Carige, Giovanni Berneschi e la città (Genova) che trema

di Franco Manzitti
Pubblicato il 9 Giugno 2014 10:20 | Ultimo aggiornamento: 9 Giugno 2014 10:20

Carige, Giovanni Berneschi e la città (Genova) che tremaGENOVA – Entra e esce dalle aule dei tribunali e dal carcere, dove sta chiuso da dieci giorni, tra gli agenti che lo scortano, stringendolo in mezzo con una grinta che fa paura, tra le mani una cartellina di documenti azzurra, la polo Ralph Laurent nera, un paio di jeans un po’ larghi, gli occhiali sul naso affilato, la capigliatura lunga e lo sguardo di ferro che lancia lampi. Giovanni Berneschi che il suo larghissimo cerchio magico genovese e ligure chiamava confidenzialmente Alberto, il presidente deposto in settembre della banca Carige e oggi il detenuto più eccellente delle patrie galere liguri, prima era il Doge, l’imperatore, con le fattezze alla Govi, l’eloquio senza fronzoli e con tutto il turpiloquio zeneise sciorinato a tono alto e il potere universale sulla politica, sull’economia, sul territorio intero. Salivano da lui, al quattordicesimo piano del grattacielo della banca, un grande fungo post moderno in mezzo ai caruggi, come si sale alla Madonna della Guardia: per chiedere la grazia, i soldi, i mutui i capitali, i crediti, ma non solo. Era il referente del principe, del re, del cardinale, tanto per citare Jannacci.

Oggi il Bernesco, come lo aveva battezzato il suo più illustre predecessore, con una storpiatura che oggi sembra un vaticinio terribile, Gianni Dagnino, un vero democristiano, delfino di Paolo Emilio Taviani, anche lui oggi impunemente trascinato nel gorgo del fango che sputa la banca, sta a Pontedecimo, carcere di periferia in una cella, tre metri per quattro, con sulla schiena accuse da paura, sotto un diluvio di rivelazioni che i giornali sciorinano con una dovizia e una precisione di recupero storico da scuotere fondamenta quarantennali, e la città lo guarda con misto di terrore, perfino ammirazione, simile a quella dei bambini davanti al lupo cattivo, vergogna e travolgente stupore.

Di Dagnino, che era il suo maestro, suo zio, il suo modello, l’uomo che lo elevò al massimo soglio e che gli mori nelle braccia fulminato da un infarto nello studio da presidente che lui avrebbe ereditato, ha rivelato che insieme nel 1993 esportarono due valigie piene di banconote e le portarono in salvo in una banca austriaca, facendosi accompagnare dalle consorti. Che si poteva fare nel 1993 del patatrac, dopo Tangentopoli, in attesa delle stangate di Giuliano Amato e della temuta superpatrimoniale? Salvare il salvabile.
Attenzione: anno 1993, una data che stragarantisce al Bernesco la prescrizione dalle imputazioni di esportazione di valutar, ma non l’ondata di sdegno per avere tirato in ballo il suo benefattore, un leader mai sfiorato da nulla e sopratutto il suo affetto più forte in una vita oggi emersa nel maxiscandalo, ma che il Bernesco stesso definisce “da impiegato”, o ancor di più da “francescano” dedito solo al lavoro indefesso per quaranta anni in banca, “stipendio fisso e per l’estate mi faccio un vestito blù”, come cantavano i “Gufi” del mitico cabaret milanese, ironizzando appunto su quella vita anni Sessanta sullo stipendio fisso.

Delle sue vicende giudiziarie, che lo hanno strappato da un pensionamento a 25 mila euro al mese ( cifra da lui dichiarata) e dalle turbolenze clamorose della sua ex banca e della azionista di maggioranza la Fondazione Carige, in cui affondava il suo naso aguzzo, che avrebbe potuto apparire bene nella favolosa mostra di van Dick in uno di quei ritratti di antichi genovesi esposti nel 2004 nel nobile palazo Ducale di Genova, risponde, nei primi interrogatori, con la durezza di replica di uno che è sicuro di ribaltare le accuse come un calzino vecchio.

Ammette di avere “accumulato” capitali da sempre e di averli trasportati in salvo in Svizzera, a botte di odierne decine e decine di miloni di euro, come Berlusconi potrebbe ammettere le sue passioni muliebri e le gioie dei bunga bunga. Confessa solo “una cazzata”, dice proprio così, quella di avere sostituito un foglio di verbale di una pratica proibita, come se quello fosse il pelo in un uovo cotto a puntino e servito su un piatto d’argento. Che il presidente-doge di una banca, self made man, diplomato ragioniere, vice presidente dell’Abi, appaia come un trafficante super di valuta, un esportatore e poi un capitalista scudato, non gli sembra per nulla una onta, una dimuntio della sua luciferina abilità di maneggiare i soldi.

Sembra di vederlo, mentre sbuffa con il naso e alza le spalle inquadrando le accuse, il processo che lo inchioda per ora alle croci della debacle della sua banca, in una vicenda che “se parlo io, sai quanti finiscono in galera, tremano anche le colonne di questo palazzo di giustizia e ce n’è per tutti, magistrati, carabinieri, finanzieri….”

Se lo misuri sotto la luce delle accuse devastanti di suo figlio, appena dimessosi dal ruolo di vicepresidente di Carige Vita, la società di assicurazione epicentro del crak Berneschi-Menconi (il suo indissolubile socio di affari, capo delle assicurazioni che impiombarono la banca) puoi anche restare folgorato.

Rubava tutto, rubava come un pazzo da vent’anni e mica solo quei due milioni, molto di più” _ accusa il figlio-nemico Alberto, intercettato in parlatorio con la moglie Francesca Amisano, sul cui conto svizzero finivano quasi “ a sua insaputa” i milioni frutto della presunta grande truffa: comprare a prezzi decuplicati con i soldi delle assicurazioni e inghiottire maxiplusvalenze da 35 milioni a botta.

E lei che ha firmato per anni e lustri le carte del suocero esportatore, senza battere ciglio e chiedere nulla, dirà ai giudici che lo faceva per pace familiare, per non interrompere il tornado di parole del Bernesco. Non conosceva se non da lontano i complici delle vendite a prezzi esorbitanti di albergi e palazzi, le cui plusvalenze diventavano il patrimonio di famiglia trenta anni dopo, chiudeva gli occhi e firmava. La portavano perfino a Lugano a ammirare l’Holiday Inn, che era il frutto di quei contorcimenti finanziari.

“Mio figlio sia calmo che io in carcere sto benissimo, mi hanno fatto un chek up che neppure alla Clinica Montallegro…..” _ ribatte Berneschi a quella contumelia che svela l’abisso tra padre e figlio, che non si parlavano, il padre non si fidava del figlio, il figlio odiava il padre potente, padrone assoluto, svettante in cima a quel grattacielo.

Il giorno dopo il blitz degli arresti, quando ancora il presidente deposto della Carige era agli arresti domiciliari e la moglie Francesca Amisano era già dietro le sbarre, lui il figlio se ne andò a fare una passeggiata in ufficio e entrando ironizzò con gli impiegati, strafottente. “Vedete, non mi hanno arrestato!” Come dire a me no, a quel fesso sì…

In pugno il Bernesco non ha solo quella cartellina azzurra dove si sostanzia la sua già chiara tesi difensiva: ho accumulato e esportato capitali, ma da sempre, una vita da impiegato che vive come un francescano, solo qualche sabato a zappare la sua terra a Ortovero, nello spezzino, a guidare il trattore e il resto a lavorare, a disegnare trame per far cresce la banca, da 70 a 700 sportelli in pochi anni, fino a creare nel 2012 Carige Italia oltre Carige, per mettere il cappello sul boom nazionale dell’istituto genovese. Milioni scudati che tornavano a casa impunemente sul conto dei parenti, come se niente fosse: ecco quello che ha fatto scattare la Guardia di Finanza, poi la Procura di Genova, il procuratore capo aggiunto Nicola Piacente e il Pm Silvio Franz, l’innesco della bomba giudiziaria, sette mesi fa, quando un ufficiale della Finanza aveva fatto la scoperta sul conto della Amisano.

Va tutto bene, state tranquilli”, se la spara uscendo da sei ore di interrogatorio il Bernesco, che ha rifiutato perfino i panini al prosciutto che avvocati e giudici hanno mangiato. “Prima parlo, poi mangio”, annuncia respingendo il vassoio e firmando la manleva per non essre trasferito nel Centro clinico del carcere di Sanremo, più attrezzato di Pontedecimo.
“Li sto benissimo e mi curano meglio che ovunque”, ripete ai suoi avvocati.”

E con il suo vigore conferma la battaglia dei prossimi giorni, quando tornerà in Procura per dimostrare tutto e per far tremare la città, che non sa più dove guardare per capire se quella minaccia è un gesto vuoto, una scenografia pirotecnica del personaggio o se alla fine lo stile Berneschi rientrerà nei suoi canoni, che sono quelli di chi è capace di urlare, minacciare, ma poi di rientrare nel suo binario razionale di numeri, pesi e contrappesi.

Dicono a Genova che tutto questo sconquasso dipenda dalla vera intenzione dell’ex presidente -deus ex machina, che accumulava, dirottava, faceva acrobazie proibite con il solo scopo di diventare determinante nel controllo della “sua banca”, dalla quale era stato buttato fuori sotto il fuoco dei rapporti di Bankitalia e dei suoi rapporti devastanti anti Carige.

Con i “pattisti” aveva il sei per cento delle azioni, mentre la quota della Fondazione avrebbe dovuto calare vertiginosamente dal 43 per cento al 19 pronosticato e già raggiunto e anche più sotto. E lui aveva in carniere altre alleanze per foraggiarsi un rientro alla grande, la grande vendetta sul suo rivale, il presidente della Fondazione, l’imprenditore dolciario Flavio Repetto, anche lui travolto dalla valanga Carige in autunno, anche se ancora in sella come consigliere.

Berneschi 77 anni suonati e Repetto 82, i grandi vecchi di una storia che a Genova nessuno avrebbe mai immaginato di leggere e le cui prossime puntate sono pronte per essere scritte in una città che, comunque, vacilla.