Elezioni a Genova: 14 candidati. Boom di liste civiche, flop dei partiti

di Franco Manzitti
Pubblicato il 16 Marzo 2012 14:49 | Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2012 14:49

GENOVA – Venghino, venghino a Genova a scoprire come stanno tirando le cuoia i partiti politici e come di fronte alle elezioni comunali del 6 maggio il loro posto sia preso dalle liste civiche e dal “fai da te” dei singoli candidati- sindaci. Venghino venghino in questo straordinario laboratorio della politica in dissolvenza per verificare che la paura dei partiti ad affrontare gli elettori incazzati con le loro classi dirigenti fa veramente novanta e ad ogni candidato sindaco fioriscono una, due, tre liste cosiddette civiche, perfino classificabili con definizioni più politiche dei politici, lista laica, lista cattolica, lista di destra, lista di sinistra, lista del territorio, lista indipendente… Un boom, quasi come quello dei candidati sindaci che sono già quattordici e magari arriveranno a venti, dove corrono tutti, anche perfetti sconosciuti, targandosi bene con altre liste, ovviamente civiche e con definizioni del tipo “Il Partito del Popolo”, oppure “ Gente Comune”, roba da far impallidire il Giannini di qualche decennio fa, meglio conosciuto come l'”Uomo Qualunque”. Qua vogliono essere “qualunque” tutti.

Venghino, venghino a contemplare come il sistema democratico costruito sui partiti si va a schiantare proprio nella città che ha visto la fondazione storica del Partito Socialista, nato in un caruggio genovese; poi, sempre in materia di “prime” assolute, il primo governo di centro sinistra in Comune nel 1961, apripista del governo nazionale Fanfani-Moro-Nenni; poi ancora una delle prime giunte rosse nel 1974 con Pci al governo della città e, in mezzo a quel periodo storico di grandi “convergenze”, la rivolta della Sinistra contro il centro destra fascisteggiante di Tambroni, nel mitico giugno 1960 e, se vogliamo andare ancora più indietro, la prima città liberata dal fascismo e dal nazismo nell’aprile 1945 con le sole forze della Resistenza, essendo gli Alleati ancora lontani e, quindi, con la grande madre dei partiti politici della Prima Repubblica in prima fila a creare la Nuova politica.

Quante “prime”, quanti laboratori politici, più o meno raffinati, e anche quante tensioni maturate intorno ai partiti, al loro ruolo, per esempio di fronte ai ricatti del terrorismo, come nel 1974, quando il prezzo per liberare il magistrato Mario Sossi, chiesto dalle Br, era di scambiare il prigioniero con i terroristi della banda XXII Ottobre, quindi di “riconoscere” come forza politica la stella a cinque punte nell’agone partitico. E Genova del partito dei “no” aprì la strada che poi sarebbe stata seguita nel ben più devastante caso Moro, esattamente quattro anni dopo, marzo 1978.

E ora, anno 2012 del Signore, in questa città ex industriale, ex capitale del porto pubblico più importante d’Italia, di un Pci arrivato negli anni Settanta al 43 per cento, dove la Sinistra continua ad essere sicura di vincere, perchè ha vinto qualche decina di elezioni comunali, provinciali, regionali di fila, cosa ti succede mentre impazza a Roma il governo tecnico?

Tutto è incominciato con la grande sberla al Pd nelle Primarie per scegliere il candidato del centro-sinistra il 13 febbraio, quando inopinatamente il cavallo pronosticato più perdente, Marco Doria, professore di Economia, erede dello storico ammiraglio della Repubblica genovese, figlio di Giorgio Doria, detto il marchese rosso, diseredato dalla famiglia perchè comunista, ha sconfitto le due pretendenti candidate, dette le zarine di Genova, la sindaco uscente Marta Vincenzi, 64 anni, prof delle scuole medie, e la senatrice Roberta Pinotti, ex assessora comunale e provinciale, ex segretaria pidiesse, cinquantenne di statuaria presenza e forte esposizione mediatica. Doria ha dato uno schiaffo non solo a loro, ma al partito-roccaforte, partendo dalla sinistra della sinistra, dove si collocava da libero pensatore. E’ un indipendente, subito colorato arancione dal Sel, spinto dall’inarrestabile don Andrea Gallo e da un gruppo di intellettuali teste pensanti, professionisti, stanchi del blocco di potere incancrenito in città con il Pci-Psd-Ds e ora Pd. Tutta gente di Sinistra, alcuni del blocco storico del pci egemone, insofferenti del clientelismo e dell’inconcludenza. Così lo schiaffone che ha fatto tremare il Pd per qualche giorno sembrava assestato dalla pancia stessa della Sinistra: in fondo Doria, oggi cinquataquattrenne, venti anni fa era un ordinato consigliere comunale Pci, con la passione dell’economia, la cui storia prima insegnò nelle scuole professionali, poi all’Università.

Errore. Dietro a quella schiaffo che ha sbalzato la Vincenzi dal suo trono, dove già l’avevano ghermita le ondate della catastrofica alluvione del 4 novembre 2011, a lei un po’ ingiustamente addebitata in toto e non in quota parte con gli altri dodici sindaci del dopoguerra genovese, si sono schierati pezzi di borghesia, meglio quasi di vera aristocrazia con il sangue blu e con il portafoglio gonfio, come uno degli uomini più ricchi di Genova Beppe Anfossi, colui che ha venduto gli acquedotti storici della città, De Ferrari-Galliera ai nuovi gruppi della multiutilyty italiane, come l’armatore Bruno Musso, colui che sconfisse i camalli, forzando il blocco dell’esclusiva dei camalli in porto, come molti esponenti della famiglia Doria stessa, cugini, cuginastri del “diseredato”.

E allora che si fa? Anche Doria e i suoi supporters e promotori, già circondati dall’apparato del Pd, scatenato a recuperare lo spazio, dopo la sconfitta interna, preparano una bella lista civica, apparentata con le altre che reggeranno il candidato sindaco come in un sistema solare, al centro del quale brilla, ovviamente, il Pd umiliato nelle sue donne sconfitte, ma anche ringalluzzito dalla possibilità di inglobare il marchese e di perpetrare il proprio sistema.

Alla guida della operazione niente meno che il presidente della Regione Claudio Burlando, vero avversario della sua “compagna” Vincenzi, cinquantasettenne uomo esperto della politica ligure, che era sindaco quando Doria faceva il consigliere comunale e che poi ha fatto tutto nel partito e nelle istituzione, perfino un carcere ingiusto e financo il ministro del Trasporti nel primo governo Prodi e che dal cocuzzolo del suo potere ligure non lo tirano giù neppure a cannonate.

Il centro destra della Pdl ci ha messo un po’ a mettere in campo la sua strategia anti Doria e anti Sinistra, anche perchè non riusciva a trovare il candidato, ruolo rifiutato in modo perfino imbarazzante da una pletora di illustri “invitati”: l’imprenditore dalla grande famiglia, oggi infaustamente richiamata dal caso Concordia, Beppe Costa, nipote del mitico Angelo Costa, il presidente dei medici Enrico Bartolini, il carneade Gianfranco Vinacci, manager trasferito a Milano e intimo del medico personale di Berlusconi, professor Zangrillo, il direttore generale del Genoa, Alessandro Zarbano, uomo del presidente Preziosi, il broker di carbone, molto amico del cardinale Angelo Bagnasco, Franco Gattorno. Ma poi, questo centro destra Pdl, spappolato dagli scandali e azzoppato dalle beghe che bloccano l’ex ministro Claudio Scajola, non ha potuto che candidare un “interno” Pierluigi Vinai, un ex scudiero dello stesso Scajola, diventato per meriti di fedeltà vice presidente della Fondazione Carige (propietaria al 45 per cento della banca Carige), segretario regionale Anci, un ex impiegato della vecchia Dc, nato a Loano, che ha dovuto accettare il duro compito di candidarsi anche un po’ controvoglia e anche per far piacere al Vaticano e alla Curia genovese, di cui è fedelissimo, nella sua posizione dii membro sopranumerario dell’Opus Dei. E che fa questo Vinai, appena annunciato come candidato?

Prepara due liste civiche, tanto per far vedere che lui è diventato indipendente e che il partito in cui ha fatto carriera bisogna tenerlo un po’ distante, guai a mescolare la sua devozione sovrannumeraria con le Ruby del Cavaliere, ma anche con la case “a sua insaputa” del proprio “capo”. E allora lista laica nella quale entra come regista l’ex sindacalista, ex Forza Italia, Pasquale Ottonello, uomo simbolo del più clamoroso trasformismo o voltagabbanismo genovese e italiano. Questo esemplare della casta che potrebbe far impallidire Scilipoti, un anno fa esatto, da presidente di centro destra di un Municipio genovese, si era fatto tentare (chissà che fatica) dalla sindaco Marta Vincenzi ed era passato a fare l’assessore della signora, quindi del centro sinistra ultraallargato del Comune.

Caduta la Vincenzi nelle Primarie e profilatosi Vinai in lizza, altro giro di valzer o piroetta ed ecco il nuovo abbraccio alla Destra. Ma uno che viene dal Psi di Craxi, poi da Forza Italia, poi dalla Vincenzi e ora gira ancora, è troppo laico e allora che fa Vinai? Seconda lista civica, molto più religiosa, tanto per andare a caccia di quei voti cattolici in libera uscita che non possono proprio più andare a Sinistra dove Doria è un ultralaico che spaventa le tonache, ma sopratutto i corridoi della Curia genovese.

Qui il cardinale Angelo Bagnasco è sempre più preoccupato per la piega che sta prendendo il governo della sua città e dove il suo peso di presidente Cei appena rinnovato per altri cinque anni, non può essere svilito. E’ o non è Bagnasco, il vero successore del cardinale-principe Giuseppe Siri che non le mandava certo a dire ai politici della sua epoca, a partire da Paolo Emilio Taviani, il potente ministro Dc, uno degli inventori del centro sinistra e poi del compromesso storico.

Ma la lista civica tenta anche la Lega Nord, che alla fine si decide a candidare dopo quindici anni un suo uomo anche a Genova, ostica e mai tanto padana, costretta dalla guerra Bossi-Berlusconi. Il prescelto Edoardo Rixi, trentaciqnuenne, molto valutato, perchè ben lontano dai modelli rozzi della nomenclatura lumbard, consigliere regionale, capisce anche lui che le sigle e i partiti, perfino quello “duro e puro” della Lega, affondano poco nel terremotato territorio genovese e allora vai con la lista civica.

Ma il re civico per eccellenza non può che essere l’altro candidato, vero sfidante di Marco Doria, Enrico Musso, senatore ex Pdl, oggi del Gruppo Misto, che dopo lo storico strappo dal Cavaliere nel 2010, corre sotto le bandiere del Terzo Polo, di Casini e Fini, con Rutelli ancora un po’ incerto. E’ questo professore di Economia, cinquantenne, scoperto da Scajola cinque anni fa, già sconfitto per un pelo dalla Vincenzi nel 2007, il prototipo del candidato civico, perchè la sua lista “Oltremare” è partita già oltre due anni fa con l’obiettivo di costruire una piattaforma di programmi e di uomini e donne capaci di organizzare una nuova Genova e sopratutto di strapparla alla Sinistra dominante da qualche decennio.

Musso corre da solo da allora, ma ora nelle sue vele soffia anche il terzo Polo, il cui leader regionale Rosario Monteleone, un ex Dc, Rinnovamento Italiano, Margherita, oggi presidente del Consiglio regionale, molto potente nei conventi e nelle sacrestie, non ha mai molto sopportato la “testa d’uovo” Musso. La lista civica che sostiene il professore è, quindi, molto sofferta nella sua composizione. E forse ne gemmerà qualche altra tanto per equilibrare la spinta civica del prof con le anime diverse del terzo Polo.

Il conto civico che stanno per servire ai genovesi sul piatto elettorale è ancora molto lungo, perchè nessuno rinuncia a buttarsi in questo calderone della politica in dissolvenza appellandosi alla città: anche la Destra di Francesco Starace ha sfornato il suo candidato, o meglio la sua candidata, un altro fregoli della politica locale, Susy De Martini, medico psichiatra, alle ultime elezioni regionali schierata con la sinistra di Burlando, alle europee precedenti schierata con il centro destra e prima ancora assistente nell’organizzazione del G8 genovese per meriti di fedeltà acquisiti presso la corte di Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri.

Anche lei chiede ai genovesi una preferenza e sbatte loro sul muso un atout inconfutabile: dei quattordici fin’ora scesi in lizza è una delle due uniche donne in campo. L’altra è Giulia Sanguineri, del Partito Comunista Italiano…. Riusciranno tutti costoro e tutte costoro a formalizzare le loro liste, depositando le fatidiche cinquecento firme?

Non si sa, quello che è per il momento certo è che i poveri genovesi che andranno a votare in questo guazzabuglio, il prossimo sei maggio, si troveranno davanti non una scheda elettorale, ma un lenzuolo a due piazze e avranno in tasca plichi di nomi e qualche bussola per capire fino a che punto si può disgiungere il voto del sindaco da quello del consiglieri, senza perdersi nella giungla delle sigle e delle appartenenze.

Venghino, venghino a vedere lo spettacolo di Genova alle elezioni: forse c’è qualcosa da imparare.