Genova, asfalto dal duca di Kent per il ponte di Piano ma preoccupano le gallerie

di Franco Manzitti
Pubblicato il 5 Giugno 2020 12:10 | Ultimo aggiornamento: 5 Giugno 2020 12:10
Genova, asfalto dal duca di Kent per il ponte di Piano ma cadono le gallerie

Auto incolonnate nel tratto bolognese dell’autostrada A14 in direzione sud, Bologna, 11 agosto 2018. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Genova. Ci manca il calcestruzzo da spalmare lungo i 1067 metri del suo percorso e poi l’asfalto speciale che a Genova ha promesso, e nessuno lo sapeva, Michele di Kent, cugino della Regina Elisabetta d’Inghilterra, in visita un paio di mesi fa.

Quasi per sdebitarsi del fatto di avere usato per 400 anni la bandiera di Genova, croce rossa in campo bianco sulle proprie navi, la Corona inglese fa questo cadeau a Genova che sta completando il suo miracolo del ponte.

Michele di Kent ci ha garantito questo materiale speciale – racconta a Blitzquotidiano il sindaco Marco Bucci – in segno di amicizia e di ammirazione per il lavoro che stiamo ultimando”. E non nasconde, il signor sindaco, un sorriso di compiacimento come per sottolineare che questo regalo è anche il risarcimento per quell’uso della bandiera zeneise da lui spesso rivendicato con la frecciata verso il Regno Unit. “Un giorno presenteremo il conto per avere potuto inalberare la nostra bandiera, che un tempo terrorizzava in mare le flotte nemiche al solo suo apparire.”

Adesso quella bandiera, o meglio il nome di Genova, sventolato oramai in tutto il mondo per il “miracolo del ponte”, suscita non paura ma una generale ammirazione che fa arricciare la barba del sindaco Marco Bucci. Insieme con la notizia che è lui il sindaco italiano con il maggior consenso in Italia: capeggia la lista dei primi cittadini davanti a Diego Nardella di Firenze e a Luigi De Magistris di Napoli.

La fama “miracolosa” non si ferma solo ai confini italiani.

Quasi in fila fuori dalla porta del suo ufficio, sul tetto del nobile Palazzo Tursi, c’è la fila delle troupes Tv di tutto il mondo, arrivate a Genova per filmare il ponte e per intervistare il sindaco. Sono arrivati cinesi ( che di velocità di costruzione se ne intendono), australiani, neozelandesi, arabi, coreani canadesi e la lista non finisce più.

E non si riesce ad immaginare che spettacolo ci potrebbe essere il 27 di luglio, quando un concerto organizzato da Salini Impregilo, che oggi si chiama Webuild celebrerà la fine lavori e il ponte, che non ha ancora un nome, ma cento ipotesi di nomi da affibbiargli, si avvierà finalmente ad essere utilizzabile. 23 mesi dopo il tragico crollo con 43 morti e immani distruzioni del suo “predecessore”, il Morandi, spezzatosi il 14 agosto 2018 alle ore 11,37.

Non sarà una festa, sarà un avvenimento sul quale la città e non solo, stanno discutendo un po’ tanto animatamente oramai. Da quando il percorso delle 18 pile e degli impalcati disegnati da Renzo Piano, eseguito da Salini Impregilo, da Fincantieri, da Italferr, sotto il controllo del Rina, si è completamente saldato, unendo di nuovo la valle Polcevera, la valle dei mille dolori, separata, o meglio spezzata dal crollo e da tutto quello che per Genova, il Nord Ovest italiano, il sistema infrastrutturale europeo, questo strappo violento ha significato.

Gli ingegneri, i tecnici, gli operai, gli uomini e le donne dietro le consolle dei computer, non avevano ancora finito di concludere l’operazione aggancio e poi quella di “centraggio” di questo ponte scintillante di acciaio. Un “vascello” che attraversa da un lato all’altro questo spazio doloroso. Come una nave con la sua chiglia a 35-40 metri dal terreno operoso e iperurbanizzato della Valpolcevera, un impalcato via l’altro sopra quello che sarà un parco urbano della rimembranza, il memoriale dei caduti. Che la discussione si era già pesantemente aperta.

Ecco i caduti, le 43 vittime e i loro parenti che non dimenticano e continuano a soffrire e ogni 14 del mese sono sotto il fu-ponte prima e ora sotto il nuovo ponte a gettare i fiori nelle acque secche dei rio Polcevera. Sono loro a opporsi alla festa, alle cerimonia grandiosa che qualcuno aveva immaginato, prevedendo perfino una diretta Rai3 con la conduzione di Amadeus e una sfilata di superstar.

Egle Possetti, la leader di questi parenti, vedove, orfani e amici, comunque, delle vittime volate in quell’inferno di due anni fa, si oppone alla festa, all’ altisonanza di un rito che diventerebbe eclatante:

Vogliamo silenzio e sobrietà”- chiede con forza e anche con qualche striscione che è già stato appeso nella valle. Chi ha sofferto tanto non accetta un’altra passerella di autorità, un assembramento, una sfilata. E così la polemica si accende subito e vede due partiti schierati.

Al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, in piena campagna elettorale per essere rieletto e quindi interessato a un forte segnale pubblico di riconoscimento per il “miracolo”, ha risposto duro niente meno che Luca Bizzarri, il comico genovese, superstar televisiva, che è anche presidente della Fondazione Palazzo Ducale, schierandosi con i parenti dei caduti e chiedendo, appunto, silenzio e sobrietà, e aggiungendo perfino una stilettata al leader regionale: “Io non sono in campagna elettorale!”.

Come finirà?

La celebrazione ci sarà e probabilmente si limiterà a un breve concerto dell’Accademia di Santa Cecilia che suonerà sotto il ponte, forse alla presenza di Sergio Mattarella, invitato da Toti. Qualcuno ipotizza che ci saranno anche le Frecce Tricolori a sottolineare con le loro scie colorate lungo la valle martoriata l’orgoglio italiano per una ricostruzione così rapida e efficiente e moderna e precisa.

Ma potrebbe esserci anche solo un po’ di musica e basta. Il commissario della Grande Ricostruzione, Marco Bucci, sta bene attento a non pronunciarsi sul tema, occupato prima di tutto a concludere le opere che devono ancora terminare con la soletta e l’asfalto da sistemare, con tutta la tecnologia da piazzare nella pancia del nuovo viadotto, la segnaletica, i guard rail e tutto il resto.

Ma sicuramente il “segno” delle prime automobili sul ponte, dopo questa operazione lampo, dopo i collaudi già previsti per metà luglio, con decine di autocarri pieni di 400 tonnellate di ghiaia ciascuno per verificare la stabilità e la resistenza del ponte, sarà forte, fortissimo.

Il sindaco ultra popolare, che è l’artefice numero uno dell’operazione, avendo incarnato quel “metodo Genova”, che oggi viene sbandierato davanti alla crisi Coronavirus ovunque, ancor di più del vessillo genovese con la croce di san Giorgio ai tempi antichi delle flotte sui mari, è tranquillo e non si fa certo tirare dentro alla polemica sulla celebrazione.

Ricorda come tutto è cominciato, se gli chiedi un racconto su come è stato possibile fare tutto così rapidamente, superando difficoltà, incertezze politiche, stalli burocratici, amministrativi e giudiziari e perfino il lock down e l’epidemia.

“ Vi ricordate cosa dissi nel pomeriggio del giorno della tragedia, nella prima conferenza stampa, quando tutti erano a testa bassa e silenziosi? Dissi che la città non era in ginocchio. Eppure c’erano le macerie con i morti sotto, diluviava ancora, la città era nel caos, non sapevamo come muoverci, le autostrade erano bloccate e il ponte spezzato era un pericolo incombente con la gente portata via dalle case sotto. Dissi quella frase perché bisognava scuotere, fare appello allo spirito di resistenza, di riscossa anche in quel momento”.

L’hanno battezzato “o’ sindaco ch’o cria”, quel Bucci che si trovava ad affrontare la più grande emergenza del Dopoguerra genovese e che in quel percorso terribile avrebbe dovuto affrontare quasi a tappe forzate altre “svolte epocali”, che lui ricorda in modo brusco senza tanta retorica.

Il rischio amianto davanti alle operazioni di demolizione del vecchio Morandi, che doveva essere rapidamente “smontato”, mentre già cresceva il nuovo ponte senza nome, con fondamenta profonde fino a 40 metri.

Lo abbiamo superato, tranquillizzando tutti, chi costruiva e la popolazione che continuava ad abitare intorno ai cantieri, a poche centinaia di metri.” Operazione perfetta.

Il rischio demolizione, a seguire, con centinaia di migliaia di tonnellate di cemento e acciaio da smontare, calare a terra e poi alla fine, in quel fatidico 28 giugno 2019, una esplosione che resterà tra gli spettacoli più affascinanti e terribili della città: il cadavere di un ponte lungo allora 1100 metri, minato da cima a fondo con microcariche di esplosivo che poteva sollevare una nuvola di polvere pericolosissima e, invece, trattenuta con sistemi incredibili nell’area del cantiere senza invadere un metro della valle.

Il sindaco ti porta davanti a una grande foto, che raffigura quel momento del boom e indica con la mano il tratto del ponte che doveva esplodere millesimi di secondo prima per guidare tutta la serie di cariche che si sarebbero accese in sequenza: “In questo modo, spiega, abbiamo fermato l’onda, contenendola”.

Venti minuti dopo si poteva già entrare nell’area senza alcun rischio”, aggiunge Bucci con il pragmatismo del suo carattere: si decide, ci si affida ai migliori, si esegue con forza e speranza.

Poi il corona virus, che ha bloccato Genova, l’Italia, il mondo, ma non il ponte e il lavoro di ricostruzione, come se un destino “superiore” guidasse la grande squadra che sotto quel chilometro e sessantasette metri di cantiere doveva andare avanti.

Abbiamo avuto una caso sospetto di infezione in una società appaltatrice, ma poi è rientrato, abbiamo avuto qualche operaio che per ragioni famigliari di lontananza, ha voluto rientrare a casa, c’è stata qualche sostituzione tra le ditte appaltatrici, ma siamo andati avanti sempre.”

Era quasi irreale in pieno lock down attraversare il deserto della città e arrivare nelle strade intorno al ponte in costruzione, ammirare l’impalcato che, pezzo dopo pezzo, veniva issato all’altezza giusta, di giorno, di notte sotto la luce dei fari mentre le strade, i quartieri parevano morti, le luci poche, i battiti del cuore della valle, della costa verso il mare, quasi a zero.

Dall’alto dalla collina magica di Coronata il rumore dei lavori arrivava a ondate e rimbalzava come un eco misteriosa. Non hanno smesso mai, lavoravano h24, come racconta sempre senza retorica, ma con il suo efficientismo made in Usa, il sindaco-commissario.

E ora il conto alla rovescia ondeggia la sua data finale a luglio, tra quel concerto un po’ contestato, sul qual anche Toti sembra infine fare una mezza marcia indietro per non urtare la sensibilità degli abitanti e dei parenti delle vittime e l’inaugurazione vera e propria, quella cui punta Bucci. Nascono altri problemi, come quello della “consegna” del ponte concluso, collaudato e finalmente collegato con il resto della rete autostradale.

Chi “prenderà in carico” dal commissario quel tratto di autostrada ricostruito così magicamente? La tanto famigerata società concessionaria, che fa capo ad Atlantia, dove Tomasi ha preso il posto di Castellucci come amministratore delegato e dove dominano i Benetton? Sarà questa società, la cui concessione è sotto revoca, come ha appena ricordato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a subentrare nella gestione di questo gioiello?

La polemica sulla revoca non si è mai calmata da poche ore dopo la tragedia ad oggi, in un saliscendi di tensione tra i due governi che si sono succeduti e la società stessa. E sembra quindi paradossale che tutto finisca in questo modo, anche se è la Società Autostrade che pagherà il conto di 210 milioni di euro del prezzo di costruzione del ponte.

Non lo hanno mantenuto come avrebbero dovuto e, quindi, è chiaro che il danno va pagato da chi lo ha provocato.

Il nuovo ponte sarà, comunque, collegato con una rete autostradale che sta facendo in Liguria acqua da tutte le parti. E’ come se il disastro del Morandi avesse smascherato le precarie condizioni di manutenzione di ponti e gallerie che “segnano” i percorsi autostradali in Liguria.

Dopo mesi di polemiche, di chiusure, di crolli, come quello tra Altare e Savona sulla A6, di lavori su ogni tratta della A10, della A6, della A12 e della A7 e della A26, le autostrade che tagliano la Liguria, e dopo il lock down, la situazione è di nuovo precipitata.

La stessa Società delle autostrade ha annunciato che deve intervenire su 36 delle 250 gallerie liguri. Il calcestruzzo delle volte è stato rosicchiato al punto che alcune di queste gallerie sono chiuse integralmente al traffico: si passa sull’altra corsia, dimezzandola.

Un disastro che penalizza pesantemente la circolazione su tutta la rete ligure, soffocando di code ogni tratta, minacciando il turismo e i traffici portuali e non solo, già penalizzati dall’epidemia di coronavirus.

Ma questa è tutta un’altra storia, anche se parte dalla tragedia che ha portato a ricostruire il ponte. Miracolosamente.