Genova in declino: meno abitanti, “mangia” i suoi ex sindaci

di Franco Manzitti
Pubblicato il 8 Febbraio 2013 9:17 | Ultimo aggiornamento: 8 Febbraio 2013 9:18
Genova in declino: meno abitanti, "mangia" i suoi ex sindaci

Genova (Foto LaPresse)

GENOVA – Le ultime chiusure sono quasi simboliche perchè si affacciano sul mare, nel centro della città, da dove Colombo traguardava le sue imprese e da dove sfilava la flotta potente della Repubblica marinara invincibile e poi tornava, carica di successi e di oro e affari. Centro di Genova, in mezzo alla promenade che farebbe il paio con la Croisette o con quella des Anglais a Cannes e Nizza, se non fosse che qui oramai la passeggiata serve solo a uno struscio sobrio senza neppure il bar per un caffè, altro che dehors e concertini con vista Portofino.

La Caravella si è inabissata, cancellando una vera e propria Rotonda sul mare dove mangiare e ballare, senza che neppure la città se ne accorgesse, presa come è dallo scandalo delle “mutande pazze”, l’emblema dello svaccamento con cui i partiti finiscono impiccati ai rimborsi regionali per le spese di gruppo consiliare. La bella Maruska Piredda, capogruppo Idv, si offriva perfino gli slip con i soldi pubblici e quello è solo l’esempio più piccolo e indecente della decadenza dei costumi e dello spreco.

L’altra chiusura è a picco sul mare, sulla scogliera di Nervi altro luogo ombelicale per la bellezza dei parchi di un’altra promenade, questa pedonale, dove stai sospeso in mezzo al Golfo genovese. Sbarra le porte per sempre la Marinella, un altro locale di fascino e romanticherie, perchè sospeso tra le onde, la scogliera e i parchi dove un tempo danzavano nei mitici balletti di Nervi, le etoiles mondiali, da Nureyev a Margot Fontaine, alla giovane Carla Fracci.

Diventano due buchi neri questi piccoli angoli di paradiso genovese, cancellati un po’ dalla crisi, un po dall’incuria, un po’ dal disinteresse globale. E sopratutto diventano i punti esclamativi, magari marginali ma ad alto potenziale simbolico, di una decadenza strisciante, inarrestabile, molto vicina alla profezia di uno dei guru genovesi scomparsi don Gianni Baget Bozzo, l’ispiratore di Craxi e poi di berlusconi, di cui Blitz ha raccontato a lungo.
L’ultima sentenza anagrafica (Annuario statistico del Comune per il 2012) dice che i genovesi sono scesi ben sotto i seicentomila, a livello 586 mila, dove le femmine superano i maschi di 50 mila unità e dove gli stranieri sono già quasi 44 mila, in gran parte latinos, equadoriani in prevalenza. Sarebbe come dire che i genovesi sono solo 540 mila, stanno precipitando all’indietro nel numero di abitanti che progrediscono solo nei dati degli stranieri, in arrivo.

E poi questa è una città che divora i suoi sindaci, nel momento in cui la decadenza diventa anche numerica e non solo visibile nella cancellazione dei simboli. Gli ultimi due primi cittadini, precedenti all’attuale, il marchese Marco Doria, figlio del diseredato Giorgio, discendente da quei magnanimi lombi della schiatta che svetta a Genova dal milletrecento, e cioè Beppe Pericu, che governò dal 1997 al 2007 e Marta Vincenzi, che gli succedette dal 2007 al 2012, stanno vivendo da ex esagerate e molto punitive vicende giudiziarie, esplose dopo la loro uscita di scena.

Pericu che era un sindaco abile, duro, pragmatico, molto realizzativo, quello che sopportò e fece superare le tragedie e le ferite del G8 tragico nel 2001, è nel mirino della Corte dei Conti per una ingegnosa operazione dal punto di vista del diritto, con la quale tentò di salvare l’Amt, Azienda dei Trasporti pubblici, trasferendo i debiti in una bad company. Salvò i bus genovesi da un crak pazzesco, ma poi lo hanno fulminato con processi nei quali è ancora costretto a difendersi dal rischio di dover pagare di tasca sua.

Marta Vincenzi che, invece, ha governato molto più con i proclami e i dibattiti pubblici che con i fatti, seguendo il suo carattere e la sua indole forte, consociativa e molto autoreferenziale ma trasparente e frontale è stata coinvolta in una dolorosissima inchiesta, seguita all’ultima tragica alluvione, che fece sei morti nel novembre del 2011, travolgendo mamme e bambini che tornavano da scuole, purtroppo lasciate aperte e non chiuse dal sindaco mentre Genova era sotto il diluvio.

Ma il sindaco non è sotto processo per quell’errore che probabilmente non le è addebitabile, ma perchè dopo la tragedia il Comune e la Protezione civile fornirono una versione taroccata degli eventi catastrofici per giustificare i loro errori: anticiparono di qualche ora l’evento alluvionale per dimostrare che era imprevedibile in quella portata.

Un avviso di garanzia per calunnia e concorso in falso, insieme a un suo assessore e al responsabile genovese della Protezione Civile, ha piantato l’ultimo chiodo nella croce della Vincenzi, che nel febbraio scorso perse clamorosamente le Primarie comunali del centrosinistra, alle quali aveva accettato di partecipare, malgrado avesse concluso solo il primo mandato da sindaco.

Allora il caso alluvione, che aveva incominciato a punirla, era solo la polemica dura sulle scuole non chiuse nei giorni -chiave dell’emergenza e sul suo atteggiamento successivo, molto aggressivo, mentre si stavano piangendo i morti. Poi dopo la clamorosa esclusione dalla corsa comunale che avrebbe vinto il candidato-marchese Marco Doria, indipendente del Sel, Vincenzi si era messa in una posizione di attesa, chiedendo un ruolo al partito e tutti immaginavano che sarebbe stata messa nelle liste elettorali per il Parlamento. Invece l’inchiesta sulle alluvioni era esplosa in tutta la sua virulenza, incastrando assessori e esperti della Protezione civile e minacciando sempre più da vicino la ex sindaco, fino al punto che la sua candidatura per le Politiche era stata accantonata.

L’interrogatorio e l’avviso di garanzia l’hanno raggiunta, quasi come una bomba a orologeria, appena presentata la lista del Pd, dove troneggiava una delle sue rivali nelle Primarie, la senatrice Roberta Pinotti, finita per altro terza in quella contesa, tra paracadutati da Roma e dove capeggiava quello che viene considerato uno dei killer della Vincenzi, il segretario regionale Pd Lorenzo Basso, prediletto del segretario nazionale Bersani.
Questo avverso destino giudiziario che colpisce gli ultimi sindaci genovesi in ordine di tempo è un po’ come la controprova di quel declino globale di decadenza, di inarrestabile recessione, il cui mood Michele Marchesiello ha definito proprio su Blitz con il neologismo “Magritudine”, un sostantivo micidiale per riassumere il clima di questo andare lentamente e inesorabilmente a picco.

La paranoia della decadenza viene istigata più prosaicamente che dai processi agli ex sindaci, sicuramente appassionati, volenterosi, capaci seppure in modi e stile così diversi, dallo stato fisico della città.
Che dire di una ex metropoli nella quale i cantieri aperti e poi lasciati a metà sono tanti che il quotidiano principale “Il Secolo XIX” li ha incominciati a raccontare uno per uno, coprendo di bandierine nere tutto il territorio genovese?

Cantiere fermo davanti al principale ospedale cittadino, San Martino, una volta la struttura con più letti d’Europa, dove una immane voragine è stata scavata e abbandonata davanti al portone principale per costruirvi un grande posteggio e ora è lì contornata di lamiere e contesa da liti tra appaltatori e subappaltatori.

Ambulanze, malati, parenti, medici infermiere fanno le gimkane per arrivare ai padiglioni. Cantiere vergognoso sulla copertura del fiume Bisagno, quello delle alluvioni assassine, che doveva essere rifatta e di cui hanno ricostruito solo un pezzo, l’altro aspetta che l’autorità costituita decida definitivamente chi deve lavorare.

Cantieri come lumache lente nelle due stazioni ferroviarie principali Brignole e Principe, cantiere ignomigniosamente bloccato nel cuore di Genova, nel seicentesco giardino dell’ Acquasola, sopra la piazza Corvetto dove le polemiche distruttive e le sentenze del Tar hanno bloccato i lavori per un posteggio sotterraneo, con il risultato di far chiudere una gran parte del mirabile giardino, trasformato da parco incantato, un po’ giardini di Luxembourg a Parigi, un po mini mini Hyde park di Londra per i laghetti di cigni, in una discarica chiusa e imputridita.

Cantieri infiniti e abbandonati nel salotto di Genova, la galleria Mazzini dove impalcature fatiscenti posate da dieci anni sono diventate l’ornamento permanente e nella ex via principale della città, XX Settembre, diventata “la strada degli stracci” per l’assalto di supermagazzini a prezzi appunto stracciati, le stesse impalcature giacciono ovunque sopra i pavimenti di mosaico che, come ha raccontato Marchesiello, sono sfregiati da migliaia di cicche americane schiacciate per terra e nessuno pulisce.

In questo quadro di abbandono che certifica la “gramitudiune” interi quartieri, meno nobili dei salotti e dei parchi decaduti, stanno cambiando in senso quasi genetico la loro popolazione e il loro ritmo biologico, grazie alle potenti iniezioni di immigrazione. Ecquadoriani in gran parte ma anche peruviani, boliviani, comunque popoli andini, stanno cambiando i connotati di zone intorno a quella che era definita la Manchester d’ Italia, Sampierdarena, la grande delegazione che è sempre stata la cerniera tra il centro di Genova, il porto e i quartieri operai di Ponente.

Oggi il Campasso, subquartiere tra quella Sampierdarena che aveva anche strade, portici, negozi e ristoranti nobili, è abitato dai latinos che impongono necessariamente nuovi ritmi di vita, nuovi orari, nuovi stili con la rete commerciale che si adegua e che sta sta sfilandosi da tempo dalle mani dei genovesi e passa a un melting pot di cinesi-nord africani-egiziani e ovviamente latinos, molto più flessibili nel cambiare orari e accoglienza in generale.
Sui bus e sulla Metropolitana che ha raggiunto in trenta anni di infiniti lavori, il record di chilometro percorribile di 6,800 metri, record negativo al mondo di lentezza, la lingua a bordo è prevalentemente lo spagnolo nelle sue inflessioni andine.

Sotto gli occhi rassegnati di un Comune, che il sindaco-marchese Doria governa con una difficilissima capacità di comunicazione e di spinta positiva, nello sprofondo dei caruggi che partono dalla strada dei re, la via Garibaldi patrimonio dell’Unesco per i suoi mirabili palazzi seicenteschi tutti restaurati, un gigantesco bordello a cielo aperto decuplica le storiche tradizioni di “Bocca di Rosa”, la mitologica prostituta cantata da Fabrizio De Andrè, in una invasione vera e propria di donnine che addirittura rendono difficile il passo nei vicoli storici della Maddalena, di san Luca, di piazza Lavagna, di mille diramazioni dove si aprono i bassi alla genovese, tuguri con la porta aperta e le Bocca di Rosa sedute sullo sgabello, pitturate, stratruccate, vestite come neppure Fellini avrebbe immaginato, nere di pelle, bionde platino di capelli, in un rimbalzo perfino istrionesco di razze, senegalesi alte e dai tratti minuti, monumentali ecquadoriane con i tratti del viso andini, pallidissime ragazze dell’est, chissà di quale Est con lunghi bocchini per sigarette.

Una giostra tanto vorticosa di colori e variazioni che intorno di è creato il vuoto. Via della Maddalena conta almeno novanta saracinesche abbassate, negozi, chiusi, falliti, disintegrati dalla crisi ma anche da una incapacità amministrativa di governare il territorio di incidere sul centro storico più grande d’Europa, dove generazioni di sindaci, pubblici amministratori e grandi anche grandissimi architetti sono stati incapaci di invertire le correnti storiche che lo consacrano al mestiere “più antico del mondo”.

In secula seculorum, e in tale misura che lo spettacolo che si para all’attuale sindaco Marco Doria, non è sotto questo profilo tanto diverso da quello dei suoi antenati quando scendeva dai gradini del nobile palazzo.
Ma forse Genova è troppo marchiata per un verso dal suo porto, croce, delizia, maledizione, al quale fino al 1992 i genovesi mostravano le spalle perchè era cintato, chiuso impenetrabile e al quale oggi guardano come a un intrigo difficile da dipanare, se si tratta delle banchine, dei grandi traffici, delle grandi portacontainer stracariche che arrivano oscurando l’orizzonte, delle mega navi da crociera della Msc o della Royal Carribean o della Costa Carnival ( che però rimbalzano a Savona, perchè anche in questo caso Genova è stata matrigna). E che invece diventa, questo porto, una potenziale calamita se si schiera sulle sue banchine storiche, dove c’è L’Acquario della Costa Edutainement, il più attrattivo d’Italia, dove c’è Eataly di Oscar Farinetti, il Bigo, ascensore verso il cielo del porto, la pista sul ghiaccio, i Magazzini del Cotone, con un Centro Congressi semivuoto e forse in futuro un Museo della Scienza.

Calamita sì ma anche Grande Incompiuta, che Renzo Piano aveva immaginato e disegnato come la più grande piazza del Mediterraneo e che, invece, è rimasta una grande Luna Park, impreziosito dalla bravura architettonica dell’archistar che ha recuperato i vecchi manufatti, ma un po’ sfarinato e condizionato dal ruolo che la città forse inconsapevole le ha assegnato: ventre mollo dei caruggi, sfogo dove si scivola dagli ex scagni, dalle strade nobili, ma anche dalla suburra che rimane incistata nel buio quasi totale dei vicoli più sperduti, dove gli speculatori accatastano i vu cumprà che trovano ancora qua il loro ricovero notturno.
E allora ecco il fantasmagorico suk a cielo aperto nella Piazza Cavour dove gli immigrati si scambiano i prodotti, ecco invece la grande esposizione per i turisti spantegata dai venditori intorno all’Acquario, alla Darsena, al Museo del mare.

Che ci azzecca tutto questo con la città in declino e mutazione demografica che divora i suoi ex sindaci, crocifiggendoli appena escono dal palazzo? C’entra e non solo per la gramitudine. Un filo nero corre tra le chiusure simboliche delle Rotonde sul mare e la mutazione genetica del territorio, l’irrisolvibilità del problema caruggi. Il filo è aggrovigliato e rischia di perdersi come quello di Arianna nel dedalo della città divisa, incompiuta. Per di più diventata “grama”.