Genova come Berlino oltre il muro

di Franco Manzitti
Pubblicato il 23 agosto 2018 5:00 | Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2018 8:34
Genova, ponte Morandi crollato

Genova come Berlino oltre il muro

GENOVA – Il ponte sanguina ancora, manda gemiti e fa cadere calcinacci nella grande valle silenziosa, divisa in due come oramai sono divise Genova, la Liguria, in qualche modo l’Italia. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Mentre tutti discutono sulla concessione alle Autostrade, da cancellare, da riformare, da far risarcire con frazioni di 500 milioni di euro, almeno 2 miliardi, chiede il premier Giuseppe Conte, mentre tutti si affannano a far ripartire la città spezzata, quel ponte sputa ancora qualche pietra e là sotto il paesaggio è irreale nel silenzio rotto dai mezzi che cercano di scavare via le macerie dal letto del fiume Polcevera.

Se arrivi dal mare, dal fondo valle, dove scorrono le strade alternative con un esercito di mezzi e uomini a cercare di contenere e gestire il traffico, che non può passare più lassù nella linea spezzata a sessanta metri, nel cielo di calura di questo agosto maledetto, il muro lo “senti” già prima di arrivare sotto perché questa è una valle larga e un po’ pazza nelle sue dislocazioni.

C’è di tutto, come la somma di tante storie, dalla campagna sparsa su colline basse con paesini, vecchie ville un po’ cadenti, alla post industria di grandi fabbriche, mute e cieche, i segni, appunto, della prima industrializzazione, ai grandi insediamenti commerciali, la ex fabbrica di gelati, l’Ikea con le sue insegne che si vedono ovunque, la Maison du monde, Dechatlon, Unieuro, gli outlet per ogni tasca, in una giravolta di grandi stabilimenti, esposizioni, vetrine, rotonde, freccie e poi una rete infrastrutturale che si accavalla e si distende un po’ sopra un po’ sotto, piccoli ponti, incroci, pezzi di ferrovie e di binari, il greto del Polcevera che scorre in mezzo, secco come il deserto, se non fosse per i ciuffi di verde che crescono qua e là, le superstrade sulle due sponde, in un labirinto di insegne, di sovrapassi, di collegamenti verso il nulla periferico. Ogni tanto una vecchia trattoria, un giardino rinsecchito, una deviazione verso la collina.

Questo è quello che vedi di qua del muro, le spalle al mare e ti pare di essere un po’ come aspirato e nello stesso tempo respinto dal “muro” là sotto.

Il ponte sanguina ancora e, quindi, hanno chiuso anche la “zona rossa”, dove si poteva entrare accompagnati dai vigili del fuoco o dai volontari per andare a recuperare gli effetti personali nelle case abbandonate sotto il Ponte, 642 appartamenti al Campasso, in via Porro, in via Fillak, che il crollo ha virtualmente cancellato come se l’asfalto piombato a terra avesse spazzato via anche quegli appartamenti ultrapopolari. Invece stanno in piedi, vuoti di anime, ma pieni di cose, come se fossimo in un film di fantascienza con uno scenario urbano apocalittico di abbandono.

Hanno paura che qualcosa altro ceda, mentre si sta a discutere di demolizione subito di quanto che resta del Morandi e si progetta l’altro ponte, quello di ferro da rifare subito e nello stesso posto per tenere connessi i fili delle autostrade e dei collegamenti che il 14 agosto, ore 11,34, si sono strappati con quel fulmine caduto dal cielo di questa estate che aveva anche un significato simbolico di catastrofe.

E così mentre gli sfollati incominciano a entrare nelle case che il Comune ha trovato sul territorio urbano a chiazze di questa città lunga e stretta, un tempo divisa da tanti muri ideologici e sociali, oggi spaccata da questo muro fisico e questi sfollati si tirano dietro i loro trolley con dentro i pezzi di vita che riescono a salvare, dall’altra parte del “muro di Berlino”, che taglia la valle, una ventata di ottimismo da riscossa sembra scuotere la città spezzata.

Hanno nominato l’onnipresente (e onniparlante) governatore della Liguria, Giovanni Toti, commissario straordinario e lui non si risparmia in propositi e annunci per spiegare che questa sciagura verrà trasformata in una chance di revanche per Genova, piegata nei suoi problemi, soffocata proprio dalle sue difficoltà infrastrutturali.

E’ lui a chiedere subito a Autostrade di mettere in sicurezza o di demolire lo strallo 10, quello sotto il quale il ponte piange di calcinacci e di crepe. E’ lui a convocare ovunque conferenze stampa e riunioni, anche da Rimini dove è corso al Meeteng di Comunione e Liberazione. Instancabile con una sola parola d’ordine: ripartire, rilanciare, dimostrare che Genova, la Liguria, non si piegano.

Seppelliscono, intanto, le ultime vittime della tragedia e nel giorno della prima settimana trascorsa dalla catastrofe tocca a Mirko Vicini, un dipendente della azienda Amiu, rimasto sotto il cemento del ponte mentre lavorava in uno stabilimento deserto per l’incombente Ferragosto.

Lo hanno trovato per ultimo dei 43 martiri di questa sciagura, mentre sua madre, per tre giorni e tre notti, “vegliava” lo scavo delle macerie. Lo hanno tirato fuori dal cumulo di calcestruzzo compresso e coperto con un telo bianco.

Ora la chiesa dove si celebra il suo funerale è lassù a Coronata, un paesino sulla collina dalla quale il ponte è ben visibile e lui lo vedeva per intero abbracciare tutta la valle, mentre andava al lavoro, neo assunto da poco più di un mese e ora che la bara entra in chiesa, in un giorno di sole accecante e caldo tremendo, vedi la linea spezzata da una prospettiva di oltre il muro. L’interruzione secca, il vuoto e il silenzio della valle, irreale, sono rotti solo dai rintocchi della campana, cui risponde lontano un altra campana. E come sottofondo c’è il cinguettio di uccellini, che era stato cancellato per cinquanta anni dal rumore costante del traffico mai interrotto. Era come il rumore di un moscone che ronza, senza fermarsi mai, di giorno, di notte, strisciato dall’acqua sull’asfalto come uno scccccc, quando pioveva forte, in quella mattinata maledetta che le cataratte del cielo facevano venire un torrente d’acqua e Mirko, probabilmente andando a lavorare e dando l’occhiata al ponte, non riusciva a vedere neppure le campate che salgono nelle nuvole, quando il cielo è basso e cupo.

Otto mesi per ricostruire il ponte, di ferro a sei corsie, dopo avere demolito le case di sotto e ottenuto in via straordinaria i permessi burocratici per incominciare la riedificazione, con tecniche ultra moderne, le nuove campate dove c’era il “fu capolavoro maledetto di Morandi?

L’ottimismo pragmatico del sindaco Marco Bucci e la comunicazione frenetica di Toti spingono questa idea veloce, mentre come tante formiche, operai, vigili, addetti dell’Anas e delle autostrade, esperti, lavorano come per rammendare le strade alternative e trovare soluzioni rapide a quel traffico di 80 mila mezzi al giorno che “ruotava” intorno al ponte e che ora si teme di far collassare o, addirittura, di non attrarre più in questa città che rischia di essere tagliata fuori: dai traffici portuali prima di tutto, ma anche da quelli turistici, dai grandi liners mondiali, che la scelgono come capolinea, dalle correnti di viaggiatori, che la stavano riscoprendo, dai nuovi imprenditori che decidevano di investirci, scommettendo sul suo futuro. E ora si chiedono se quel muro che spezza bloccherà tutto.

A Roma la discussione resta inchiodata alla concessione di Autostrade, una questione che divide leader e partiti e spacca pure il governo gialloverde, a Genova si accatastano negli uffici della Procura gli atti ufficiali sequestrati, che certificano i controlli del Ministero delle Infrastrutture, delle Autostrade stesse sul ponte, sulle sue debolezze, che, comunque, spuntano e che sottolineano come lo Strallo 9, quello che ha probabilmente ceduto provocando il disastro, era sotto osservazione.

Il procuratore capo, Francesco Cozzi, riunisce i suoi sostituti, ma va cauto: non ci sono indagati, perché i controlli documentali devono essere precisi e analitici. L’azione dei giudici è flessibile con le esigenze del territorio ferito: le macerie sono sequestrate, ma solo dopo che siano state rimosse dal letto del fiume Polcevera, perché se restassero lì potrebbero provocare problemi in caso di improvvise alluvioni, onde di piena che questo clima quasi garantisce.

Il ponte è sequestrato, ma se deve incominciare il progetto di demolizione perché i crolli potrebbero essere imminenti allora la magistratura toglierebbe subito quel sequestro per consentire l’immane kolossal che la valle potrebbe essere costretta a vedere nei prossimi giorni o mesi: le grandi gru che smontano i piloni, l’alveare dei mezzi tecnici alla base del viadotto, tra le case evacuate, il fiume colmo di macerie spianate…

Il ponte piange e il “muro di Berlino” non sembra abbattibile per un po’ di tempo, se prima bisogna demolire e poi ricostruire la nuova struttura per la quale già si discute. Toccherà a Autostrade farlo questo blitz di acciaio speciale o da Ansaldo o da Fincantieri Costruzioni, secondo i nomi che girano intorno a questo segnale di ricostruzione, intorno al quale la città si appende come alla speranza ultima a morire?

Di là del muro, verso le delegazioni di Bolzaneto e Pontedecimo, Teglia verso il passo dei Giovi, di fianco alla montagna dominata dal Santuario della Guardia, è come se fosse già un mondo staccato. L’unico tragitto per scendere è l’autostrada Milano-Genova, che corre sul versante a Levante della valle e che, in fondo al suo percorso, poteva svoltare per entrare direttamente sul ponte.

Le altre vie di questa valle, che in un impeto di entusiasmo nell’era post industriale, avevano battezzato come la Ruhr genovese, vanno a sbattere sul muro e non c’è modo di attraversarlo, se non forse solo attraverso qualche sentiero di costa, in quel guazzabuglio periferico che somma tutte le ere genovesi degli ultimi decenni.

Di là ci sta anche la Fratellanza di Pontedecimo, dove tra pochi giorni si dovrebbe aprire la Festa dell’Unità che il Pd ha trasferito dal centro della città a questa periferia popolare, con l’intento di rilanciare dal basso le azioni di una sinistra che sotto il ponte c’era già finita e che nel dopo crollo non sa che balbettare, oltre che beccarsi i fischi.

Chissà se la Festa si terrà lo stesso, oltre il muro, o se anche questo segnale va ascritto al tramonto di una sinistra che dominava sopratutto questo territorio di ex fabbriche, di legioni di operai, di granitiche sezioni Pci, di cellule seminate ovunque, di un dominio politico e culturale assoluto, incontrastato per decenni. E’ crollato tutto e ora ci sono muri così diversi da quelli antichi.