Coronavirus cambia il talk show. Guida Floris ma la star è Ilaria Capua

di Franco Manzitti
Pubblicato il 14 Aprile 2020 18:58 | Ultimo aggiornamento: 14 Aprile 2020 19:10
Coronavirus cambia il talk show. Guida Floris ma la star è Ilaria Capua

Coronavirus cambia il talk show. Guida Floris ma la star è Ilaria Capua (Foto archivio ANSA)

 Abituati allo sfrenamento dell’incompetenza diffusa a reti unificate con la politica sbragata di questi ultimi anni.

Rassegnati alla virulenza dialettica fatta spesso di improperi, imbevuti dell’odio diffuso sui social.

Assistiamo oramai da quaranta giorni a un capovolgimento totale della realtà televisiva.

Andavano in onda leader, leaderini, finte primedonne, quaquaraquà investiti di ruoli spropositati rispetto al loro peso specifico, capi e capetti, portavoce.

Spesso anche opinionisti d’accatto.

E ora la tragedia dell’ epidemia ci trasmette via etere ogni giorno e a dosi massicce un altro mondo.

Non lo conoscevamo e impariamo a individuarlo con uno stupore calibrato bene dall’emergenza in cui viviamo.

Ecco i virologi, in una quantità che neppure conoscevamo potessero esistere, gli epidemiologi, gli infettivologi, gli statistici, i pneumologi, i matematici.

Tutti con il loro incarico di prestigio, spesso in Università o centro studi stranieri, prevalentemente americani, dove il loro sapere svetta incontestabilmente.

Appaiono in ogni trasmissione televisiva delle tante – diremmo tutte – che quotidianamente offrono discussioni, analisi di dati, curve, infografiche, statistiche del maledetto coronavirus.

E del suo espandersi planetario.

In un confronto che ci vergogneremmo a chiamare talk show.

Siamo oramai dipendenti da questi esperti, che ruotano in questa gigantesca macchina di comunicazione concentrata sulla pandemia, sul fatto più grave che la nostra generazione, e le altre prossime alla nostra, abbia mai vissuto.

Sulla vicenda che concentra l’attenzione planetaria in una ossessione senza più limiti e confini.

E ci stupiamo che parlino un linguaggio così chiaro, che esprimano concetti comprensibili in materie che neppure sapevamo che esistessero.

Pensavamo al virus come solo all’effetto di una propagazione di mode, tendenze, spesso stupide o massive.

E ora lo sentiamo analizzare scientificamente, molecola per molecola, curva per curva, picco per picco, plateau per plateau, decesso per decesso.

Ci stupiamo a misurare non solo la competenze, ma la civiltà e la passione delle esposizioni, l’esattezza dei riferimenti, la tranquilla e ferma analisi di fenomeni che ci terrorizzano.

Certo: ci sono quelli più bravi e quelli meno, quelli più sicuri, quelli più diplomatici, quelli più pessimisti e quelli meno, chi ispira fiducia e chi ci inquieta.

Ma parlano tutti dando l’impressione di conoscere a fondo la materia, ecco la grande differenza con i politici e mass-mediologhi, gli esperti di comunicazione e gli opinionisti, che hanno in tasca spesso solo le proprie idee anche un po’ confuse e le cambiano continuamente.

Su tutti svetta a mio avviso Ilaria Capua, la virologa oggi a capo di un grande istituto di ricerca in Florida, studiosa dei virus appunto.

Già molto conosciuta in Italia non solo per la sua capacità, ma perché era stata eletta in Parlamento con la lista di Monti.

Poi falciata dalla solita inchiesta-scandalo rivelatasi una totale bufala: assolta perché i fatti non sussistono dopo essere stata trascinata nel fango.

Oggi ci sorride con leggerezza dagli Usa, spiegando l’inferno del corona virus e riuscendo a esemplificare l’infezione che terrorizza il mondo con una semplicità quasi casalinga.

Parla dalla America travolta anch’essa dall’epidemia con una proprietà perfetta.

Senza lasciarsi scappare neppure un termine scientifico, come potrebbe descrivere una pratica che tutti conosciamo.

Viene spinta a fare previsioni, a dire quello che tutti vorrebbero sapere.

Come andrà avanti, se si fermerà, quali conseguenze produce.

Come si svilupperà nel mondo, come subirà gli effetti del clima.

Come possiamo combatterlo e come possiamo curarlo, aspettando il vaccino.

Risponde sempre dopo un sorriso leggero, quasi timido.

Non dà certezze che non può offrire.

Ma spiega, descrive questo nemico che lei chiama un po’ ironicamente il nostro “capo” e si capisce che dietro c’è una vita di studio, di approfondimento costante.

Capisci che passa le ore a studiare le “sequenze molecolari” di questa bestia e che confronta numeri pandemici affluiti da tutto il mondo sulla sua scrivania.

Ha dovuto andarsene dall’Italia per lavorare meglio dopo l’insulto infamante di quella inchiesta.

Ma è lì a spiegare per ore agli italiani, ai giornalisti, agli interlocutori che la affiancano con serenità e limpidezza, senza neppure un sussulto polemico.

Sono tutti lì a pendere dalle sue labbra e le trasmissioni.

Dove fino a ieri sentivamo i berci dei politici, spesso incazzati e per lo più vuoti di argomenti se non i propri risentimenti, girano intorno a lei.

È perfino stata eletta “bussola” per orientarci nella lotta al virus da Floris, il conduttore di “Di Martedì”.

È la trasmissione che segna sulla 7 la mutazione genetica di questo genere di spettacolo Tv: da ring a confronto illuminato dalla scienza.

La Capua è diventata così la superstar, se le si può applicare questo titolo.

Che in realtà potrebbe essere letto come un insulto.

Paragonandola a chi si fregia dell’appellativo nella tv pubblica e privata, ammannendo ben altro che non pareri scientifici e analisi documentate.

Ma pescando nel lercio degli istinti più bassi della politica e del vivere civile.

Ma tanti altri, oltre alla Capua, stanno cambiando il linguaggio della televisione al tempo del coronavirus.

A incominciare dallo staff del Comitato tecnico scientifico che affianca il Governo.

Ogni giorno compare insieme e a fianco, uno rigorosamente per volta, di Angelo Borrelli, il capo dipartimento della Protezione Civile.

Alle ore 18 in quelli che continuano a essere i “Vespri” di questo tempo di paura, pandemia, speranza, la “diretta” obbligatoria, quella che offre i dati della pandemia, ritmati, inesorabili.

Poi interpretati, spesso dopo contestati anche duramente, ma sempre lampanti. Essi stessi la bussola della giornata, con la montagna di cartelli infografici che vi vengono costruiti sopra da legioni di statistici, analisti, epidemiologici, centri studi….

Anche qui c’è un numero uno, che è Franco Locatelli, 59 anni bergamasco.

Medico e pediatra oncoematologo, esperto di terapie cellulari al Bambin Gesù di Roma, di formazione universitaria alla gran scuola dell’Università di Pavia, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.

Insieme il più perentorio, ma anche il più convincente.

Parla in modo tanto cadenzato che all’inizio appariva perfino bloccato, invece la sua è la perfezione della didattica epidemiologica.

Inquadrata nell’ambito dei numeri, della loro spiegazione, nel quadro vasto spesso dolente dell’ emergenza, ma anche in quello della speranza con venature emotive.

Trattenute in una narrativa sempre ferma, quasi scolpita in una sintassi perfetta e in una grammatica senza una sola incertezza.

Ma parlano tutti così?- ti viene da chiederti, ascoltando Locatelli, che interviene dopo Borrelli e lo supporta.

E poi risponde alle domande dei giornalisti incominciando sempre:

“La ringrazio di questa domanda”,

anche se la domanda è una stilettata all’azione dell’Istituto.

Capisci che Locatelli si spinge fino al limite del “non dicibile”, quando gli fanno domande senza possibile risposta del tipo: “Ma quando incomincia la fase 2”.

Sai, però, che non ti vende né fumo, né notizie imbonitorie per calmare l’ansia da virus. 

È stato capace, di fronte ad una domanda difficile di rispondere: “Non voglio scotomizzare la domanda, ma permettetemi di dire ancora grazie……”.

Là dove intendeva non ottenebrare un quesito complicato.

Locatelli usa sempre un linguaggio di garbo e perfino dolcezza nel parlare della pandemia, come se volesse domarla almeno con le parole.

Usa toni di un pentagramma alto, ma lento, sempre ineccepibile.

Si vede che soffre quando parla della sua Bergamo, lui nato a Lovere, una dei paesi crocifissi dal Covid. 

È cresciuto in una famiglia di medici e aveva il pallino dell’arte.

Si vede che si sente un medico, prima di tutto e lo rivendica.

Ma non esce dal binario del suo ruolo di membro di quel Comitato al quale sono appese le decisioni della nostra vita dai tempi cupi.

Locatelli è uno che rispetta i pareri di tutti, e che difende i suoi, compreso quello di non rendere obbligatoria la mascherina, senza mai eccedere di un solo aggettivo.

Quando gli hanno chiesto, a lui accanito tifoso di calcio orobico, se la famosa partita Atalanta-Valencia di Coppa dei Campioni, giocata l’11 febbraio a san Siro, con 40 mila tifosi arrivati da Bergamo, possa essere stata la miccia della tragedia epidemica nella sua città e nella sua provincia, ha risposto che non si può rispondere.

Così come non si può dire che la tragedia ci ha colto impreparati.

“Ha sorpreso il mondo intero” – replica, ma ovviamente senza polemica.

Poi, dopo Locatelli, c’è Silvio Brusaferro, che è il direttore dell’ISS, altro tono, altro porgere notizie e interpretazioni.

Ma è come se fossero complementari lui e Locatelli.

L’uno scandisce, scolpisce la notizia, il concetto e lo infiocchetta di subordinate sempre concluse perfettamente.

L’altro è più discorsivo, colloquiale, sorride spesso, anche quando ridimensiona l’entusiasmo per un dato illusorio di calo di contagiati o di terapie intensive e dialoga agilmente, in modo meno formale.

Brusaferro tiene anche una doppia conferenza stampa settimanale, senza Borelli, ma con l’altro commissario Domenico Arcuri, il martedì e il venerdi.

E lì dilaga un po’ di più che nelle ospitate in diretta Tv.

E poi è spesso invitato in altre trasmissioni, dove accetta di buon grado di dialogare anche con chi non è alla sua altezza.

L’elenco degli esperti che stanno insegnando all’Italia un altro tono e un altro ritmo di confronto, è lungo.

Ogni giorno questi esperti, estratti così numerosi da un mondo che ignoravamo, tratteggiano le trasmissioni.

Giocando un ruolo che non è in contradditorio polemico, se mai in frenata o in correzione educata delle castronerie che spesso sbucano sopratutto dai conduttori più naif.

Poi c’è Massimo Galli, l’infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano, una delle roccaforti anti covid.

Ha sempre toni rudi, ma disponibili e aveva dall’inizio profetizzato “la battaglia di Milano”.

Quando tremavano Bergamo e Brescia e temeva l’invasione delle infezioni, che ora si sta funestamente dimostrando all’ombra della Madonnina.

Galli c’è sempre e fa parte del plotone di quelli che tra questi esperti non esaltano mai i risultati positivi, se ce ne sono, ma li contengono, li inquadrano.

Sempre in camice bianco, spesso circondato dai suoi assistenti, non si sottrae mai.

Sembra uno che guarda il virus in faccia. Che sia sulla porta del suo studio o collegato via Skype.

Un altro virologo dalla disponibilità continua e dalle risposte sagge e mai eludenti è Franco Pregliasco, che compare con la sua divisa blu e sbatte gli occhi dietro gli occhiali.

Cercando di spiegare per l’ennesima volta come si interrompe la catena del contagio, mantenendo le misure del contenimento.

L’elenco potrebbe andare avanti ancora molto, dalla Ilaria Capua, di cui si aspetta il punto ogni settimana.

In avanti fino a Ranieri Guerra, il vice direttore della sezione Italiana dell’OMS, spesso “scorta” di Borrelli nei vespri delle 18.

Fino ai medici che stanno più sulla frontiera. Come il giovane primario di Infettivologia al Policlinico di San Martino di Genova, Dante Bassetti, molto utilizzato perché spiegando partiva sempre dall’esperienza della sua corsia, raccontando le terapie usate per fermare la bestia.

Ma questa è un’altra partita, che come quella cruciale per trovare il vaccino, vede schierati altre decine di tecnici, esperti, scienziati di grande calibro, tanto disponibili e pronti a spiegare, quanto i politici di prima erano disponibili a urlare e aggredire.

Chissà se dopo tutto questo saremo cambiati, come qualcuno auspica, rivendicando almeno un vantaggio nella tragedia mortifera che stiamo vivendo.

Certamente un altro modo di discutere e di spiegare le proprie ragioni in pubblico, davanti alla grande platea della tv, sarà stato conosciuto. E magari avrà insegnato qualcosa.