Novi Ligure: “Erika, Omar e il loro demonio”

di Franco Manzitti
Pubblicato il 6 Dicembre 2011 13:47 | Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre 2011 13:47
Erika De Nardo esce dalla comunità Exodus

Erika De Nardo esce dalla comunità Exodus (Lapresse)

Si rompe tre volte la voce di don Valentino Culaciatti, quasi undici anni dopo, quando racconta la “sua” storia di Erika e Omar, che di nuovo furoreggia nelle cronache da settimane ed è come un’onda dolorosa che sbatte quassù, parrocchia di Salice Terme, dove il sacerdote è arrivato per fare il parroco tre anni dopo l’eccidio di Novi, nel 2003. Erika sta per uscire, ha scontato la sua pena, forse è già uscita dalla Comunità di recupero di don Mazzi o forse no, uscirà domani. Ma prima ha mandato una lettera di fuoco a Omar che da mesi è sulla ribalta mediatica, non solo. Ha anche fatto una visita nel cimitero di Novi alla tomba dove sono seppellite le loro vittime Suni De Nardo, la mamma, che ora avrebbe 52 anni e allora ne aveva 41 e Gianluca, il fratellino che ne aveva 11 ed oggi sarebbe quasi un uomo. “Vuoi andare al Grande Fratello?”, gli ha urlato nella lettera che trasuda un odio irrecuperabile, maturato in questi anni di detenzione.

Omar va in Tv a un anno dalla sua scarcerazione, quando sembra essersi già ricostruito una vita con un’altra ragazza e quando annuncia di voler “chiarire” quella storia assassina che gli pesa addosso come un macigno e sta per ore a raccontare di lui e di Erika, di quel crimine da 97 coltellate. Erika era già uscita dal carcere di Brescia ed entrata in una Comunità di don Mazzi, dove ha compiuto gli ultimi passi verso la libertà, dopo 16 anni di carcere, ridotti a undici grazie ai benefici. Omar va sulla tomba di Suni De Nardo e del piccolo Gianluca nel cimitero di Novi e i giornali raccontano, dettagliano.

Novi vorrebbe girarsi dall’altra parte, dimenticare, seppellire questa vicenda che ha marchiato la città, la sua storia recente. Era la città di Coppi, del Campionissimo, la capitale del ciclismo ed ora è diventata la città di Erika e Omar, di quella strage assurda, che torna dall’ombra dopo dieci anni. Ma non si può cancellare, dimenticare rimuovere.

La casa del sangue, della morte, di quelle 97 coltellate è sempre là nel quartiere Lodolino, periferia elegante, dove Francesco De Nardo, il papà, il sopravvissuto, l’ingegnere che ha continuato la sua vita al lavoro e in città, l’eroe assoluto di questa vicenda, della quale doveva essere la terza vittima e nella quale, invece è diventato il salvatore della sua Erika, perdonata, redenta da lui, in un silenzio assoluto.

Oggi le voci della città rattrappita tra la nebbia dura di un inverno che non arriva ancora con il freddo e la neve e lo “scandalo” riemergente di questa storia, dicono che De Nardo, il santo, ha incominciato a rifarsi una vita, che ha un nuovo affetto, una nuova casa e che accanto all’assistenza continua alla sua Erika sta costruendosi un futuro fuori da quel triangolo terribile, la vecchia casa, il cimitero dei suoi morti, il carcere o la comunità di Erika.

Ma sono voci e ora tutto rimbalza di nuovo tra la chiesa della Pieve, la parrocchia di quella famiglia disgraziata, la casa della tragedia, la comunità del Bresciano dalla quale Erika manda i suoi messaggi e le scorribande di Omar, che vive lontano ma torna. Tutto rimbalza nel ricordo di don Valentino, il prete di famiglia che aveva assistito alla tragedia, che aveva lenito le ferite sanguinose e che ora ricorda.

La sua voce, la voce di don Valentino, confessore e grande pastore di quel gregge novese, si rompe, quando ricorda la disperazione del papà sopravvissuto alla strage dei due ragazzi, drogati, impazziti, chiusi nel loro mondo ossessivo. Come se questi anni non fossero passati e il tempo si fosse fermato al giorno della tragedia, 21 febbraio 2001, ore 19:50, nella casa della famiglia De Nardo, quartiere della Pieve a Novi Ligure, parrocchia del don, sacerdote nato a Ponte Nizza, diventato novese di adozione.

Si spezza quella voce a ricordare i momenti del dramma e gli occhi si bagnano, ma don Valentino è un prete forte, un uomo forte e non si piega nella sua veste talare, seduto nell’ufficio della sua parrocchia di Salice Terme, Cristo Re, duemila anime, dove ora vive e opera da otto anni.

Si spezza la voce a ricordare Francesco De Nardo, il papà di Erika, che piange disperato davanti ai corpi maciullati della moglie Suny, 42 anni e del figlio minore Gian Luca, 11 anni, e chiede a lui, il suo parroco, il suo confessore: “Ed ora che faccio, che faccio da solo?”, e si spezza ancora, la voce, mentre il racconto ricostruisce la vita quieta e fervida di quella comunità parrocchiale, giù a Novi, alla Pieve, mentre lui don Valentino si chiede: “Come è possibile che un fatto tanto terribile, tanto demoniaco, di due ragazzi di sedici e diciassette anni che massacrano una mamma e un fratellino, sia avvenuto in quella “mia” oasi, all’ombra di quella chiesa, dove la famiglia De Nardo era presente tutta la settimana, dove si pregava, si facevano feste, dove ci si occupava dei ragazzi, dove viveva una comunità perfetta, dove non c’era nessun segnale demoniaco, nessun presagio?

La voce narrante di don Valentino si spezza la terza volta quando parla ancora del perdono del padre che, dalla disperazione assoluta, dal proposito di annichilimento totale, passa alla decisione di redimere la figlia, Erika, di pulire le sue mani insanguinate, come se il sangue non fosse delle creature da lui più amate.

Non un perdono di una volta, ma fatto di gesti quotidiani, come se in mezzo non ci fosse quella strage, quel delitto tanto orribile! I fiori, i compleanni, i regalini, le prime uscite, senza mai parlare di quello… Un padre e sua figlia rimasti solo con qualcosa di tanto grosso che non si può parlare.

Fuori dalla canonica della parrocchia di Cristo Re, di fronte alla piccola chiesa sulla collina di Salice, nella strada che corre sopra le Terme sembra di essere in un altro mondo o forse nel paradiso, che ha ispirato il perdono e il silenzio di Francesco De Nardo, il papà di Erika, convinto da don Valentino che a occhi chiusi ora narra il momento più terribile della sua vita di uomo, di prete, di parroco.

“”Redimila non hai altra strada” gli ho detto davanti ai suoi propositi disperati”, ricorda il parroco senza sottolineare cosa Francesco De Nardo voleva fare in quel momento che il mondo gli crollava addosso. E nella pace di questa chiesa, con il giardino intorno, le panchine, gli alberi, l’oratorio appena ristrutturato, i campetti di calcio, le stradine silenziose che scendono verso le Terme, sembra veramente impossibile che tutto quello sia avvenuto e il racconto pacato, profondo, emozionato di don Valentino, prete di ferro e di saggezza profonda, diventa come una litania nella quale la nota più alta è quel perdono e l’invito è al silenzio dopo il fracasso tv delle ultime settimane.

Don Valentino, ma quella tragedia è stata veramente un fulmine a ciel sereno, come è possibile che non abbiate mai avuto pensieri, sospetti, presagi? Come era quella Novi in cui maturava la tragedia?

“Novi era una comunità aperta, nella quale pensavamo molto ai giovani, alla loro maturazione, alla crescita, consci dei pericoli, ma anche degli insegnamenti che potevamo dare. Qualche tempo prima della tragedia era venuto quello psichiatra famoso che spesso è in Tv, Paolo Crepet, proprio a parlare ai ragazzi delle parrocchie. Ed aveva avuto un gran successo e aveva raccomandato ai ragazzi di volersi bene, senza esibirsi troppo. Gli oratori funzionavano. Anche Erika li frequentava. Non veniva nel mio, ma in quello della parrocchia dalla quale la sua famiglia si era trasferita, san Pietro, dove c’erano i suoi cugini. Era affidata a don Livio, un prete con un cuore grande grande. C’erano le radio che avevo lanciato, RadioPieve che aveva un gran successo e nella quale sono passati decine e decine di giovani. Sapevo bene come era cresciuta Erika e come la sua famiglia era religiosa, fedele. Sapevo anche che aveva frequentato il gruppo del canto e che poi, piano piano si era un po’ allontanata. Era entrata in “quel gruppo della stazione” che non mi piaceva per niente. Omar Favaro, invece, era un isolato, uno che non frequentava né chiese, né parrocchie. Avevano un rapporto molto esclusivo con lei. E la madre, Suni, cattolica convintissima, catechista, era severissima, ma non si poteva immaginare cosa sarebbe successo… Qualche giorno prima della tragedia avevamo festeggiato San Valentino proprio a casa dei De Nardo e Erika era felice, un comportamento assolutamente normale…”

E quando l’hanno chiamata quella notte, di fronte a quello scempio, lei cosa ha pensato?

“Volevo benedire, volevo capire, volevo portare un po’ di conforto e purtroppo ho capito subito, abbiamo capito subito che erano stati loro mentre il sangue ci si ghiacciava nelle vene: non c’erano segni di effrazione, nessuno aveva forzato le porte della casa. Erano stati loro… Erika era stranita, allucinata, Omar sembrava un automa…. allora ci siamo spiegati gli atteggiamenti ostili della ragazzina nei confronti della madre, e Omar taciturno, slegato da ogni compagnia, gelosissimo di lei, quella loro frequentazione ossessiva… Era chiaro che quel rapporto tra loro sarebbe finito, un mese, due e Erika si sarebbe convinta. Troppo tardi! Ah che tragedia… Pensare che quella sera il fratellino non doveva esserci. Doveva cenare in casa di un amichetto e, invece, è successo tutto e io mi sono trovato con il padre, con Francesco, in quella casa davanti a quella tragedia, quei corpi martoriati, la mamma e poi il fratellino, forse colpevole di avere solo visto, di essere un testimone…”

E quale fu la reazione del padre, che avrebbe subito la stessa terribile sorte, quando lei arrivò in casa?

“Mi abbracciò. Era disperato… “Cosa devo fare, cosa devo fare?”, mi chiedeva straziato e a me è venuto da dirgli, tra le lacrime: “Devi redimerla, devi salvarla Erika.””

“Lui ha fatto così da quel momento, giorno per giorno, da quella mattina terribile, indimenticabile, dai giorni seguenti, da quello del funerale quando arrivarono il vescovo Martino Canessa e il preside della scuola di Erika e ancora non sapevano qual era la verità, che erano stati loro a uccidere con 97 coltellate, Erika e Omar. Un colpo dopo l’altro, che quando incominciano uccidere poi non smettono più perchè hanno paura che ti scoprano, che se non finisci ti denuncino… Che orrore. Hanno dovuto cambiare i discorsi in chiesa il preside e il vescovo…Avrebbero parlato di assassini sconosciuti…e invece erano stati i due ragazzi e tutti eravamo schiacciati da quella realtà mostruosa… Cambiarono le prediche, le commemorazioni mentre la messa cominciava, quando io gli spiegai quella terribile verità che era un macigno insopportabile”.

Quasi undici anni dopo, don Valentino, Erika ha capito quello che ha fatto? Da quanto trapela lei continua a accusare Omar, che invece confessa in Tv che hanno fatto tutto insieme e che lei era ossessionata dal voler distruggere tutta la famiglia per “rifarsi una vita.”? Un piano perfetto: la colpa a una banda di albanesi e loro vittime come tutti. Un piano perfetto ma di una ingenuità disarmante, smontato dai carabinieri con un microfono nella sala dove i due ragazzi erano stati lasciati soli e si erano parlati, accarezzandosi…

“Erika ha rimosso tutto. Succede in questi casi. Cancelli, cerchi di cancellare, anche se sai che un giorno tutto quello dovrai affrontarlo, dovrai ammetterlo a te stesso. Chissa forse con suo padre nelle visite settimanali avranno incominciato a parlarne, perchè quello è l’unico modo per uscirne. Ma intorno a quel dialogo possibile, tra padre e figlia, un padre premuroso redentore, una figlia intelligente, acuta, che vissuto in carcere per dieci anni, c’è giustamente un grande silenzio. De Nardo fuori ha continuato la sua vita uguale a prima, se l’è imposto: la stessa casa, lo stesso lavoro da dirigente tecnico, gli stessi amici. So che gli hanno chiesto di dare in una comunità ecclesiale una testimonianza del suo perdono. Non so se è già avvenuto…”

Il perdono, la pazienza, il silenzio, ma lei, da prete, come si è spiegato tutto questo, la tragedia, un odio tale da ammazzare così, l’accordo tra due adolescenti?

“Si sono lasciati allucinare dal demonio. Non sembri una spiegazione troppo facile. La spiegazione teologica è questa: il demonio che esiste e ha scelto quella situazione. La spiegazione psichica-psichiatrica è il loro disagio di adolescenti in crescita… sentirsi soli, legarsi in modo quasi maniacale, lei che dominava, che si scontrava con la madre severa, rigida, lui che temeva di restare solo, di perderla. La spiegazione psicologica è che erano soli di fronte a tutto questo. E quel mostro che cresceva in loro non poteva essere fronteggiato solo da loro. Ne parlavano e basta. E poi c’era la droga che avevano preso per agire, che li aveva alterati ancora di più”.

Ma poi come si spiega la furia, una violenza così bestiale, che non riesci a attribuire a ragazzini fragili…

“La droga, l’ossessione, l’enormità di quello che stai facendo e che cancelli mentre lo fai. Erika nei giorni successivi e fino ad ora, non l’ha ammesso con se stessa. Come dicevo, forse abbracciando suo padre, piangendo, avrà incominciato a capire che deve arrivare a “sciogliere” quel grumo. E’ stata in una comunità di Don Mazzi, scelta insieme al padre e lavorerà per arrivare a quella ammissione con se stessa. Forse andrà sulla tomba della madre e del fratellino, la prova che lei stessa ammette come la più dura… la strada della redenzione è lunga ma la legge di Dio è una legge del perdono”.

Si rompe di nuovo la voce di don Culaciatti, mentre sfoglia l’album che i parrocchiani di Pieve gli hanno regalato il giorno che li ha lasciati per salire quassù a Salice. “Tutto questo doveva succedere in una famiglia come questa?”, si chiede con le lacrime trattenute negli occhi, mostrando foto, poesie, messe, canti, dimostrazioni di affetto più che a un padre, la testimonianza di 24 anni trascorsi a Novi in quella comunità, tanto forte, forse, da meritare la terribile attenzione di quello che lui, con occhi adesso più fiammeggianti, chiama “Il demonio”, che ha scatenato Erika e Omar, quasi undici anni fa, laggiù a Novi, e che lui, il prete buono vorrebbe e non riesce a dimenticare.

Giù a Novi, ai margini della nebbia il circo Barnum ha di nuovo piantato le tende. Aspettano Erika, circondano la casa dei De Nardo e il piccolo cimitero, cercano l’ingegnere che non ha mai voluto dire una parola. E il vecchio parroco, oramai lontano, teme che il demonio sia tornato laggiù nella pianura di Novi, dove undici anni fa aveva scatenato il suo inferno.