Claudio Scajola (13 processi, 12 assoluzioni) torna in politica

di Franco Manzitti
Pubblicato il 13 luglio 2015 13:13 | Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2015 13:13
Claudio Scajola (13 processi, 12 assoluzioni) torna in politica

Claudio Scajola

GENOVA – Il paragone è irriverente, quasi blasfemo sopratutto se visto da sinistra. Pertini, u’Sandru, il “presidente” degli italiani per eccellenza: sei processi, due evasioni. Titolo di un famoso libro sulla sua biografia: Claudio Scajola, u’minustru di Imperia, tredici processi, dodici assoluzioni.

Manca al leader del Ponente ligure, sepolto, appunto, dai processi a partire dal lontano 1982 e sempre riemerso innocente, prosciolto, prescritto, assolto, come quel cartoon di “Ercolino sempre in piedi”, solo il verdetto finale dell’ultima storia, quella del suo presunto favoreggiamento a Antonello Matacena, ex deputato forzista, marito della bella Chiara, latitante questo deputato, tra Dubai e Beirut.

Manca quel finale che Scajola attende con una inellutabilità tra l’ironico e il passivo, arroccato nella sua villa anch’essa superindagata sulla dolce collina di Imperia Oneglia come l’ultimo, ma sarà veramente l’ultimo?, passaggio di una vicenda giudiziaria infinita, l’altra faccia della sua carriera politica, al momento interrotta, meglio parcheggiata tra gli ulivi, la piscina, il buen ritiro ponentino di quello che è stato uno dei fondatori di Forza Italia, quattro volte ministro berlusconiano, cinque volte deputato, da quando aveva i calzoni corti attivista politico della Dc, presidente di ospedali, sindaco di Imperia, stratega di un territorio le cui fortune sono legate a lui, questo “ercolino” di 67 anni, una moglie fedele fino al più fastidioso martirio mediatico, due figli Piercarlo e Lucia, sempre al suo fianco, scudi umani per “u minustru”, lei giornalista acuta e pentita del suo mestiere per quel che ha visto intorno al padre, lui più in ombra, ma sempre un passo di fianco al padre mentre arrivano le freccie.

Gli Scajola, una dinastia del potere rivierasco diventato potere italiano con lui e ora, durante la sua eclisse, giunta alla quarta generazione con il nipote Marco appena nominato assessore all’Urbanistica della Regione Liguria, appena deburlandizzata, passata fianco destr sotto il segno di Giovanni Toti, uno Scajola 2,0 come organizzatore di partito, venti anni dopo.

“A settembre tornerò in politica” – ha confessato lo Scajola numero uno al “Il Secolo XIX” dopo l’ultima assoluzione che spazza via una vicenda ridicola rispetto al resto: la ricettazione di un’anfora romana trovata nel suo giardino durante un blitz di ben 14 finanzieri piovuti a casa sua subito dopo l’ennesino scandalo e alla ricerca di scottanti dossier che secondo l’accusa il ministro aveva nascosto dai suoi tempi al Viminale per teneredi sotto scacco gli avversari politici. Non trovarono nulla di rilevante .

Come potrebbe non tornare Scajola in questa sua lunga storia di eterni ritorni proprio ora che la sua Liguria è stata conquistata dal centro destra di Giovanni Toti, appunto, in qualche modo un suo successore al soglio berlusconiano, ora che le accuse cadono e che il tempo allontana o meglio attutisce le accuse non certo giudiziarie, formali e processuali che gli sono rimaste appiccicate addosso per quella frase-emblema “ a mia insaputa”, pronunciata all’esplosione dello scandalo della casa al Colosseo e per quelle intercettazioni che lo legano all’acquisto, da parte della sua scorta, delle calze della bella Chiara Matacena e che provavano un legame molto stretto con la lady che faceva impazzire Montecarlo.

Oggi Claudio Scajola appare come una specie di bersaglio fisso di tante inchieste giudiziarie, dalle quali è uscito indenne e che coprono uno specchio di accuse impressionante: dal controllo degli appalti per affidare la gestione dell’allora tentacolare Casinò di Sanremo, alla mancata scorta per il giuslavorista, poi ucciso dalle Br, Marco Biagi, alla frode fiscale, alla truffa, al finanziamento illecito dei partiti e via andare. Da sindaco di Imperia a ministro del Governo berlusconiano con dietro sempre le Procure all’inseguimento di ipotetici reati….

Ma tutte queste accuse sono alla fine andate a vuoto dopo anni di crocifissioni mediatiche, di processi, di Procure mobilitate a Milano, Roma, Perugia, Imperia ovviamente e quel che resta, mentre il protagonista si affaccia dal cancello del suo giardino di Villa Ninina, sono appunto le frasi storiche come quel “ a sua insaputa” che resterà un tormentone. Scajola appare anche come un resistente giudiziario, che, stando aggrappato alle carte dei suoi processi, con testardaggine quasi ossessiva, è riuscito a uscirne sempre, attraversando i cerchi di fuoco.

I cronisti lo ricordano dopo il clamoroso arresto del 1982, quando i carabinieri andarono a prenderlo in Comune e lo portarono in una caserma di Milano, quella storica di via della Moscova, dove stette tre settimane senza sapere neppure di cosa lo accusavano. “Per non impazzire mi piantavo le unghie delle mani nei polsi, mi davo dolore per restare cosciente e vigile.” _ avrebbe raccontato, quando quell’ avventura si concluse con il proscioglimento in istruttoria e lui tornò a Imperia per la prima della sue risalite. Da zero a sindaco di nuovo con una lista civica che intanto la “sua Dc” stava sparendo.

E quando scoppiò il caso Biagi, nel luglio del 2002, dopo quella fatidica gita a Cipro con i giornalisti a seguire il vertice del ministro dell’Interno, gli stessi cronisti lo ricordano ammutolito o quasi nel suo storico giardino di quella villa imperiese, con la moglie che accoglieva gli amici al cancello e confessava, con un filo di dramma: “E’ morto dentro…..”. Lo scandalo di quella frase sul martire delle Br, a suo dire l’equivoco di averla riferita ma non pronunciata direttamente. Glielo aveva detto un altro ministro del suo governo, Roberto Maroni che Biagi, la vittima caduta sotto il fuoco vigliacco delle br era un rompic…” e lui ora pagava…