Elezioni regionali in Liguria: Toti guarda dal ponte di Piano i rivali giornalisti

di Franco Manzitti
Pubblicato il 22 Maggio 2020 6:25 | Ultimo aggiornamento: 21 Maggio 2020 21:24
Elezioni regionali in Liguria: Toti guarda dal ponte di Piano i rivali giornalisti

Elezioni regionali in Liguria: Toti (a destra nella fo to con Toninelli e il sindaco Bucci) guarda dal ponte di Piano i rivali giornalisti

Elezioni regionali in Liguria: Toti guarda dal ponte di Piano i rivali giornalisti.Uno scontro elettorale tra giornalisti per conquistare il governo della Liguria. Sembra che questa professione sia fondamentale per mettersi in pista in una campagna elettorale che la pandemia ha frenato, ma che ora bussa prepotentemente alle porte.

Il presidente uscente è Giovanni Toti, 50 anni, del centro destra, che vuole vincere a tutti i costi e replicare il primo mandato. È l’ex direttore Mediaset del Tg 4, che poi divenne speaker di Berlusconi e eurodeputato. Originario di Ameglia, provincia di La Spezia, ma milanese di carriera.

La sua immagine è fortissima oggi. Anche grazie ad una esposizione quotidiana, che forse il presidente si sarebbe risparmiato. Infatti avviene nella conferenza stampa delle 18,30, che da ottanta giorni filati fa il resoconto della pandemia. Senza che una sola volta l’ex prediletto di Berlusconi abbia ceduto il microfono, se non agli esperti e ai suoi assessori, ma sempre ordinatamente dopo di lui.

La new entry nella competizione elettorale è Maurizio Mannoni , 62 anni, conduttore molto popolare di Linea Notte, il Tg3, che va in onda a mezzanotte. E che ammanisce il tono suadente e politicamente molto schierato di questo giornalista, nato a La Spezia, vissuto sempre lontano e che viene indicato come il cavallo che la sinistra potrebbe mettere in campo.

L’interessato si è prima dichiarato gratificato, poi ha un po’ smentito l’ipotesi. Ma un mese fa aveva dichiarato che gli sarebbe piaciuto fare il sindaco della sua città, alla fine della sua lusinghiera carriera di giornalista Rai.

Perfino gratificato da una azzeccata imitazione di Maurizio Crozza, vero marchio di successo. Quindi una certa propensione per un ruolo pubblico-politico è presente.

Inoltre da quando questa sterminata campagna elettorale è cominciata, ben prima che il Coronavirus sconvolgesse la vita di tutti, in corsa per conquistare la Liguria c’è Ferruccio Sansa, genovese, giornalista del Fatto Quotidiano.

In realtà oltre ai giornalisti qualche altro nome circola da tempo tra i possibili contendenti di Giovanni Toti. “In primis” il rettore dell’Università di Genova Paolo Comanducci. L’ex preside di Ingegneria, Aristide Massardo. E ultimamente Maurizio Conti, un altro professore universitario, di una generazione più giovane.

Messa così sembrerebbe che la contesa ligure si restringa a un duello tra giornalisti e docenti universitari. In realtà questa semplificazione dimostra come la battaglia per Genova e la Liguria sia molto “stretta”.

Ci sono pochi candidati, poca varietà, anche programmi molto poveri e ridotti e non solo per colpa del lockdown che ha azzerato tutto. E che ha limitato il campo e ridotto la tensione politica. Invece di suggerire nuove candidature e magari programmi.

Anche sollecitati dal tema chiave del nostro tempo, la Sanità, messa a dura prova dalla pandemia e per di più di competenza strettamente regionale, 

E’ come se il fronte dell’opposizione, il Pd, i 5 Stelle in acrobatica simbiosi tra loro e il resto della sinistra-sinistra, si fosse nascosto dietro la grande emergenza. Emergenza che rinviava le elezioni, già previste per fine maggio, primi di giugno, per non scegliere il loro candidato.

Da una parte c’era Toti, giunto in carrozza in fondo al suo primo mandato. Anche grazie alla capacità di cavalcare non solo questa tragica pandemia. Ma tutte le altre calamità che hanno martellato negli ultimi anni la Liguria. A incominciare dalla sciagura del Ponte Morandi.

E dall’altra un balbettio, difficilmente decifrabile, con ogni tanto uno strappo nel tessuto della sua flebile concorrenza. Negli ultimi giorni la auto candidata dei 5 Stelle, Alice Salvatore, una virago trentenne, ha abbandonato anche lei il partito.

Era stata messa a tacere dal suo movimento dopo essersi nominata pretendente alla presidenza. Ha fondato con un altro transfuga un nuovo gruppo politico, un po’ improvvidamente battezzato “Il Buonsenso”.

Si tratta del terzo strappo in pochi anni del movimento grillino nella città madre del Fondatore, Beppe Grillo. Grillo è il grande desaparecido della politica italiana, ma anche il grande desaparecido da Genova. Appare nascosto nella sua villa hollywoodiana sulla collina di sant’Ilario. Senza avere mai profferito verbo nei lunghi giorni dell’isolamento totale.

Nel 2016 c’era stato lo strappo di Paolo Putti. Di professione “animatore di strada”, ex leader 5 Stelle in consiglio comunale, era uscito con sdegno dal Movimento. E si era candidato con lista diversa per le Comunali. Poi la bocciatura di Erika Cassimatis scelta dalla piattaforma Rousseau per correre come candidato sindaco.

Ma “stangata” dalla ineffabile Alice Salvatore, allora ultraprotetta da Beppe Brullo e da Giggino Di Maio e poi “separata” anch’essa in un’altra lista.

Una serie di contese, strappi, separazioni, diatribe rispetto alle quali le mitiche tenzoni delle famose correnti Dc del tempo d’antan impallidiscono.

A Genova i 5 Stelle offrono da anni la plastica dimostrazione di come un Movimento possa autosbriciolarsi in mille pezzi. Senza poi grandi questioni di “contenuto”, ma per misere faccende di potere interno.

I disarcionati o le disarcionate, i silurati o le silurate, hanno sempre pagato quel prezzo e non un bello scontro su autentiche questioni politiche, di programma, di idee.

E’ chiaro che questo sfilacciamento grillino non ha certo aiutato il fronte di opposizione, che a Genova lotta in Regione. Ma anche in Comune con i governi di centro destra-destra di Toti e del supersindaco Marco Bucci.

Se a questo si aggiunge lo choc permanente del Pd. Oramai da cinque anni il Pd non si scuote dallo sconfittismo. Sentimento provocato dall’aver perso in sequenza il governo della Regione Liguria e dei Comuni di Genova, Savona, La Spezia e Sarzana.

Tutti dominati grazie alla cavalcata di Giovanni Toti e dei puledri o delle puledre che con lui sono stati lanciati a conquistare ogni angolo dell’arcobaleno ligure…..

Un accordo Pd-5 Stelle per formare un’ alleanza e un programma forte con un candidato forte è stato l’araba fenice di questi mesi in Liguria. Più una pochade o una farsa che una vera dialettica politica, tra diversi.

Però obbligati a opporsi a una destra che in Liguria aveva sempre storicamente conquistato le briciole del potere. Qualche comune “bianco” dell’ estremo Ponente Ligure, qualche enclave nel Levante e nada mas,

Così quando è arrivata la pandemia Toti, che era già in vantaggio. Si è trovato davanti una bella passiera rossa. Molto simile ai red carpet da lui stesi un paio di estati fa in tutta la Liguria per esaltare la vocazione turistica che oggi il Covid sta facendo a brandelli.

Il giudizio sulla gestione dell’emergenza sanitaria in Liguria è abbastanza controverso. A dire il vero Toti era stato il primo in Italia a chiudere le scuole. E ha cercato sempre la primogenitura rispetto al governo. Quasi ossessivamente stando un passo davanti agli altri.

Nelle sue quotidiane performance il presidenteha sempre mostrato un grande ottimismo. Anche quando l’indice di contagio e quello della mortalità non risparmiavano certo la Liguria.

E anche ora ostenta un quasi “pericolo scampato” un po’ tanto eccessivo. Siamo in piena fase 2, quando quell’indice di letalità picchia sempre sulla Liguria, più che su molte altre regioni. E i contagi continuano in un litigio di numeri che hanno spesso la versione autentica di Toti e quella più severa del ministero della Sanità, 

Non solo. Il presidente usa spesso il suo show quotidiano, che dovrebbe avere un taglio istituzionale, per polemizzare. Si scaglia contro i rigurgiti di polemica che il Pd e i resti dell’opposizione cercano di rovesciare addosso alla gestione abbastanza perentoria del centro destra.

Ma in questo caso il presidente non si fa problemi di eleganza per rintuzzare, anche un po’ svillaneggiare i tentativi di critica. Prima di cedere la parola ai suoi corifei, innanzitutto all’assessore alla Sanità, la leghista Sonia Viale. Ogni tanto lei cerca di alzar la testa. È il responsabile numero uno di ospedali, medici, infermieri, terapie, strategia combattute contro il terribile nemico dell’inflazione.

Toti non molla un briciolo del suo protagonismo “sanitario”. D’altra parte la sua “cifra” politica è proprio quella della visibilità a tutto campo. In Liguria contro i malcapitati oppositori. Nel Paese nel suo ruolo di presidente di Regione in perfetta linea critico polemica contro il governo Conte. Ma sintonizzato con i suoi colleghi, ovviamente soprattutto con chi governa dal centro destra . Manche con Bonaccini in Emilia Romagna e De Luca in Campania.

Non è un caso che il presidente della piccola Liguria sia tra i più gettonati nei talk show, nelle interviste. Come se, tra l’altro, il flop del suo movimento nazionale, “Cambiamo” non incidesse su questa sua leadership.

Il presidente ligure spinge molto perché le elezioni dalle quali si aspetta una tranquilla reincoronazione avvengano a luglio, cioè domani. Senza porsi il problema di una campagna elettorale monca.

Anzi ha addirittura annunciato che, comunque, se questo non avverrà in quei tempi lui potrebbe dare le dimissioni. Non accettando una prorogatio a suo modo di vedere ingiustificata.

In luglio ci sarà anche l’inaugurazione del nuovo ponte di Genova, il miracolo di Genova, costruito in pochi mesi, un successo che il presidente ligure può appuntarsi sulla giacca. Forse non come Renzo Piano, come il sindaco Bucci, super commissario alla ricostruzione. Ma che può rivendicare non semplicemente con una passerella.

Eppure, nonostante tutto questo, la Liguria del ponte ricostruito, della epidemia controllata, delle roccaforti rosse conquistate dal centro destra, anche grazie alla spinta di questo presidente giornalista, vincitore a sorpresa cinque anni fa, sarebbe contendibile.

La battaglia regionale ha contenuti importanti. Non solo una Sanità, sulla quale ora la tragedia dell’infezione ha cambiato ogni prospettiva di analisi. Il crak industriale, l’isolamento infrastrutturale. Una certa distanza di Genova da aree sensibili come l’Estremo Ponente. Gli squilibri del territorio idrogeologicamente fragile e bersagliato dal clima nuovo.

Ci vorrebbe un candidato, un programma, un confronto vero per inseguire questo Toti in fuga. E con un vantaggio che neppure Coppi e Bartali alleati riuscirebbero a colmare.