Genova sotto le bombe di acqua e violenza

di Franco Manzitti
Pubblicato il 25 agosto 2012 13:56 | Ultimo aggiornamento: 25 agosto 2012 16:01
Genova dopo l'alluvione del 2011

Genova dopo l’alluvione del 2011 (LaPresse)

GENOVA – Ci mancavano i bombardamenti. Domenica 26 agosto la città, sotto canicola permanente da oltre un mese e attraversata da scontri sociali per le vertenze chiave del suo futuro e investita da una serie impressionante di episodi di violenza, rischia anche lo scoppio degli ordigni. I metereologi, subito smentiti come profeti di sventura, hanno ipotizzato una precipitazione record, una vera bomba d’acqua, come quella che seminò morte e distruzione lo scorso 5 novembre, precisando anche l’ora: le otto di mattina. Alla stessa ora mezza città, compreso l’aeroporto, il porto e una parte dei nodi autostradali, saranno bloccati perché gli artificieri dell’Esercito devono disinnescare un ordigno bellico scovato praticamente ai piedi della mitica Lanterna. Un “confetto” rimasto intatto nelle acque del porto da oltre sessant’anni, regalo di uno dei bombardamenti inglesi dello storico inverno del 1943, quando la flotta di Sua Maestà sparava su Genova dalla linea di orizzonte e gli abitanti non capivano neppure da dove arrivassero quei proiettili.

Insomma è un finale d’estate con i botti, anche solo metaforicamente, per una delle città italiane che sta subendo di più la crisi, nel pieno del suo processo di de industrializzazione e quando le opere pubbliche e infrastrutturali, che potrebbero portare ossigeno all’occupazione sono imbrigliate nelle indecisioni politiche e nella selva dei comitati che si oppongo a tangenziali autostradali e valichi ferroviari. Ci mancavano le bombe meteo e quelle che riportano la Superba agli anni Quaranta, oggi una linea che appare uno spartiacque nel destino civico, che dopo gli anni Cinquanta si avvitò in un lento e inesorabile declino industriale, tamponato dalle aziende Iri per un paio di decenni e poi avviato all’attuale desertificazione del Terzo Millennio.
In questa città i rimbombi delle bomba reali, meteo o di quelli che risucchiano indietro la storia di sessanta anni, sono come lo sfondo di altri rumori cupi: quelli di una nuova violenza che si sparge per la città, conseguenza di un controllo sociale meno stretto, sia delle autorità costituite, sia delle viti che stringono la convivenza civile attraverso organizzazioni e partiti.

E così l’immigrazione, che dai primi anni Novanta ha cambiato i connotati di molti quartieri della città, sopratutto quella di Ponente, oltre la Lanterna della vecchia bomba sottostante, Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente, Prà, Voltri, che sono “occupati” dai nuovi genovesi in netta prevalenza sudamericani, equadoregni, ma anche peruviani, centroamericani, oramai una maggioranza schiacciante sui nordafricani delle prime ondate, sugli albanesi dei primi insediamenti.
Capita così che uno scontro tra bande di latinos lasci sul campo un morto, un giovane padre di famiglia, incensurato, Roberto Dani Miguel Moralez, più che un equadoregno, un “nuovo genovese” di 34 anni, nato qua da genitori sudamericani. Una delle oramai ricorrenti sfide tra bande latinos, finita in un pestaggio nella zona di Di Negro, vera cerniera tra il centro città e quel Ponente un tempo ribollente di fabbriche e operai, tute blù, colletti bianchi, spesso figli della prima immigrazione dal Sud Italia e oggi sempre più occupato, nei suoi spazi lavorativi vuoti e nelle sue case più a buon prezzo, dagli immigrati che impongono ritmi biologici nuovi ed anche modulazioni di scontri sociali inediti tra queste bande di giovanissimi con il berettino calzato a rovescio, il look uguale, gonfi di cerveza, decisi ad affermare il loro passo nella città in qualche modo nemica.

Era uno spauracchio da anni questo fronte violento di una immigrazione per la maggioranza dolce, fatta di famiglie, di donne generose e capaci, legioni intere di badanti, assistenti, che, nel numero di decine di migliaia, assistono la popolazione genovese, la più vecchia del mondo, quella che gli Usa studiano per il suo tasso record di invecchiamento, alla pari di qualche rara enclave giapponese.

Sono civili i funerali a Staglieno, il grande cimitero monumento di Genova del povero Roberto Dany Miguel, si prega si perdona, non si capisce perchè a pagare sia quel ragazzo che era uscito con un gruppo di amici non certo per andArsi a picchiare, ma che è stato inghiottito dalla spirale dell”enfrentamiento”, che agita la pancia di questa immigrazione, dei suoi giovani, che sono alla deriva in quella città dove molti relitti vengono trascinati via dalla corrente di una scarsa coesione sociale, dove è più facile “giocare alla guerra” tra latinos in contesa per occupare territori che sono pezzi di città degradata, piazzali, strade di periferia, che costruire opportunità di lavoro.

E poi il destino vuole che negli stessi giorni tre genovesi doc si siano trasformati in giustizieri sulle alture di Cicagna, nell’entroterra chiavarese, pestando a sangue un marocchino di 34 anni, Youssef, accusato di furto nelle case di questo piccolo centro sulle alture. Lo hanno aspettato di notte armati di cacciaviti e bastoni in tre, un muratore, un falegname, un commerciante e gli hanno dato la lezione, riducendolo in fin di vita. Hanno confessato, erano esasperati dai furti dei quali il ragazzo “nero” era sospettato. Li hanno arrestati, li processeranno. Ci mancava che si mettessero il capuccio del KluKlux Clan e poi l’operazione ci avrebbe portato alle spedizioni punitive degli anni Cinquanta, in alcuni stati intolleranti americani, dove i neri incominciavano la sanguinosa battaglia per i loro diritti.

Invece siamo nella provincia di Genova, sulle colline della Resistenza ai nazifascisti, dove sessanta anni dopo (e quella bomba scoperta in porto marca ancora di più la lontananza), l’intolleranza monta pericolosamente. Cupi rimbombi di una società che si sfrangia nella difficoltà e che dopo avere reagito per decenni ai duri colpi della de industrializzazione, ed anche del terrorismo e degli anni di piombo, incominciati qui e qui di fatto conclusi con i blitz del generale Dalla Chiesa, in quell’appartamento di via Fracchia, aprile 1979, dove la colonna genovese venne sgominata e i carabinieri seccarono a colpi di fucili a pompa, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Anna Maria Ludmann e Roberto Panciroli, i killer dell’operaio genovese Italsider Guido Rossa, sembra arrendersi a un’altra violenza molto più “piccola”.

La chiamano microcriminalità ed è diventata inopinatamente già un record per una ex città compassata, sobria e ben difesa da apparati di polizia e di carabinieri che sapevano controllare un territorio difficile. E così salta fuori che Genova nel 2011 è la città italiana dove sono stati denunciati più borseggi: quasi 700 ogni centomila abitanti, dove gli scippi sono più numerosi che in ogni altra città italiana.

Che sia colpa della sua orografia, del suo immenso centro storico, invano recuperato in alcune parti, ma che è il territorio ideale nel suo dedalo di caruggi in salita, in discesa , in aree abbandonate, magari a tre passi dalle strade nobile, per assaltare, strappare, sfuggire , sparire nel ventre molle della città, quello che scende tra profumi, afrori e purtroppo sempre più puzze, verso il porto antico, il circo Barnum dell’Acquario, dell’Expò colombiana, dell’Ascensore nel Bigo di Renzo Piano, la grande piazza mediterranea, dove se tu vai scopri come la multietnicità si è accocolata sulle panchine in faccia alle vecchie banchine portuali, di spalle al palazzo san Giorgio, il Governo del porto che da lì non lo vedi quasi nella sua versione mercantile.

Nella classifica di tutti i reati, questa città, diventata così multiforme, dove il palazzo dei Comune, nel cuore del quartiere più nobile, patrimonio Unesco, confina con i più sordidi bordelli della prostituzione multicolor, multi razziale, è oramai la sesta, rispettando la classifica demografica, malgrado la sua fama di order e law, sempre rispettata nei secoli anche grazie a una sua organizzazione sociale rigida e malgrado sia sempre stata un grande porto, dove fino agli anni Sessanta stava di stanza la flotta Usa del primo Dopoguerra e i caruggi venivano battuti dalle pattuglie della Marina Americana con la scritta Mp sul braccio e il manganello in pugno, pronti a sedare le risse tra marinai in libera uscita e a caccia di “donnine” e liquori forti nei locali di quello che era a tutti gli effetti un grande angiporto.

Oggi le pattuglie che girano sono quelle di una polizia italiana senza i soldi per la benzina e di paradossali integrazioni, come quella dei piccoli contingenti di alpini, mandati di rinforzo un paio di estati fa da quel genio del ministro Ignazio La Russa, per rinforzare la guardia delle pattuglie, con risultati zero e molte battute sulle penne nere a tre passi dal vecchio porto.
Ci sono quartieri interi, pezzi di “caruggi” nei quali la bandiera bianca della resa per l’ordine pubblico è già stata issata. Via Maddalena, a trenta metri dalla strade dei Re, via Garibaldi, dove ci sono i palazzi dei Rolli, capolavori Cinquecento_Seicenteschi, di nobili famiglie, compresa quella del sindaco in carica, appunto il marchese Marco Doria, figlio del marchese diseredato Giorgio, eletto nel maggio scorso come indipendente, vicino a Rifondazione Comunista, nell’alleanza di centro sinistra.

Insomma qusata è una città dai confini sempre più fragili, tra i quartieri alti e quelli del degrado, tra la legalità e la violenza, perfino tra gli indigeni e le nuove etnie, tra le generazioni con le enclave dei supervecchi, sempre più in difficoltà per un’assistenza tagliata dalle spendig reweu e le fughe fuori dalle mura dai trentenni-quarantenni che cercano lavoro lontano. Ci mancava che volessero bombardare con l’acqua dei temporali di un nuovo clima e con gli ordigni rimasti a ricordare una vecchia guerra di fronte alla quale il popolo genovese sapeva alzare la tesTa. Compatto e deciso.

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