Genova. Il Cardinal Bagnasco all’ultima messa da vescovo: Te Deum e obiezione di coscienza

di Franco Manzitti
Pubblicato il 8 gennaio 2019 14:20 | Ultimo aggiornamento: 8 gennaio 2019 14:20
Genova. Il Cardinal Bagnasco all'ultima messa da vescovo: Te Deum e obiezione di coscienza

Genova. Il Cardinal Bagnasco all’ultima messa da vescovo: Te Deum e obiezione di coscienza

ROMA – Lo aspettano alla porta della grande Chiesa nel cuore della città, dove già la notte di san Silvestro fa fremere la piazza ombelicale di luci, botti rumorosi, in una febbre di festa quasi “risarcitoria” per tutto quello che è successo dal fatidico 14 agosto del ponte maledetto. Lo aspettano dodici giovani sacerdoti, la croce e il corteo per rendere solenne l’ingresso di sua Eminenza, il cardinale Angelo Bagnasco, giunto all’ultimo Capodanno della sua carriera di arcivescovo di questa città, che finisce il suo anno più infausto.

E’ la sera del Te Deum, la cerimonia nella quale l’organo gonfia le note del “Veni Creator” e il vescovo-pastore delle anime della diocesi traccia il suo bilancio dell’anno che finisce. E’ la sera nella quale, tra Natale e Capodanno, questo cardinale impeccabile nella sua veste porpora, nel tricorno ben calzato, la veste bianca perfetta, lo zucchetto che non scivola, può forse togliersi qualche sassolino dalle scarpe, a quasi cinque mesi dal crollo.

E’ lui il “capo” di una Chiesa che si è impegnata anche polemicamente nell’emergenza della città spezzata, piegata, nei grandi problemi di un territorio sofferente, di “sfollati”, danneggiati, incazzati, abbandonati e non. Sotto quel ponte c’è di tutto, compresa la chiesa dove Bagnasco è andato a celebrare la messa di Natale, i tendoni della Protezione Civile, che stanno per essere smontati, ora che il Gran Cantiere va a essere costruito sul cadavere del ponte, ora che le ruspe, le gru, gli esplosivi stanno per sbriciolare i monconi e le case sottostanti, dove il vento gelido dell’inverno fischia nel vuoto delle strade, dei portoni, degli appartamenti abbandonati, in una fuga che non finisce più da questi cinque mesi.

“Veni creator spiritus, mentes tuorum visita”, invocano i fedeli della Chiesa del Gesù, mentre Bagnasco sale le scale dell’altare maggiore e gli preparano il microfono e lo piazzano in mezzo davanti alla folla dei fedeli, che sta qui a aspettare un discorso diverso da quello di tutti i fine anno. La Chiesa dei Cappellani del lavoro, di molti parroci, ha già parlato duro, il cardinale stesso ha chiesto di fare presto, di non indugiare, ha sferzato, come può sferzare un principe della gerarchia cattolica, severo, misurato come lui che per dieci anni, da presidente Cei, ha contato le parole, ha tessuto la trama dei suoi discorsi ex cathedra davanti ai confratelli.

Lui è stato attento, austero, all’inizio magari anche freddo per il suo carattere, tanto che qualche spiffero si era levato da sotto il ponte: “Ma come, sono venuti tutti, qualche ministro anche più di una volta e lui no…..”. Poi Bagnasco era venuto, era andato là sotto a celebrare messe nella chiesa della Certosa, a gettare corone di fiori nel rio secco e anonimo… Molti suoi preti erano stati molto più chiari, quasi sfacciati, furibondi nel chiedere aiuti, assistenza, nel sollecitare che si facesse presto a rifarlo quel ponte.

E tra questi in prima fila, don Massimiliano Moretti, parroco di santa Zita e sul campo leader di una protesta in tonaca e clergyman, che si era allargata, allargata, fino a assumere toni da crociata: “Scendete in piazza, se necessario “, aveva urlato davanti alle crisi occupazionali a raffica, innescate sotto il ponte, ma anche altrove nella città sofferente, Ilva, Piaggio, Terzo Valico, Rinascente e sullo sfondo la catastrofe Carige, con 4300 dipendenti in bilico.

E il cardinale parte subito dal ponte, dalla città ferita, dai 43 morti, che non saranno mai dimenticati, ma ricorda la coesione sociale che è scattata, l’orgoglio genovese che ha reagito allo “sbigottimento davanti all’incredibile che è successo”. “Cari genovesi – dice il cardinale – esprimo ammirazione e gratitudine per questo patrimonio di solidarietà che sarebbe criminale dilapidare.”

Poi la speranza, che non a caso è una delle virtù teologali: “Dopo alcuni mesi il ponte sarà ricostruito con il sigillo di Genova e la città agli occhi del mondo, che ci guarda, sarà riconosciuta per la sua capacità di reagire. Dobbiamo essere una comunità affidabile, guai se cediamo alla conservazione. Dobbiamo seguire con decisioni sagge e rapide. Domani è tardi”.

Rapidi, bisogna essere rapidi, scandisce il pastore di questo gregge un po’ sbandato, un po’ fiducioso, che sta nella grande chiesa rassicurante con le sue insigni opere, i suoi capolavori appesi e dipinti sotto le navate e sopratutto parla Sua Eminenza per quel popolo incerto, che sta in attesa fuori, tra le luci delle Feste, come accese in una pista luminosa, tra questo ombelico cittadino e la “zona rossa”, la “zona arancione” , la “zona nera”, laggiù, in attesa delle ruspe e della dinamite.

Poi è Genova intera, non solo il ponte maledetto, che si merita le parole del Te Deum, le sue difficoltà, poi è l’Italia con le sue incertezze, l’Europa vacillante, cui Bagnasco dedica la sua riflessione acuminata, ma dentro il suo guanto di velluto: quello che attutisce un po’ le sferzate al governo giallo-verde sui temi urgenti della legge di bilancio, in quella parte che frusta, tassandola, la “bontà” delle organizzazioni del Terzo Settore, di chi organizza l’assistenza, il soccorso dei più deboli e sul tema bruciante dell’immigrazione, con quelle navi cariche di umanità dolente che proprio nelle ore del Te Deum sono sperse in un mare in tempesta, al freddo, senza cibo, con i porti italiani chiusi. Che resteranno chiusi davanti a quelle 49 anime abbandonate.

Obiezione di coscienza, dirà dopo il cardinale nei giorni dell’Epifania, di fronte alla chiusura secca di Salvini, alla ribellione dei sindaci, Orlando, De Magistris e tanti altri, pronti a violare la nuova legge che sbarca in mezzo alle città miglia di disperati, senza assistenza e identità, condannati all’accattonaggio e alla delinquenza. Sarà lui, il cardinale di Genova, a schierare per primo la Chiesa intera, tre giorni prima del papa Francesco, due giorni prima del vescovo di Torino, di quello di Bologna, a “armare” i suoi fedeli “contro”, a dettare la linea.

Non per caso nel Te Deum Bagnasco parla dell’Europa, lui cardinale che è anche presidente della Conferenza Episcopale dei vescovi europei, e anche ora il guanto di velluto non nasconde le stilettate ai predicatori di odio e ai sovranisti-populisti, a chi vuole separare, dividere, allontanare, chiudere, “isolazionare”. “Genova si presenti come rapida, capace di attrarre nuove aziende, di superare i freni burocratici, di non cedere alla finanza che specula solo, invece di rappresentare un’occasione di investimento e di servizio”, insiste ancora sulla città dolorante, “Noi crediamo in un’ Europa Unita. Cosa sarebbe un’ Europa divisa, ridotta in balia di tutto, lontana dal suo destino di casa per tutti”.

Poi ci sono i giovani, il tema delle loro incalzanti emergenze, che scaldano un po’ l’aplomb del cardinale sull’orlo della pensione, che inveisce per questi ragazzi che studiano, studiano in un liceo considerato ancora una buona scuola in Italia, che viaggiano per migliorare, ma che poi sono costretti a emigrare.
“E va bene – dice Bagnasco – ma poi devono essere in condizione di poter tornare, perché è giusto lavorare lontano, ma deve esserci l’occasione di rientrare a casa per contribuire a migliorarla…”. Come ha fatto proprio il sindaco, Marco Bucci, colui che sta cercando di ricostruire il ponte, che si equilibra tra quella spinta e le difficoltà e il governo che ha suggerito le decisioni sui ricostruttori…….un ex emigrante tornato a Genova con le competenze accumulate lontano.

“Veni creator spiritus, accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, infirma nostri corporis…”, canta il coro e questo cardinale sembra più fragile e al tempo stesso forte, in mezzo all’altare maggiore. Le invocazioni della liturgia tradizionale sembrano accompagnare il bilancio severo di Sua Eminenza, che entra secco sul tema del lavoro, le grandi crisi occupazionali da una parte e il mercato dove gli squilibri sono forti: “Ingegneri, periti, informatici, tutti li cercano, ma a Genova non si trovano – dice Bagnasco -. Dove sta allora il disequilibrio tra la fuga dei ragazzi e la ricerca delle aziende? Chi ci deve pensare? Il fatto è che siamo in una città in decrescita, dove la denatalizzazione è sempre più spinta.

“La natalità così bassa è una piaga” per il pastore del gregge e poi questo lavoro che non c’è quando finalmente c’è spesso diventa ingiusto. Il suo requisito non può che essere la stabilità, perchè senza questo requisito non si fonda nulla, non si crea sopratutto una comunità. Come ci si può affezionare a un lavoro, costruirci sopra il proprio percorso, se tutto è flessibile?”. “Va bene – ironizza perfino il cardinale – che oggi è tutto fluido e liquido, ma bisogna stare attenti che questa precarietà non diventi povertà“.