte di tregenda e con una raffica di consigli di amministrazione, la banca , guidata dal quarto amministratore delegato, Paolo Fiorentino, un napoletano di facile comunicativa e di solide basi bancarie, scelto da Malacalza in ultima istanza, l’onda della tempesta è stata fatta passare.

Si sono appianati i rapporti complicati tra i soci maggiori, Malacalza e Gabriele Volpi, il settantaquattrenne tycoon genovese-recchelino-nigeriano, assistito _ secondo indiscrezione- da nientemeno che Giampiero Fiorani, qualche anno fa alla gran ribalta bancaria partita dal suo Credito lodigiano, che non si parlano tra loro, ma sono ambedue disposti a sottoscrivere l’aumento e a salire ancora nella cura da cavallo: Malacalza fino al 28 dal 17% e Volpi al 9 dal 6,6%.

Il terzo socio forte, Aldo Spinelli, grande trasportatore e terminalista, figura di spicco nella Genova portuale è sulla stessa linea di disponibilità, partendo dal suo 2,2%. Il Consorzio di Garanzia ha sottoscritto. La Consob ha approvato. Il titolo in borsa ha ripreso a ballare, salendo vertiginosamente e poi scendendo in una danza che dimostra le evidenti operazioni intorno a questa Carige, oramai estenuata da anni e anni di turbolenze, ma rimasta in linea su quel quattordicesimo piano, dal quale oggi, in un evidente cambio di strategia comunicativa, il nuovo amministratore delegato Fiorentino, compare spesso, convoca conferenze stampa, cerca di tranquilizzare sia i dipendenti traumatizzati, sia il popolo del risparmio genovese, choccato dai venerdì neri e dai loro riflessi.

Malacalza verserà altri 160 milioni di euro che, sommati ai precedenti, porteranno la cifra dell’impegno di questa famiglia, per altro una delle più liquide in Italia, a 400-450 milioni, investiti nella banca genovese. Una sfida che non si può perdere e che il sistema bancario ha incominciato a proteggere. Al salvataggio parteciperanno anche se con quote modeste Intesa San Paolo e Unipol. Nell’equity entrerà anche il Credito fondiario, che acquisirà nel portafoglio anche i crediti deteriorati.

Insomma, Malacalza non può mollare l’osso, il sistema ha trovato una soluzione, si è mosso anche il ministro dell’Economia Padoan, sollecitato dalla ministra ligure della Difesa, Roberta Pinotti e una società del Tesoro arriverà anch’essa in soccorso con un’iniezione di 20 milioni.

Il Venerdì 17 è passato, ma le onde della tempesta sono ancora lunghe, soprattutto se battono a libeccio, come i genovesi esperti di mare sanno.

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