Scajola per sindaco a Imperia: Napoleone contro Toti, 3 volte nella polvere, ancora sull’altar?

di Franco Manzitti 
Pubblicato il 21 marzo 2018 6:15 | Ultimo aggiornamento: 21 marzo 2018 8:18
Claudio Scajola per sindaco a Imperia

Scajola per sindaco a Imperia: Napoleone contro Toti, 3 volte nella polvere, quante sull’altar

ROMA – Altro che due volte nella polvere e due volte sull’altare.

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A 70 anni suonati, otto inchieste giudiziarie contro archiviate e tre processi celebrati, di cui due conclusi positivamente e un’inezia ancora in piedi, quattro volte ministro della Repubblica, parlamentare dal 1996 al 2013, sindaco di Imperia, la sua città, per due volte, da trentenne negli anni Ottanta e da quarantenne maturo nei Novanta, Claudio Scajola ci riprova. E si candida per le elezioni di maggio a ridiventare per la terza volta nella sua vita primo cittadino della sua città, 40 mila abitanti e un declino inarrestabile che nel bene e nel male è ruotato in questi decenni anche intorno alle sue alterne fortune politiche e umane.

Facendosi precedere da brani letti da attori su testi di Pericle, Baumann, Churchill e sull’aria “Nessun dorma” di Puccini, cantata da due soprani, lo Scajola resurrexit in un sabato di inverno ancora freddo, davanti a una folla imprevista e strabocchevole nell’aula magna della Camera di Commercio di Porto Maurizio.

E dopo un’attesa di alcuni mesi rompe gli indugi e annuncia davanti a tutti che si candiderà, “per tutti e contro nessuno”, come scandisce alla fine del suo discorso “il più emozionante della mia vita” ed anche quello che acuti e anche critici osservatori, come l’italianista Vittorio Coletti, compagno di scuola e avversario politico, giudicano il migliore della sua sempiterna carriera.

Parla deciso, malgrado le venature emotive, l’ex ministro di Berlusconi, il primo organizzatore di Forza Italia, quello caduto una prima volta sulla frase contro il martire Br Marco Biagi, poi una seconda per la casa “a sua insaputa” con vista Colosseo a Roma, poi una terza volta nell’inseguimento libanese e monegasco a Chiara Rizzo, la bella moglie di Amedeo Matacena, il latitante d’oro deputato di Forza Italia.

Tutto passato, archiviato, prosciolto giudiziariamente, tutto cancellato come i maxi processi quali quello per il maxiporto turistico di Imperia, che lui voleva costruire con l’esimio Francesco Caltagirone Bellavista (anche lui assolto, dopo otto mesi di galera, da settantacinquenne innocente) o quale il mini processo per avere messo nel suo giardino di Diano Calderina, sopra Imperia, reperti romani indebitamente acquisiti.

E rieccolo lo Scajola Claudio, figlio terzogenito del Ferdinando, primo sindaco di Imperia, amico di De Gasperi, lui fratello di Alessandro, anche esso sindaco di Imperia, onorevole e vice presidente della Carige genovese, zio di Marco Scajola, oggi assessore all’Urbanistica regionale, ultimo virgulto di questa dinasty venuta dalla Sicilia e che ha in mano Imperia da decenni.

E che lui, Claudio, non vuole mollare, perché dopo l’uscita di scena, le ripetute dimissioni da ministro, l’esclusione un po’ pelosa dalle ultime candidature parlamentari, organizzate dai suoi nemici dentro a Forza Italia, dopo i silenzi, i ritiri alla Cincinnato, ma anche quelli da incazzato sommerso da fascicoli processuali, le esposizioni anche un po’ pruriginose per il suo legame con la famiglia Matacena e con la bella Chiara …..verso cui ha ammesso, per evidenti ragioni processuali, “sentimenti di trasporto”, ci ha pensato e ripensato alla sua stagionata candidatura.

E alla fine ha deciso di candidarsi non contro nessuno, come sottolinea stentoreamente, ma un po’ contro un bel pezzo del centro destra ligure e in particolare contro Giovanni Toti, il governatore- pigliatutto, che ha portato a destra la regione Liguria, le ultra rosse Savona, Spezia e addirittura Genova e ora voleva completare il puzzle ligure della sua personale supercollezione politica con Imperia al voto in giugno. Chi rompe il giocattolo di Toti, chi gli impedisce, a due passi dal Casinò di Sanremo, l’en plein se non Claudio, che potrebbe essere quasi suo padre e che è stato in un’altra era quello che il governatore fu in tempi recenti: il più vicino al trono di re Silvio, il consigliori, il portavoce, il confidente, la longa manus.

E il Cavaliere che in questa ressurrectio non compare con evidenza sembra essere presente se non in corpo nello spirito di una grande operazione che punta a mettere la mordacchia al cavallo scavalcante di Toti, al suo modello vincente e così solido nell’alleanza con la Lega salvinizzata.

Il giorno dopo il 4 marzo con chi era a brindare al sole di Portofino il supergovernatore di Liguria se non con Matteo Salvini, il trionfatore in camicia a quadri e sorriso a trentadue denti, con i calici in alto e i forzisti a fumare di rabbia.

Un avvertimento era già partito verso il Toti “totalizzante” con il blocco delle sue candidature per le Politiche e lo stop a almeno tre dei suoi assessori giovani e rampanti, tra i quali l’ultimo degli Scajola, costretti a restare nelle stanghe, cioè nei loro incarichi di assessori regionali. E dietro questa mossa lumeggiava già dalla periferica Imperia l’ombra di Scaiola senior, che stava riflettendo sulla sua candidatura e su quella convergente del nipotino, presentato come l’unico che poteva bloccare la sua terza corsa verso il palazzo del Comune imperiese. “Potrei rinunciare a correre solo se si candidasse mio nipote Marco”, aveva sibilato Claudio. E così il governatore si era messo a tempestare il proprio assessore, pencolante tra una candidatura parlamentare, il restare a fare l’assessore regionale e la corsa municipale, per stoppare lo zio che voleva rompere il giocattolo di Toti, ultra federatore ligure.

Che bel guazzabuglio, mentre zio Claudio sulla sua splendida collina di Imperia-Oneglia rifletteva sulla sua candidatura, in cottura già da mesi, a fuoco lento, ma mai spento, con ogni strada, ogni pertugio imperiese che sussurrava: “Claudio torna, Claudio si candida,. Claudio corre”.

Ci volevano solo gli ultimi proscioglimenti, le ultime carte bollate che sono arrivate tra Reggio Calabria (processo Matacena) e la Procura di Imperia, e Scajola ha rotto i suoi indugi. Non semplicemente in un’ottica municipale ristretta, ma in un gioco un po’ più largo, che uno come l’ex parlamentare, ministro, co-fondatore di Forza Italia, non si restringe certo nei suoi orizzonti.

Ecco allora che tutto si combina, prima con l’altolà al Toti totalizzante, poi dopo il 4 marzo attraverso un immancabile recupero di pace famigliare tra zio e nipote e un nuovo sfondo del centro destra: a Toti arrivano avvertimenti e qualcosa di più nell’eventualità di una sponda troppo esclusiva verso la lega salviniana, in proiezione di governo con i 5 Stelle.

E Scajola snocciola il suo show proprio il 16 marzo dell’anniversaario del rapimento di Aldo Moro. In sala accanto a sua moglie, Maria Teresa, c’è seduto proprio Marco Scajola, rasserenato e plaudente. Ci sono tutti quelli di Forza Italia, molti leghisti e molti altri. Ci sono gli “arancioni” di Toti e davanti a questo parterre il “resurrexit” è completo ed anche spettaccolare, non solo per l’aria pucciniana e le citazioni dotte e emozionanti.

Il discorso di Scajola, che non parlava in pubblico da gran tempo, certamente da prima dei suoi ultimi supplizi di Tantalo, cui la gogna mediatica lo ha sottoposto progressivamente nel tempo, è stato preceduto dalla musica questa volta meno datata di Bruce Springsteen nella versione di “Born tu run”, “Nato per correre”, una canzone che all’ultimo ha sostituito “Eh già” di Vasco Rossi, le cui parole “Eh già, sono di nuovo quà “, potevano sembrare un po’ irridenti.

L’annuncio ha avuto un contenuto molto municipale, dedicato a Imperia, città dei fiori da recuperare, dopo essere scivolata in un declino verticale, cui Scajola senior dovrebbe porre mano per la terza volta nella sua vita e per la quale ha già sciorinato le sue ricette condite sopratutto dalle parole di Baumann a favore del lavoro “di comunità”.

Ma ora? Il governatore Toti non accetta che il suo giocattolo si rompa proprio quando stava per incastrarci l’ultimo pezzo, cioè la città di Imperia. Rifiuta l’idea di lasciar correre con nelle sue vele il vento di tutto il centro destra un personaggio che considera “vecchio “, “datato” della Prima Repubblica. E cerca un candidato da contrapporgli, che è un po’ come se a Roma qualcuno cercasse di trovare nel mondo del calcio uno più popolare di Francesco Totti. Mica facile.

Il presidente ligure è riuscito a trovare candidati vincenti: a Savona, la bella Ilaria Caprioglio, a Genova il manager Marco Bucci, a Spezia Pierluigi Perracchini. Sono tutti alla prova del fuoco e per ora nessuno fa fuoco e fiamme, anzi stanno già incontrando le prime difficoltà, ma i cicli della destra in Liguria sono ai primi giri di boa.

La partita di Imperia è complicata, perché Scajola conosce ogni millimetro del territorio e le presenze al suo show dimostrano che la trasversalità è già acquisita. Sicuramente il pallino è nelle mani del “rieccolo”. Ci sarebbe un po’ pomposamente da scomodare Manzoni, correggendo il numero: “In fondo tutto ei provò la gloria, maggior dopo il periglio, la fuga, la vittoria, la reggia, il triste esiglio, tre (non due) volte nella polvere, tre (forse non due) sull’altar”.

Qualcosa di municipalmente napoleonico la storia di Claudio Scajola ce l’ha. O no?