Ballottaggio a Genova. Spariti i partiti, campagna nei carrugi e tra la gente

di Franco Manzitti
Pubblicato il 17 Maggio 2012 12:56 | Ultimo aggiornamento: 17 Maggio 2012 12:56

Che spettacolo lo sprint della sfida genovese al ballottaggio tra il candidato del centro sinistra, il postmarchese Marco Doria, dei Doria-Doria, ammiragli, principi e Dogi e il candidato “civic” Enrico Musso della Fondazione “Oltremare” e dell’ex Terzo Polo già passato a miglior vita! Negli ultimi giorni del match, quelli che una volta si sarebbero chiamati i partiti di riferimento ( o di militanza) si sono come dissolti nei meandri di questa città un po’ labirintica, un po’ saliscendi per colline cementificate e trasformate in immensi posteggi, un po’ dispersa in vallate postindustrali. Il discorso vale sopratutto per Marco Doria, sulla cui scheda elettorale tra liste civiche e partiti c’è una folla da metropolitana nel momento di punta.

Arriva il leader maximo del Pd il Pierluigi Bersani, lui si che potrebbe assomigliare a un San Sebastiano per le frecce che porta in giro, non la Marta Vincenzi candidata sconfitta nelle Primarie, ex sindachessa in fuga, incazzata e carica di lividi e livori, e dove va a nascondersi? Altro che comizi di piazza, bagni di folla, in una di quelle piazze ombelicali del Grande Potere Rosso genovese! Anche lui, con Marco Doria a fianco, si infratta nei quartieri periferici e va a incontrare gli elettori in stretti vicoli, caruggi, stradine, piazzette che per l’occasione li chiamano point e dove c’è sempre un pezzo di focaccia (quella sempre buona come ai tempi delle piazze larghe e dei comizi oceanici) e un bicchiere di vino (meno buono della focaccia).

Il partito c’è, ma non si vede, anche se il segretario nazionale ne avrebbe di cose da dire, con quel che succede nel mondo e in Italia e anche qua, la terra di Belsito e Company, dello scandalo Lega e del braccio di ferro di una politica industriale nazionale che si inabissa proprio, tra la Fincantieri appesa all’ultima nave da fare, a Ansaldo Energia e Ansaldo Sts, che Finmeccanica ha messo sul mercato del disastro generale e che qua sono nell’ombelico genovese, quello intorno al quale la folla dei candidati e sponsor gira un po’ largo.

Gira largo anche perchè da quelle fabbriche e da quelle altre del cimitero genovese escono un corteo al giorno e oggi anche due, con le mobilitazioni antiterrorismo che nascono da quel maledetto lunedì pre elettorale, primo turno in cui hanno gambizzato l’ingegner Roberto Adinolfi.

Invece la piazza, il corteo, si riempiono e crescono, si allungano eccome, ma se non c’è di mezzo la campagna elettorale. Lì il candidato e i suoi spin doctor, i suoi assistenti cercano altri percorsi”protetti”.

A Genova esiste una espressione dialettale, quasi intraducibile per spiegare questo stato d’animo: maniman.

Maniman quel candidato si confonde troppo con i partiti e la gente, incavolata perchè tanto “sono tutti uguali”, lo cancella e non va a votare. Come dire: non si sa mai (uguale maniman) mi sbaglio e quindi cautela…..

E così anche l’esibizionista Nichi Vendola, che anche lui appoggia Marco Doria, arriva nello stesso pomeriggio della giornata in cui Bersani è atterrato e ripartito, si infratta nei quartieri genovesi, al coperto e si accoda a questo corteo abbastanza ridotto che raggiunge piccoli punti sensibili della città, dove il candidato incontra il suo popolo e brinda e ascolta con al fianco il leader che gli batte la mano sulla spalla, comprensivo.

Tutti comprensivi che u’ partiu (il partito in genovese) deve starsene ben indietro, come quasi nascosto, come sulla scheda elettorale dove se proprio lo vuoi scoprire devi andarlo a cercare nei geroglifici delle liste civiche, delle sigle, nel lenzuolone che sembra fatto apposta per confondere le idee e sopratutto come in una magia da Oudiny: e voilà il partito non c’è più, che sia il Pd, l’Idv o il Sel, il partito non c’è più.

Azzittite le grancasse, state lontani dalle piazze: i voti si vanno a prendere in un altro modo: tanto il tamburo, la batteria, il richiamo dalla foresta nel caso di Marco Doria, quelli li fanno sentire i preti- militanti come don Andrea Gallo e don Paolo Farinella, che hanno sostituito il pulpito con il comizio, il loro verbo evangelico con l’invettiva politica e la richiesta del voto esplicita e ripetuta. Ma la chiesa è la chiesa e lì, di questi tempi, si che si può alzare il tono, pregare, chiedere aiuto….e voto.
Così va la campagna elettorale nella città che fu del cardinale Siri, di cui si è celebrato il ventitresimo dalla morte, del democristiano Paolo Emilio Taviani, di cui si stanno celebrando i cento anni dalla nascita e di Angelo Costa, il grande armatore, presidente di Confindustria sulla cui storia della famiglia-dinastia sta per uscire un importante libro. Taviani-Costa-Siri, la presunta triade che i partiti ce li aveva davanti e dentro nello scenario genovese della ricostruzione post bellica, nel muro a muro ideologico tra il Pci-roccaforte rossa e la Dc dei Comitati civici e il liberalismo alla genovese delll’imprenditore Costa.
Oggi altro che ricostruzione o boom economico che qua non c’è mai stato.

Gli ultimi giorni della campagna elettorale, appesa a questo ballottaggio acrobatico per il candidato inseguitore Enrico Musso sono la conferma e la dissolvenza dei partiti. Anche di quelli che potrebbero convergere sull’antagonista di Doria, appunto il professor Musso, che in teoria non dovrebbe averne bisogno, perchè lui corre solitario da due anni con la sua lista civica, dopo avere strappato da Berlusconi. Il Terzo Polo che gli si è aggregato manda a Genova qualcuno dei suoi leader meno noti, ben attento a mostrarli troppo. Pierferdinando Casini appoggia Musso per telefono con accorati appelli alle emittenti locali. Manco si avvicina.

Il candidato sconfitto nel primo turno della Pdl, Pierluigi Vinai, vicepresidente sospeso della Fondazione Carige per impegni elettorali(oramai conclusi), ha avuto la faccia di annunciare che lui forse voterà scheda bianca, piuttosto che appoggiare il “traditore” Musso, tanto era lo scornacchaimento subito con la scomfitta.

La Lega si vergogna tanto di Belsito e scandali annessi, che ha dato libertà di voto.

Ma la scomparsa più eclatante sono i grillini e il loro leader, Paolo Putti, la grande rivelazione del primo turno con il ballottaggio sfiorato al 13,60 per cento. Inceneriti dalla censura del “fondatore” Beppe Grillo, che ha ingiunto loro di sparire dalle esibizioni tv, i CinqueStelle sono scomparsi e gli studi su dove finiranno i loro voti sono uno dei rebus sui quali i sondaggisti alla Renato Manheimer ( che insegna all’Università di Genova) si affannano. Ma finiranno? Finiranno da qualche parte questi voti o evaporeranno come quel 45 per cento del primo turno?

Senza partiti effettivamente in campo, in un clima di depressione totale e con i giornali locali che si divertono a immaginare giunte comunali ipotetiche e comunque zeppe di sconosciuti, che tutti i personaggi appetibili per immagine e competenza, se ne stanno bel lontani o oppongono cortesi rifiuti alle profferte di questa politica azzoppata, il Grande Spauracchio del secondo turno genovese è una percentuale di votanti intorno al 40 per cento, contro il 55 per cento del primo turno.

Un collasso totale, che è difficile consolare col ragionamento che “finalmente siamo diventati una democrazia matura”, come quelle anglosassoni o nordiste che votano con il contagocce.

Qui siamo una democrazia in apnea, dove regna una aria di rassegnazione e dove le scosse a votare, l’elettrochoc per spingere i renitenti e presentarsi ai seggi non riesce a farlo scoccare nessuno.

I due ballottanti, Musso e Doria, si sono affrontati nell’ultimo match televisivo davanti alle telecamere di Primo Canale, intervistati dal direttore de “Il Secolo XIX” Umberto La Rocca e da quello della stessa emittente, Mario Paternostro, ammettendo che magari tra qualche anno da nemici come sono ora saranno diventati amici, visto che fanno i professori di Economia, nella stessa Università.

Già, ma fra qualche anno, quale sarà il destino di Genova che sta per votare un sindaco, l’uno o l’altro che sia, con meno voti di tutta la sua storia recente? Allora non sarebbe meglio scegliere un Doge, indicato dal maggior Consiglio di saggi e potenti? Senza con questo volere spezzare una lancia per Marco Doria, che qualche antenato scelto in quel modo lo ha sicuramente avuto, ma che ora naviga sul suo galeone in acque molto distanti dalla flotta “dogata”.