Francesca Pascale anfitriona, cena Berlusconi-Toti: medierà con Di Maio?

di Franco Manzitti
Pubblicato il 17 aprile 2018 7:05 | Ultimo aggiornamento: 16 aprile 2018 23:38
pascale berlusconi

Francesca Pascale anfitriona, cena Berlusconi-Toti: medierà con Di Maio?

La domenica mattina Giovanni Toti, il governatore della Liguria, vero Fregoli della politica genovese, ligure e nazionale, la passa a registrare un faccia a faccia con Gianni Minoli a Roma.

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Poi vola a Milano, che è anche la sua città, malgrado la residenza in Liguria a Ameglia, perché c’è un appuntamento importantissimo: la cena a Villa Giambelli, località Rogoredo, dove abita Francesca Pascale, fidanzatissima di Silvio Berlusconi. E intorno al tavolo della proprompente first lady del Cavaliere, nell’atmosfera ben più famigliare di quello che sarebbe stata l’”ufficiale” villa di Arcore, si è probabilmente “cucito” lo strappo o meglio la smagliatura che esisteva nei rapporti tra il Cavaliere e il governatore ligure, suo ex delfino, poi molto orientato verso la Lega salviniana.

Due episodi avevano allargato un po’ questa smagliatura tra l’ottantaduenne Berlusca e il neppure cinquantenne Toti, uomo Mediaset, ex direttore di Tg4, poi eurodeputato, poi speaker di Berlusconi suo spin doctor e dal giugno 2015, quasi improvvisamente e inaspettatamente, presidente della Liguria e poi asso vincente in tutte le partite elettorali giocate nella sua nuova terra di conquista, con la vittoria nelle elezioni comunali di Savona, Spezia e _ clamoroso_ Genova, la molto ex roccaforte rossa,..

Il primo episodio riguardava le candidature per le ultime elezioni politiche di Forza Italia in Liguria, per le quali Toti aveva suggerito con il suo travolgente ottimismo anche le figure dei suoi giovani e rampantissimi assessori regionali Giampedrone, Ilaria Cavo e Marco Scajola, nipote dell’ex ministro. Tutte o auto esclusesi, vista l’aria che soffiava a Arcore, o cassate nettamente dal cerchio magico del Cavaliere, che preferiva una linea meno giovanile e paraleghista, catapultando in Liguria un personaggio come Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, subito nominato speaker per Camera e Senato e confermando i vecchi parlamentari genovesi, come Sandro Biasotti, alla terza legislatura e Roberto Cassinelli, avvocato, a lungo tenuto in stallo nella tornata precedente da un altro dei capricci di Berlusconi, tanto per cambiare un giornalista, Augusto Minzolini, che lo aveva preceduto elettoralmente, ma poi era decaduto per la questione delle note spese Rai.

Secondo episodio il caso Imperia, dove Claudio Scajola, l’ex ministro e parlamentare e fondatore con Berlusconi di Forza Italia, della quale aveva scritto lo Statuto e preparato l’organizzazione nel 1996, si è candidato a fare il sindaco di Imperia per la terza volta nella sua ruggente e tormentata vita politica, rompendo le uova nel paniere proprio a Toti, che voleva e vuole applicare anche alla ridente città imperiese la sua formula “tutti uniti a destra si vince” e il candidato lo scegliamo noi.

Così a Imperia si è scavato un fossato tra il governatore ligure e l’ex ministro con il centro destra a trazione leghista, che ha candidato Alberto Fontana, al grido di “Forza Imperia”, malgrado la roboante discesa in campo di Claudio Scajola. Da che parte stava veramente il Cavaliere, da quella del suo vecchio ministro, cui lasciare campo per un finale di carriera casalingo, ma foriero di possibili riscatti o verso Toti, al quale c’era forse un po’ da rimproverare un eccesso di leghismo, un feeleng troppo stretto con Matteo Salvini e addirittura il tentativo di una diaspora con ben quaranta deputati pronti a volare da Fi alla Lega?

Ecco perché la cena di domenica sera, mentre l’Italia stava a bagno maria, tra le riflessioni pelose dei partiti e le raccomandazioni di Mattarella e i missili anti Assad, sparati in Siria da Usa, Regno Unito e Francia, aveva una sua importanza nel definire i contorni del ruolo di Giovanni Toti, oramai da giorni e giorni rimbalzante tra un talk show all’altro, da un’intervista all’altra, da uno show ligure all’altro (tra Coppe Davis giocate a Genova, a settimane del pesto, a firme di grandi opere portuali) in un boom di esposizione mediatica quasi martellante.

Che vuole questo abile manovratore del centro destra, prepararsi un lancio nazionale sfruttando i suoi geni belusconiani e l’affinità leghista nel declinante apparato di Forza Italia, sconfitto alle elezioni e senza più grandi leader fuori da un cerchio magico un po’ obsoleto? Magari un ruolo da ministro, cucito apposta per tenere insieme la Destra, che Di Maio denuncia così divisa tra l’anima salviniana e il trasbordante Cavaliere, reduce dal karaoke al Quirinale, dove ha offuscato la premiership di Matteo? Oppure questo Toti, sempre così riflessivo e “centrato”, vuole solo ritagliarsi una posizione di grande garanzia, restando ancorato alla sua vincente Liguria, al suo governatorato ben agganciato alla Lombardia e al Veneto, dove il centro destra fila con il vento in poppa?

La cena ha sicuramente riavvicinato, se ce n’era bisogno, il Cavaliere al suo ex speaker, che nel frattempo ha fatto una carriera ben diversa dai delfini precedenti, come Fini e Alfano, caduti in disgrazia, dopo le investiture. E’ servita a chiarire sia lo scenario locale che quello nazionale, collocando il presidente ligure in modo baricentrico ma non preponderante.

“Chiedere di eliminare Berlusconi da un’alleanza di governo tra Di Maio e Salvini, come urlano i Cinque Stelle _ ha precisato a cena consumata Toti _ è come buttare la palla in tribuna. Berlusconi non vuole fare il premier o avere un ruolo di guida nel governo, non è questa adesso la sua partita. Il problema è costruire un programma comune che affronti le grandi emergenze del Paese. Se i Cinque Stelle proseguono nella loro politica, decidendo loro chi escludere e non lasciando questo diritto agli elettori che hanno premiato prima di tutto il centro destra _ ha dichiarato all’emittente televisiva “Primo canale” il presidente ligure_ vuol dire che non vogliono sporcarsi le mani veramente con un programma di governo e intendono portare avanti solo una politica massimalista.”

Quanto al suo ruolo Toti è stato ancora più categorico, tagliando secca l’ipotesi di sue candidature ai supremi sogli ministeriali: “Per me non ho chiesto nulla e non avevo nulla da chiedere, sono stato eletto in Liguria e per la Liguria voglio lavorare fino al 2020.”

Quanto al caso Scajola nessuna preclusione e la parola agli elettori con una sola punzecchiatura :” Se gli elettori a Imperia sceglieranno il vecchio, invece del rinnovamento, io sarò felice di rispettare il loro voto.” Come dire che con Scajola comunque si rimane nella stessa parrocchia.

Insomma pace fatta con il Cavaliere, se c’era, appunto, bisogno di farla e una visione comune nell’atteggiamento verso Di Maio e le sue pretese di strappare via il Cavaliere. Ma con qualche indicazione tattica: Toti sottolinea che ha trovato Berlusconi “pragmatico, essenziale, pratico, tutto proiettato verso il bene del Paese” e per nulla “puntato” su se stesso.

Vorrà mica dire che è pronto a quel passo indietro o laterale che possa consentire il varo dell’alleanza Di Maio-Salvini su un programma concordato bene con Berlusconi fuori e magari garantito nei suoi “affetti” più cari, vedi il futuro Mediaset e della sua Dinasty?

Insomma il lavoro di “pontiere” del governatore ligure continua in modo indefesso e foriero di sviluppi.

Dopo la morbida serata con Berlusconi&fidanzata, eccolo di nuovo sulla ribalta genovese in quella lunga intervista tv a “Primocanale”, dedicata ai temi nazionali, ma anche a quelli genovesi e liguri con in prima fila non a caso infrastrutture e ponti, treni, supertreni, valici, collegamenti tra Genova, Milano, Roma, Rotterdam, la Svizzera. Sembra sia il destino di Toti, il suo mantra: collegare, mettere insieme, mediare. Senza mai sbagliare verbo o aggettivo, che si trovi davanti a Marco Travaglio e Lilly Gruber o davanti ai camalli genovesi.

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