Franco Manzitti

Cei, Bagnasco dal pulpito dei soldi grida all’Europa (e la nostalgia del ’68)

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Cei, Bagnasco dal pulpito dei soldi grida all’Europa (e la nostalgia del ’68)

GENOVA – Il pulpito da cui parla Sua Eminenza il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi Europei e fino al maggio scorso presidente della Cei, è il più ateo, materiale e secolare che ci sia. E’ nella sala della Borsa di Genova, un tempo potente e influente nel mondo della finanza. E’ il tempio dei soldi, della potenza terrena, il luogo dove le “grida” che si alzavano erano quelle, proprio nella sala chiamata così, per accaparrarsi i soldi, i capitali, le monete, quello che gli antichi moralisti chiamavano “lo sterco del diavolo”.

Invece il grido che lancia il cardinale è per un’Europa diversa, che ritrovi un’identità, la sua radice culturale , le sue nazioni, non i suoi nazionalismi e sopratutto la sua matrice cristiana. E’ un grido che recupera i valori base della società civile europea occidentale. In primis la famiglia, ma anche lo Stato, nel senso di Nazione, la sua identità storica, i corpi intermedi della sua composizione sociale.

E’ un grido contro le politiche che disgregano l’Europa, che predicano antichi schemi di austerità economica, secondo modelli sorpassati e minano la speranza. E’ un grido che segnala il rischio di lanciarsi non nel sogno di una utopia, ma di una “ri-tropia”, come insegnava il grande filosofo appena scomparso Sigmund Bauman.

Un cardinale, un principe della Chiesa e poi della Chiesa di Francesco, chiamato a intervenire su un argomento come questo delle prospettive sociali ed economiche dell’Europa, urgente proprio per le emergenze finanziarie, monetarie, per i risvolti sociali del terremoto che stiamo vivendo, invasi dai profughi, sottoposti al ricatto del terrorismo cieco e incontrollabile, scatenato da un Dio tanto diverso da quello che predicano Francesco e i suoi “principi” come Bagnasco.

Il cardinale Angelo Bagnasco incomincia da un grido e non poteva che essere così. Un grido e due domande: “ L’uomo è felice?” e poi “La scocietà è più umana?”.

Sono le domande base di un ragionamento che cerca subito qual è la condizione umana oggi in questo mondo nel quale l’infelicità galleggia come su un terreno planetario. “Quasi per spiegare il fatto che non ci sono più punti fermi, radicamenti, ci definiamo “cittadini del mondo”, dice il cardinale, spiegando questo vagare per città, paesi, nazioni come se questa formula ci proteggesse dalle incertezze del futuro e impedisse una perdità di identità.”

Non è così: perdiamo identità e abbiamo timore del futuro – ragiona Bagnasco: “Il mondo , invece, è “polare”. Il mondo è fatto di città, di casa, la tua casa, il tuo Paese e il punto di equilibrio è la tua vita: dove è la tua vita tra questi poli? Conclusione: la “polarità”, il tuo centro, è la vita stessa. Non altro.

Vivere al posto giusto.

Ecco allora come diventa importante il luogo nel quale vivi. “Si parla tanto di nazionalismi – dice Bagnasco – e quindi di populismo che avanza. I populismi nascono da niente altro che dalla paura, dall’incertezza, dall’insicurezza. Ritirarsi, chiudersi significa mettersi sulla strada del populismo.

Bagnasco rispetta gli sforzi dell’Europa, dell’Unione Europea, che cercano di sostenere la solidarietà tra popoli, tra nazioni, che dovrebbe essere un antidoto contro quel populismo scatenato a chiudere, appunto a ritirarsi.

“Ma attenzione perché se incominciamo a ragionare con la pancia – avverte – perdiamo la testa, ci facciamo prendere dalla paura e alimentiamo il populismo – dobbiamo, invece, far prevalere la Ragione.”

Il fine da perseguire è diverso da quello di chiudersi, di spezzettarsi, – ammonisce Bagnasco – la cultura dominate, quella che il papa cita, appunto, come “pensiero dominante”, come “pensiero unico”, che dovrebbe governare le nostre vite, è di cercare una visione comune.

Se si osserva quello che succede nei Paesi del Far Est ci si accorge di quanto siano arrabbiati con l’imperialismo ideologico che esercitiamo noi europei occidentali. Molti laggiù si difendono dall’arroganza occidentale, da una sorta di neocolonialismo arroccato nei populismi, che cresce, che si moltiplica”.

La visione del cardinale, il suo grido è contro “la discriminazione anticristiana che si sviluppa in Europa, in molti paesi dell’Europa, come quantifica perfino l’Osservatorio di Vienna – una istituzione che dovrebbe controllare lo stato delle discriminazioni nel mondo su base religiosa.”

“Eppure siamo nella civile Europa, plurale e tollerante” ironizza quasi Bagnasco, misurando come si stia scardinando questa definizione, come si polverizzi il concetto di una visione unica di tolleranza e di identità comune.

“Percepiamo un fine diverso, quello di considerare la persona come entità chiusa e individuale.”

Quale può essere la conseguenza di questa “deviazione”? “Malgrado il popolo, la gente vive ancora con categorie diverse nella testa, l’inquinamento è già cominciato. La conseguenza è il forte indebolimento dei “corpi intermedi” , la cui consistenza sarebbe, invece così importante per la democrazia”. sostiene il cardinale.

“La cultura disprezza i limiti: la vecchiaia, l’anzianità, la malattia e questo spinge alla disgregazione sociale. Dovremmo invece elogiare i limiti affettivi dell’età e non pensare che ogni limite porta sventura e tragedia. Non sono una condanna perchè tutti li abbiamo e perchè la ruota gira”.

Secondo Bagnasco, che parla dal suo pulpito europeo, il “dono dei limiti è, invece, uscire da se stessi e tendere la mano agli altri.”

“Questa è la grazia – dice – quella che permette di uscire dai propri limiti di assolutezza e predominio. La grazia che da chi chiede aiuto e lo riceve.

Eccolo qui il nodo del ragionamento che il cardinale fa, partendo dai polulismi, dai nazionalismi che stracciano l’identità collettiva, ma anche quella singola, facendoci diventare “cittadini” di quel mondo dove i limiti si esasperano e si caricano ancora di più.

“Bisogna, invece, puntare a un elogio dei limiti, perchè questi ci portano a una cultura dei legami , delle relazioni, anche affettive che producono uno slancio vitale. E’ chiaro che questo incomincia a funzionare a partire dalla famiglia.”

Qual è lo scopo della cultura individualista?, si chiede il cardinale. La risposta è facile: isolare gli individui, polverizzare il tessuto sociale, disgregare anche il mondo del lavoro, l’economia e la finanza.” Lo scopo di questa operazione, vista proprio dall’angolo dell’economia e della finanza è chiaro: manipolare, disporre come meglio si crede, con il risultato di creare una società che divora se stessa.

La famiglia come soluzione.

Il primo argine a questo dissolvimento è proprio la famiglia, un punto forte dove resistere e dove crescere.

Bagnasco cita un libro importante del filosofo Margit, che scrisse “La società decente”, dove si dimostra che il primo capitale è proprio quello che produce la famiglia: l’uomo. Ma questa azienda-famiglia non è né apprezzata, né sostenuta. Anzi si fa di tutto per penalizzarla, per dividerla, per sminuirla.

Ora il ragionamento di Bagnasco si sposta su uno scenario più generale, che poi è laa conseguenza dei ragionamenti precedenti. Come viviamo se non abbiamo “istanze superiori”?

L’Europa è secolarizzata: vuol dire che vive come se Dio non ci fosse. Quando si incontra la dimensione religiosa, si finge che non ci sia e la si mette ai bordi. Si impediscono le manifestazioni esteriori, si esclude il fatto religioso, lo si oscura o, al massimo, lo si “privatizza.”

“Attenzione_ osserva Bagnasco_ questo discorso che sto facendo non è confessionale. Sto parlando di ciò che è l’essenza della persona, che è slancio, che è intenzionalità. Se in questo non c’è istanza superiore ci si consegna alla legge positiva, al diritto che è insufficiente per farci vivere, per essere felici, tanto per tornare alla domanda iniziale di questo discorso”.

“Abbiamo sempre più leggi_ denuncia Bagnasco_ sempre più dettati su come comportarci. Cosa guadagniamo in questo modo? Che non ci misuriamo mai veramente con la nostra coscienza.”

Dobbiamo recuperare, dobbiamo trovare un altro equilibrio. E qui il ragionamento di Sua Eminenza tocca un altro punto chiave: quello della stabilità e della flessibilità, termini così correnti sopratutto nel mondo del lavoro e, quindi, così importanti nell’economia.

Bisogna recuperare il valore della stabilità in generale, di quella territoriale, di quella affettiva, sociale e anche, sopratutto, di quella lavorativa. Bisogna rispettare la stabilità del lavoratore. Vuol dire _ si chiede Bagnasco_ andare contro alla flessibilità, una specie di mantra della nuova filosofia lavorativa?

La soluzione del cardinale.

La soluzione del cardinale, che non gioca certo con le parole, ma le fonda sui principi è “che ci vuole una stabilità-flessibile”, altrimenti il lavoro si perde, si rischia di sradicarsi, di restare isolati e soli e si perdono i valori della creatività e anche la possibilità di reinventarsi, che è un valore positivo.

Il discorso torna sullo scenario generale, sulle peculiarità della tradizione, della storia di ogni nazione. “Bisogna cogliere questo _ osserva il cardinale_ il cammino dei popoli diventa pesante. La Chiesa crede in un’Europa unita. Il piccolo Davide, che è l’Europa, oggi a confronto dei colossi mondiali, delle nuove crescenti potenze economiche sociali, può ancora fare la sua parte. “La Ue deve tornare a far innamorare di sé i popoli dell’Europa, oggi disarmati e disamorati”.

Bagnasco è deciso: non ci si può perdere nelle macchinosità della costruzione europea, altrimenti l’Europa perde la sua anima, diventa altro. E tanto per non perdere le bussole della Chiesa di Roma e di Francesco ecco l’ammonizione finale: “Se Cristo è bandito l’Europa diventa altro”.

Si torna nel finale del discorso alla paura del futuro, con una sorpresa che il cardinale riserva alla conclusione. “ Il futuro è sempre stato la speranza, l’aspettativa. Anche io nel 1968 ho vissuto una grande speranza, la fantasia al potere, tutto che sembrava cambiare. Oggi il futuro è sede di incubi: perdere il lavoro e il proprio stato sociale, perdere la casa, vedere impotenti i propri figli, i propri nipoti, che scendono nel binomio benessere-prestigio.

“E’ chiaro che oggi i figli sono più poveri dei padri e hanno infinite possibilità in meno. La via del futuro fa, quindi, paura. Lo si dice sempre di più, sempre in privato non in pubblico”.

Il cardinale ora cita Bauman, il grande filosofo della società liquida, da poco scomparso, che diceva di come l’utopia oramai si fosse trasformata in ri-tropia. Un termine per sottolineare che oramai si guarda indietro, si ri-torna. “ Come se per salvarsi si dovessero ritrovare gli appigli di un tempo_ dice Bagnasco_ ma questo è pericoloso!”.

“Cosa fanno i leader europei? Cercano le soluzioni di ieri, come per esempio l’austerità. Attenzione si può morire di ciò. La nostalgia retroattiva può illudere e deludere.”

E’ l’ultimo grido del cardinale.

Terminata la prolusione il cardinale Angelo Bagnasco è rimasto nella sala delle grida della Borsa ad ascoltare tutti gli interventi della tavola rotonda alla quale il suo intervento aveva fatto da prolusione. Il tema era lo stesso “Previsioni sociali ed economiche per l’Europa”.

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