Genova canta Bella ciao, esorcizza Casa Pound, il sindaco Bucci scivola…

di Franco Manzitti
Pubblicato il 18 gennaio 2018 6:50 | Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2018 21:14
bucci-genova

Il sindaco Bucci

La lama di un coltello brilla in un pomeriggio invernale, nella strada centrale di Genova, dove i militanti del movimento antifascista stanno attaccando manifesti e distribuendo volantini contro i rigurgiti di estrema destra che agitano la calma piatta della politica ligure, dopo i trionfi a ripetizione del centro destra in Comune, in Regione e nella più importanti città liguri.

Come un detonatore la coltellata, che ferisce alla schiena il militante, fa esplodere una tensione inattesa. In consiglio regionale cantano “Bella Ciao” e perfino l’Inno di Mameli in chiave anti fascista contro la giunta del potentissimo governatore Giovanni Toti, che si era pronunciato un po’ genericamente condannando “tutte le violenze”. Il consiglio comunale, da mesi una specie di soporifera seduta senza brividi, dove l’opposizione di sinistra langue senza fremiti e dove perfino i grillini sembravano dormire un sonno senza risvegli, viene addirittura interrotto in una bagarre generale.

Il sindaco prepolitico, manager di successo, Marco Bucci per ora tenutosi fuori da ogni contesa ideologica o para ideologica deve assistere alla sospensione della seduta. I suoi alleati Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega si spaccano addirittura sulla posizione da assumere di fronte alla contestazione che arriva da sinistra dopo l’aggressione “fascista”.

Il pubblico urla contro la maggioranza, rinforzato da deputati e consiglieri regionali del Pd e dintorni che sembrano Lazzari usciti dalla tomba, dove erano rinchiusi dopo le sconfitte elettorali. Spiazzati dall’emergenza ideologica (che si fa se improvvisamente la sinistra si riorganizza e chiede un corteo chiaramente antifascista?) i nuovi governanti di Genova non sanno far di meglio che chiedere istruzioni per telefono a Ignazio la Russa e Giorgia Meloni.

Il sindaco prende le distanze, condannando “ogni violenza” e annuncia che parteciperà al corteo contro gli estremisti di Casa Pound e di Forza Nuova che si sono pericolosamente e provocatoriamente accasati nella Genova città anti-fascista per definizione, ma non sottoscrive il termine “anti fascista” da apporre alla manifestazione. Lo contestano all’interno della Sala Rossa del nobile palazzo comunale e ululano anche all’esterno. La seduta viene rinviata e il problema resta a bollire, denudando le difficoltà di una maggioranza di centro destra, che aveva accuratamente evitato per mesi di farsi impelagare in battaglie con barlumi di ideologia.

Ma quell’aggressione con il coltello che colpisce, anche se non in modo grave il militante anti fascista , sulla quale la Procura apre un’inchiesta e sulla quale si accende subito un dibattito durissimo, apre uno scenario nuovo nella “bella addormentata” dalla politica, questa Genova delle sconfitte a raffica del Pd e dei suoi alleati, della paralisi nel gioco maggioranza-opposizione.

Tutti fermi e zitti a osservare gli shows di comunicazione dei nuovi poteri genovesi, che stendono red carpet, proiettano visioni meravigliose della città., siglano accordi per nuove iniziative, rilanciano i progetti di Renzo Piano, promettono migliaia di posti di lavoro, fine del degrado cittadino, rapidità di collegamenti con il resto dell’Italia e maggiore sicurezza per i cittadini, spostano i mercatini abusivi degli immigrati, liberano le movide dei ragazzi nei vecchi caruggi, introducendo la libertà di bere e trasformano ogni fatto in un Evento con la maiuscola.

Nessuno contestava fin’ora il sindaco Marco Bucci, manager dell’era digitale, tornato a Genova dalle sue esperienze yankee in Nebraska, ma genovese doc, di atteggiamento burbero-benefico, il sindaco “che cria”, che urla, contro i dipendenti pigri e assenti, ma usa toni e modi di una pragmatica efficienza, sfuggendo a accenti di parte.

Così come nessuno parlava al colonnello, nei romanzi di Garcia Marquez, nessuno urla al sindaco perchè il sindaco-colonnello volava più alto, tra i progetti, le promesse, il rigore solido di una gestione “fattuale”, molto disponibile a ascoltare e rispondere. Colazioni open ogni settimana per tastare il polso ai diversi ambienti cittadini, visite rapide, ma dense negli ambienti importanti della città, imprenditori, organizzazioni, perfino circoli riservati come il Tunnel di via Garibaldi, passiere rosse, maestro di casa in livrea, soci selezionatissimi e della alta borghesia con i nasi affilati dagli affari e l’understatment ben calibrato dello stile genovese perfetto, colori grigi e blu negli abiti, il loden di ordinanza e poco chachemire, che “mani man” pensano che tu sia troppo ricco o esibizionista.

Insomma tutti erano un po ammaliati dal sindaco nuovo, così diverso dai suoi predecessori, dal marchese-rosso Marco Doria, eletto da indipendente Sel, poco comunicativo, ma di innegabili magnanimi lombi, gelido come un blocco di ghiaccio, ermetico perfino ai suoi e al Pd che lo digeriva come un macigno. Così diverso, questo Bucci, sposato con la pasticciera numero uno della città, un simpatica signora che sforna torte prelibate nel nobile quartieere di Carignano, di formazione boy scout, cattolico tanto da avere un fratello frate capuccino, Luca Bucci, molto popolare , molto diverso, il Bucci, dall’altra sindaca di questi anni, la sventurata Marta Vincenzi, ex prof e preside, figlia di operai della periferia, già presidente di Provincia e eurodeputata, tutta una carriera nel Pci-PDS, Ds, Pd, anche critica nel suo partito, estroversa, quasi bulimica nella comunicazione ideologico-amministrativa, inventrice dei debat public per affrontare i grandi temi cittadini. Sventurata perchè incappata in una vicenda alluvionale che le costa una condanna penale grave e un esilio politico totale, eccessivo, ingiusto, troppo duro contro la sua innegabile verve politica.

Differenze di carattere, di stile, di approccio che quella coltellata non squarcia certo, ma che riduce a un minimo comune denominatore di obbligato comportamento. O non obbligato?

I sindaci di prima sarebbero scesi in piazza come un sol uomo impugnando i gonfaloni civici a fianco delle bandiere anti fasciste, senza se e senza ma. E invece qua, per la prima volta dai giorni della mitica Liberazione genovese del 25 aprile 1945, il primo cittadino parla una lingua diversa. Dal suo scranno più alto nel palazzo del Comune sembra in balia di onde diverse. Il cordone e la sintonia con il pubblico ruggente dal palco, cui non pare vero di avere finalmente trovato una tema di sfida, di messa in mora dei nuovi governanti, non ci sono.

Il sindaco barcolla un po’addirittura, si confonde nel chiedere silenzio al consiglio comunale e agli esagitati che fuori dal palazzo si stanno scatenando dopo mesi di “morta gora”. La maggioranza fa mancare il numero legale e la seduta si sospende.

E’ come se finalmente arrivasse la prima reazione al risultato elettorale, alla “presa del palazzo” da parte della Destra. Ma sono passati sei mesi e molto di più di una classica luna di miele tra il primo cittadino e la città “capovolta” politicamente, dopo sessanta anni di regno comunque orientato dalla sinistra e solo ora l’urlo si alza.

Ci voleva quel coltello, quel fatto per fortuna senza conseguenze gravi per il ferito per capovolgere il nuovo affresco genovese con la città in osservazione del sindaco che “cria ma travaggia” h24 senza risparmiarsi, evitando ogni deviazione politico ideologica. Lungi da lui.

Ma attenzione, tutto potrebbe rientrare nei binari pragmatici della gestione nuovo corso “bucciano”. Le spinte di popolo, anche quelle calde, dettate dalle sempreverdi parole d’ordine anti fasciste, sono diverse nella società di oggi e non è facile trovare la benzina per mantenere vivo l’incendio.

Questa è pur sempre la città del 30 giugno 1960, che fece cadere il centro-destra di Tambroni, è la città dei camalli, della battaglia per salvare le acciaierie di Cornigliano che le bizze del pugliese Emiliano mettono a repentaglio con gli incerti destini dell’Ilva. Lì altro che incendio, se Acelor Mittal dovesse recedere dall’operazione di Taranto-Genova-Novi Ligure!

E poi, dulcis in fundo, siamo in campagna elettorale e la roccaforte su cui poggia anche il potere pragmatico di Marco Bucci, sindaco nuovo, l’amministrazione regionale, dove regna il governatore onnipotente, Giovanni Toti, potrebbe sguarnirsi. Molti assessori di quella giunta regionale, insediata dal giugno 2015 e in carica fino al 2020, potrebbero candidarsi nelle prossime elezioni parlamentari sguarnendo la formazione. Si parla di almeno tre-quattro fughe verso Camera e Senato. Li sostituirebbero, ma non si può non osservare che la granitica fortezza, costruita molto rapidamenmte, tra quel 2015 e oggi in Liguria, rischierebbe l’apertuta di qualche crepa. Dopo le coltellate.