Genova, Carige salva ma per i Malacalza forse non è finita qui: Bce attenta…

di Franco Manzitti
Pubblicato il 24 Settembre 2019 13:26 | Ultimo aggiornamento: 24 Settembre 2019 13:26
Genova, Banca Carige salva ma per i Malacalza forse non è finita qui: Bce attenta...

Nella foto Ansa, una sede della Banca Carige a Genova

GENOVA – Quanti milioni-miliardi andati in fumo aleggiavano nella grande sala del Tower Hotel dell’aeroporto di Genova, dove stavano seduti 1.300 azionisti, davanti ai commissari e al notaio, in mano deleghe per altri 20.700 possessori di titoli Carige, inaspettatamente il 41 per cento del capitale? Quanti milioni e milioni, forse miliardi?, polverizzati dalla grande crisi dei cinque anni di inferno della ex banca-mamma di Genova?

Certo c’erano in quel fumo di soldi perduti, spazzati via dalla tramontana o imputriditi dalla epica macaja genovese, i 430 milioni versati da Vittorio Malacalza e dalla sua società “Malacalza Investimenti” per salvare il vecchio istituto e ora anche questi soffiati via dalle tempeste e dal voto secco della grande assemblea, riunita non solo lì, a due passi dalle piste aeroportuali, ma virtualmente in ogni angolo di Genova interessata alle palanche, ai soldi, al motore di ogni traffico zeneise in secula seculorum.

Il 91 per cento di quei 22.000, presenti o rappresentati, compresi i big, come Gabriele Volpi, con il suo 9 per cento, Raffaele Mincione, con il suo 7 per cento, Aldo Spinelli, con il suo 1 per cento e poi gli altri piccoli, piccolissimi, ha votato sì al piano dei Commissari, Modiano, Innocenzi e Lener, grandi showman del “mezzogiorno di fuoco” genovese, il D-day, nel quale non solo la banca, ma un bel pezzo di città, si è giocato il suo destino immediato.

Malacalza, in perfetto abito celeste con camicia e cravatta in tinta, al momento del voto se ne era già andato, lui presente solo come piccolo azionista privato, con in tasca lo 0,2 per cento, “a titolo personale”. Neppure in quella veste solitaria e enigmatica si era pronunciato sul piano, che la sua società, rappresentata dai figli, Mattia e Davide, con in tasca il 27,7 per cento delle azioni, aveva evitato di giudicare. Se la loro maggioranza schiacciante avesse partecipato al voto in modo negativo avrebbe potuto schiacciare tutta l’operazione e con essa portare Carige alla liquidazione coatta. Se avessero votato a favore si sarebbero tagliati la testa e il portafoglio da soli….

Assenti i figli e sfilato via il “paron”, con il suo sorriso enigmatico e una battuta ironica davanti alla selva di microfoni spianati sotto il naso: “ Voi lo sapete, noi Malacalza siamo una famiglia misteriosa…..”, la crisi Carige si è sdrammatizzata.

Il capo se ne era andato via sulla Mercedes nera con autista, lasciando l’assemblea a metà della discussione pre voto, disertando il palcoscenico, dove tutti lo avevano circondato con circospetto timore-pudore: che farà questo signor padrone, ex costruttore, che aveva incominciato con grandi operazioni nelle infrastrutture, poi aveva fatto fortuna nella commercializzazione dell’acciaio, diventando socio di Duferco, prodotti siderurgici e poi era diventato grande imprenditore mondiale con Trimetal e Spartan , nel 1997 vendute in Russia alla leggendaria cifra di 1 miliardo e 200 milioni e poi era entrato anche con i figli in settori industriali del futuro, come anche la superconduzione, inaugurando stabilimenti ultramoderni tra Ginevra e la Liguria e poi, prima di gettarsi nella Finanza, sbancando con operazione clamorosa la cassaforte di Pirelli, di cui divenne anche vicepresidente prima della rottura sanguinosa con Marco Tronchetti Provera, aveva fatto altri mirabolanti affari, diventando uno dei personaggi più “liquidi” monetariamente d’Italia?

Malacalza, 82 anni e sguardo fiero-ironico, era arrivato in assemblea sedendosi anonimamente in quarta fila, tra azionisti sconosciuti, neppure la selva di avvocati che sempre lo circonda e prima di andare via aveva ascoltato le dotte relazioni dei commissari, Modiano che parlava di futuro, Lener che gestiva abilmente l’assemblea, Innocenzi che spiegava il percorso di salvataggio della banca. Malacalza aveva ascoltato sempre con lo stesso sorriso a metà le litanie del notaio dell’assemblea, Lorenzo Anselmi su leggi e regolamenti e poi se ne era andato, quando tutto era apparentemente sospeso con quell’aumento di capitale da 700 milioni più 200 di bond, il cuore dell’operazione firmata dal Fondo Interbancario e dalla Cassa Centrale Banca, Fidt e Ccb, se andiano sulle sigle. Una operazione targata Bce, che bolliva in aria sopra i milioni sfumati via e sull’attesa della città intera, ferma davanti ai teleschermi piazzati ovunque, manco fosse una finale di Champions League. E invece era la partita nella quale, appunto, circa 20 mila piccoli azionisti si giocavano la possibilità di recuperare almeno gli spiccioli dei patrimoni perduti, con azioni che sette anni fa valevano anche 30 euro e ora appena uno 0,0000001…….

Quando il verdetto elettronico dice fulmineamente che ha votato il 41 per cento del capitale presente e che la maggioranza del 91 per cento ha detto sì al piano, i Malacalza sono, dunque, lontani e non sentono il respiro di sollievo e le urla, gli abbracci: la banca è salva, Genova è salva. Eppure quel verdetto l’hanno determinato loro, non buttando sulla bilancia del voto la spada di Brenno del loro 27 per cento, che ora diventerà un percentuale tra il 5 e il 2, 5 per cento, un’altra polverizzazione dopo quella dei 430 milioni versati nei precedenti, martellanti aumenti di capitale con i quali loro, i Malacalza, hanno salvato prima la banca e poi, rifiutando la stessa operazione nel mese di dicembre, hanno di fatto bucato il salvagente che era stato gonfiato per l’ultimo salvataggio. Prego il penultimo. L’ultimo è questo, dopo che quel niet malacalzaiano, alla vigilia di Natale 2018, aveva messo la Carige sullorlo dell’ abisso, facendo scappare in un venerdì nero milioni e milioni dalle casseforti con le file dei correntisti in fuga dai conti e la città che tremava.

Oggi che galleggiava proprio l’ultimo salvagente i Malacalza non lo hanno sgonfiato, accettando che la banca da loro conquistata con quel fiume di liquido finisca nelle mani della Cassa Centrale Banca, un pool di istituti a base cooperativa, con capitale a Trento, in un’operazione che non è detto finisca qui.

“Il sistema bancario è salvo”, esulta a Roma Antonio Patuelli, presidente di Abi. Gli fa eco perfino il premier Giuseppe Conte. I sindacalisti bancari esprimono soddisfazione. In molti angoli della città si tira un sospiro di sollievo profondo quanto la paura del crak che si misurava ovunque.

Ma la partita è davvero finita? E’ bastato l’intervento pressante di un membro Bce, il capo della Vigilanza, Andrea Enria, come svela un retroscena pubblicato dal “Corriere della Sera”, sui Malacalza, a scongiurare la loro opposizione che, a banca liquidata, avrebbe scaricato sul sistema bancario 8 miliardi di depositi ex Carige da smaltire, garantiti da Fitd e da sborsare in sette giorni lavorativi?

L’intervento ha in qualche modo messo d’accordo the family, che al suo interno aveva passato l’estate a discutere anche animatamente, padre e figli, se opporsi o no e ha evitato che i Malacalza finissero davanti alla città e al mondo della finanza intero come coloro che prima avevano salvato Carige e poi, dopo cinque anni di turbolenze (quattri aumenti di capitale, tre presidenti e tre amministratori delegati assunti e licenziati, cause milionarie ad alcuni di questi come all’ex presidente Cesare Castelbarco Albani e all’ex amministratore delegato, Pierluigi Montani), la hanno affondata devinitivamenbte, colando a picco insieme ai loro capitali.

Ma ora la partita non è chiusa e nessuno può scommettere che non parta una azione risarcitoria, magari nei confronti della stessa Bce che ha benedetto il piano. Il maggiore azionista ha visto ridursi in polvere il suo investimento colossal, è passato da quel 27,7 al 2,5 per cento, ha assistito all’approvazione di un piano che, almeno per ora, mette la banca in mano alla cooperativa riunita nella Cassa Centrale Banca, domani chissà, perchè questi nuovi padroni potrebbero anche avere agito per conto terzi. Non è un po’ come un esproprio piuttosto che un immane sacrificio nel nome della città, del suo equilibrio, del destino di tante famiglie, a incominciare da quelle dei 4100 dipendenti di Carige?

Se dovesse partire una causa, sarebbe questo il processo del secolo per la sua importanza, roba da leccarsi i baffi per stuoli di avvocati e professori: i Malacalza contro i giganti di Francoforte e anche contro i commissari e gli ex amministratori. Un grande spettacolo che Genova non vuole certo vedere. Ma chissà. I Malacalza sono misteriosi. Lo ha detto proprio lui, il vecchio leone Vittorio, salendo sul predellino della Mercedes.