I Costa, la dinastia: cinque generazioni e il recupero della Concordia

Pubblicato il 29 Giugno 2012 18:11 | Ultimo aggiornamento: 29 Giugno 2012 18:11

Costa Concordia (LaPresse)

GENOVA – In prima fila seduto in uno dei posti d’onore del Salone del maggoor Consiglio di Palazzo Ducale di Genova, stracolmo di folla, là dove nel fatidico G8 del famigerato anno 2001 stavano i Grandi della Terra, c’era Pierluigi Foschi, l’amministratore delegato di Costa Carnival, l’uomo che ha attraversato la tempesta della Costa Concordia, di Schettino e dell’inchino all’isola del Giglio con il quale si è inginocchiato il prestigio della Costa, non più in mani genovesi, ma in quelle di questa supercompgnia americana-mondiale del magnate yankee Mikey Harison.

Stava Foschi silenzioso e compunto in mezzo ad almeno duecentocinquanta eredi Costa, di seconda, terza e quarta generazione e a un pubblico strabocchevole di genovesi e non, venuti a celebrare la storia di una famiglia, una dinastia fondata commercialmente nel 1910 con una SNC, ma in affari già dall’Ottocento e diventata uno delle bandiere genovesi della storia recente, fino alle soglie del terzo millennio.

Foschi aveva sicuramente negli occhi ancora il relitto piantato sullo scoglio del Giglio della Concordia, la superammiraglia della più incredibile disavventura marinara dell’era moderna, : il comandante Schettino, quello di “cazzo comandante torni a bordo”…….urlato dalla capitaneria di Livorno che seppellisce l’onore di una tradizione marinara senza uguali, sprofondata nella storia della navigazione. Da ben prima di Lepanto e forse indietro, fino alle triremi di Roma caput mundi, mai un’onta simile, mai tale vergogna, un comandante che fugge mentre i suoi passeggeri muoiono. Un comandante che gli urlano via radio: “ Lei ora prende la biscaglina e torma a bordo e mi dice quanti passeggeri sono ancora a bordo…..”. E lui farfuglia e lui sbanda e non torna e resta sullo scoglio con i suoi ufficiali mentre la gente si salva a nuoto.

Gli eredi Costa riuniti per ascoltare la presentazione del libro, edito da Marsilio e scritto da Erika Della Casa, che racconta la storia secolare della famiglia e dell’azienda che loro hanno sempre chiamato Ditta, non hanno negli occhi quella immagine, quella catastrofe che ha solo sfiorato il nome, il simbolo di una famiglia di un’azienda, che aveva incominciato a produrre olio nel 1800 che è cresciuta fono a diventare, nella fine del Novecento, il quinto gruppo famigliare mondiale, con l’olio, con le navi da crociera, con le navi da carico, con gli stabilimenti nel settore tessile, in quello meccanico, con le partecipazioni nel settore immobiliare, inventando una formula famigliare unica al mondo, uno schema gerarchico solidaristico fondato su principi base di responsabilità imprenditoriale e di fede cattolica, dura come il granito degli scalini della cattedrale genovese di San Lorenzo.

Cinque generazioni, gli stessi nomi che si incrociano con i numeri progressivi, dati per distinguere Giacomo, Giacomo I, Giacomo II, Giacomo III, Federico, Angelo il “capo incontrastato” fino all’anno della sua morte improvvisa nel 1976, il primo presidente di Confindustria nel 1946, quel signore con i grandi baffi bianchi, l’accento genovese inequivocabile che ammaniva in Tv lezioni di economia liberista negli anni Cinquanta e Sessanta, tanto lineari da spiazzare le teste d’uovo del sindacato e dei partiti di allora…
Un albero genealogico che è un geroglifico con centinaia di nomi, famiglie con minimo cinque figli, massimo undici, dodici, le donne escluse per tradizione dall’eredità, ma funzionali alla trasmissione dei valori base della dinastia: parsimonia, rigore, eleganza senza un fronzolo, mai nessuno che si comprasse una automobile che non fosse più lussuosa di una Fiat di grande cilindrata, ma tante Seicento.

Eccola quasi tutta schierata in quel salone d’Onore del palazzo Ducale la famiglia Costa nel giorno della celebrazione ad ascoltare la presentazione del libro che racconta la sua lunga storia, incominciata con Giacomo e suo figlio Federico nel 1910 appunto e con un testamento che diceva: “Cari figli, mantenete pura la vostra anima, ma mantenete anche integro il vostro avere materiale.” Religione e profitto? Sarebbe semplicistico e riduttivo perchè la presenza Costa è stata nei decenni anche una forte connotazione sociale, dispiegata in tutti campi non solo nelle “Ditte”, ma nelle strategie di assistenza, solidarietà, nella tattica economica, nella filiera culturale, dall’impegno nelle orchestre sinfoniche, fino alla Sovraintendenza del teatro Carlo Felice, alla presidenza di Circoli e Club per spirito di servizio, ma anche di presenza dove svolgere ruoli di mediazione e arbitrato. Lo hanno fatto, tutto questo, attraverso battaglie, vittorie sconfitte devastanti, ma dignitose, come quelle degli anni Ottanta, quando furono costretti a vendere tutte le attività meno le navi per fronteggiare la grande crisi, che partiva dal crac del settore dell’olio con le oscillazione del prezzo, dal bomm del petrolio e vendettero perfino le case per fare fronte, per restare i Costa, il terzo ingrediente della genovesità anni settanta: “A Genova ci sono il pesto, i camalli …..e i Costa…”.

O quella finale del 1997, quando vendettero la flotta da crociera per 570 miliardi di lire alla Carnival Americana, arrendendosi al gigantismo globale che non poteva essere affrontato da una famiglia commercialmente costruita con una società di 36 soci dei quali nessuno poteva contare più di un altro, come ha spiegato l’ultimo presidente di Costa Crociere, Nicola, oggi settantaduenne.

Ora la Costa Carnival, che ha sulle ciminiere dei suoi giganti del mare ancora quella storica C e gli uffici centrali nell’ombelico di Genova, nel quartiere di Piccapietra, dove c’è ancora la statua di Balilla, Giovanni Battista Perasso, il ragazzo che lanciò la pietra agli austriaci invasori, sta per affrontare il recupero della Costa Concordia, inchiodata allo scoglio del Giglio a sette mesi dall’incidente dell’inchino.

Mentre la nave immensa, chinata su un fianco scivola lentamente sugli scogli, i supertecnici americani della Titan, grande compagnia di recupero hanno quasi completato la costruzione delle lamiere che dovrebbero essere saldate sul lato della grande nave dove lo scoglio ha straziato la fiancata. L’operazione prevede di tappare le immani falle e di riportare la Concordia in “posizione eretta”e galleggiabile. Se questo sarà possibile, se si riuscirà a svuotare lo scafo, allora la nave, in linea di galleggiamento, potrebbe essere trasportata da due rimorchiatori alla velocità di 3, 4 nodi a Marsiglia, con un viaggio di due settimane, dove c’è un cantiere in grado di decidere cosa farne: rottamarla o riuscire a ripararla, rimettendola in navigazione, certamente con altra bandiera, altri armatori, altro emisfero dove cercare rotte e clienti.

Un’operazione kolossal, ma non impossibile, già inquadrata dalle regole del diritto marittimo che hanno consentito alle compagnie di assicurazione consorziate di “pagare il danno” del disastro nel tempo record di quindici giorni, 300 miliardi pagati sull’unghia, di fare la dichiarazione di relitto per spogliare il titolo della nave e consentire il pagamento del premio di assicurazione, di accettare la rinuncia degli assicuratori P&I e quindi di veder tornare la titolarità della nave agli armatori d’origine che stanno tentando di recuperarla.

Quando sarà possibile che la liberazione del Giglio avvenga? Scampato il pericolo dell’inquinamento del mare con lo svuotamento del bunker (l’immane quantità di carburante che la Concordia custodiva nella sua pancia) che è stato effettuato con l’intervento di uno dei broker più importanti del mondo, i genovesi Cambiaso&Risso, senza che una sola goccia fosse versata nel golfo, la Costa Concordia e i suoi rimorchiatori potrebbero lasciare “il luogo del delitto” dopo l’estate.
Di questa vicenda “laterale” anzi totalmente esterna alla storia Costa, non c’è stato neppure un cenno nella megacelebrazione della dinastia ospitata nel libro “I Costa_ Storia di una famiglia e di una impresa”_ Gli Specchi di Marsilio.

La celebrazione c’è stata più nel Salone gremito, negli interventi dei relatori tra i quali: il superconsulente che contribuì a salvare l’impresa Marco Vitale, Alessandro Pansa, direttore generale di Finmeccanica, figlio del notissimo giornalista Giampaolo Pansa, il professor Sergio Carbone di diritto internazionale, avvocato e amico e ovviamente Beppe Costa, oggi il leader del gruppo, presidente di Costa Edutainement, l’azienda nata dalla costola Costa e che gestisce l’Acquario di Genova, la società che ha nella sua pancia anche l’Acquario di Cattolica, quello di Trieste e di Livorno, il bioparco di Roma e che gestisce attraverso altre società i grandi Musei di Firenze, compresi gli Uffizi.
Insomma dalle navi, dall’olio, dal tessile, dal meccanico, dalle crociere, dalle navi cargo, dai mattoni della Sci, impresa immobiliare che ha segnato Genova e la costruzione di interi quartieri, al settore dell’Edutainemnt, cioè informazione e documentazione scientifica, divulgazione, turismo moderno.
Nel libro non c’era questa agiografia, ma la narrazione di una impresa e di una famiglia che crescono incontrando successi, ma anche crisi difficili, espansioni e frenate violente, ma rispettando sempre lo schema iniziale e le regole cardine del testamento iniziale di Federico, figlio di Giacomo il fondatore.
Una impresa genovese, che spalanca i suoi orizzonti a dismisura nel mondo, inseguendo prima il commercio dell’olio, viaggiando sulla costa americana per trovare clienti, inizialmente senza neppure parlare l’inglese, viaggiando dopo per i porti di mezzo mondo per trovare i traffici delle navi, che portavano olio, poi il resto, fino ai passeggeri. Tanto espansivi in senso geografico, quanto fedeli a un codice trasmesso con un Dna automatico.
I Costa arrivano ovunque e lasciano un segno, come quando, a furia di lavorare con loro, i camalli di un porto Usa mescolano le lingue e a chi gli chiede quando arriverà la prossima nave Costa rispondono_ come narra un aneddoto del libro_: “I dont know, maybe zeuggia:” Dove zeuggia in genovese sta per giovedi.
L’espansione si spinge al mondo alla fine del mondo, come a Usahia, estremo lembo in fondo al Sud America, ma tocca le Antille, l’intero Sud America, in particolare l’Argentina di una grande Aceiteria, uno stabilimento per produrre olio.
Ovunque arriva un Costa, Federico, Giacomo o Giovanni, che scrive a casa anche due, tre lettere alla settimana, prima che le trasmissioni passino via filo e poi con i mezzi moderni.
Come finisce tutto questo? Nel salone della celebrazione e della presentazione del libro sembra che non finisca: cinque Costa di diverse generazioni partecipano a una tavola rotonda e raccontano come tutto si è tramandato, come la tradizione abbia retto ogni colpo, anche le tempeste che hanno minato l’unità famigliare, quando si è trattato di rischiare il fallimento e molti di quei Costa hanno cercato un altro lavoro.
O come quando è stato rapito dalle Brigate Rosse, nel 1977, uno di loro di terza generazione, Piero, tenuto prigioniero per quasi tre mesi in un appartamento della profonda periferia genovese.
I terroristi lo liberarono, dopo che fu pagato un riscatto di 250 milioni di lire. Erano i soldi che sarebbero serviti a finanziare il sequestro Moro. Nessuno sapeva che i rapitori erano le Br e che il carceriere era Riccardo Dura, il killer dell’operaio Guido Rossa, che sarebbe poi stato ucciso in via Fracchia dai carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Lo scoprirono dopo, quando Piero Costa emerse dal carcere del popolo, mentre i volantini della stella a cinque punte rivendicavano il sequestro contro la multinazionale Costa.
In quegli anni la multinazionale, se così fosse stata, incominciava il suo ridimensionamento. Il capostipite Angelo Costa, due volte presidente di Confindustria, dopo quella iniziale carica del 1946, leader degli industriali, nel 1968-1969 all’epoca dell’autunno caldo non sarebbe stato più sostituito da un altro capo, ma da un triumvirato che si trovò a gestire il declino. Era stata una pretesa troppo forte quella di amministrare un impero con migliaia e migliaia di dipendenti con una struttura famigliare, una società in nome collettivo e di mettere sempre davanti i principi di una etica cattolica nella sua versione sociale?
I Costa erano anche ispirati da una vocazione solidaristica che li ha portati a fondare non opere di carità alla san Vincenza, ma a mettere in piedi vere organizzazioni di assistenza come l’Auxilium e in tempi moderni i centri di assistenza contro la droga con il Ceis, inventata da una donna della famiglia, una delle tante, impegnate sulle frontiere sociali e culturali, Bianca Bozzo Costa, che è stata l’alter ego femminile, nei durissimi anni Settanta, Ottanta, Novanta, dell’eroina e della dipendenza diventata una sciagura sociale, del Don Gallo, il celebre prete da marciapiede. Quell’azione contro ogni tipo di disagio sociale continua. Ma i Costa sono stati anche quelli che erano riusciti a dare uno stile inconfondibile alle navi della loro flotta, rispettando efficienza, sicurezza e quell’eleganza genovese magari un po’ tanto trattenuta ma inconfondibile.

Liberisti e liberali in una città sempre più irizzata e dominata da un padrone pubblico e da una politica muro a muro, la Dc di Taviani contro il Pci egemone, da percentuali del 43 per cento? E in mezzo il cardinale-principe, Giuseppe Siri. Una città governata dalla triade Costa-Siri-Taviani? Il libro fa giustizia anche di questo schema costruita un po’ ad arte. Segnala, piuttosto, una certa solitudine della famiglia negli anni delle difficoltà, quando i trentasei soci affrontavano la crisi, discutendo nella Sala Posta, il mitico luogo dell’incontro matuttino, nel grattacielo di Piacentini, ombelico di Genova e non sentivano la città intorno.

Erano gli anni della deindustrializzazione PPSS e anche gli anni di piombo che loro i Costa avrebbero pagato caro, affrontando la loro sofferenza, quella del sequestro di Piero, anche con cicli di preghiera. guidati dai cinque sacerdoti che la famiglia aveva nel suo seno capace. “I Costa non chiedevano, erano dignitosi e orgogliosi” _ ha spiegato nei dibattito sul libro un vecchio leone della politica genovese di quei tempi, il professor Bruno Orsini, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nel governo di Amintore Fanfani.