Il comunista Doria piace ai ricchi di Genova: “Li conosciamo da secoli

di Franco Manzitti
Pubblicato il 3 Maggio 2012 12:18 | Ultimo aggiornamento: 3 Maggio 2012 12:20

Chissà come commenterebbe il mitico Paride Batini, console dei camalli della Culmv, la compagnia dei portuali genovesi, scomparso tre anni fa, se fosse qua ad assistere alla rocambolesca campagna elettorale? Uno dei suoi nemici giurati degli ultimi tempi da “fronte del porto”, sotto la Lanterna, l’armatore Bruno Musso, si è schierato platealmente a favore del candidato Marco Doria, ex Pci, vicino a Sel, campione in questa campagna elettorale di un centro sinistra molto più orientato a Sinistra che al centro.

Musso è l’armatore la cui nave, “Vento di Ponente”, attraccò per prima a una banchina genovese senza essere lavorata dal camalli della Culmv. Eravamo negli anni Novanta della privatizzazione del porto genovese, degli scontri con i portuali di Batini e della “rottura” dello storico monopolio dei camalli, infranto proprio da quella nave, al culmine di un match ideologico-economico che teneva tutta l’Italia con il fiato sospeso.

Batini bloccava la città della Superba con scioperi e sfilate di mezzi meccanici. Il Governo di Roma non sapeva che pesci prendere in quel porto in fiamme. E l’armatore Musso, della “Grendi e Tarros”, la sua compagnia di navigazione, ruppe il blocco, osando far attraccare la nave senza chiedere il lavoro dei camalli, ma facendo sbarcare la merce da lavoratori dei terminal che non avevano addosso la famosa maglietta a striscie dei portuali storici.
Attraverso quella breccia, su quel molo nel porto genovese, si aprì un varco che ha modificato storicamente il lavoro sulle banchine. E la contrapposizione, quasi fisica tra Batini, il console con la faccia da Charles Bronson e la corazza politica ideologica più comunista che si poteva e l’armatore Musso, liberista con il fegato e gli attributi al loro posto, riassunse il passaggio storico.
Il fatto che oggi proprio Musso (curiosamente omonimo, ma non parente del candidato Enrico Musso, rivale di Doria più accreditato nella corsa a palazzo Tursi) abbia rotto un altro schema, quello secondo il quale il candidato della sinistra alle prossime elezioni, appunto Marco Doria, non possa essere così platealmente sponsorizzato dalla “alta borghesia” genovese, quella che Batini ha tenuto in scacco per decenni e i camalli per secoli, segna un altro passaggio-chiave della mutazione zeneise.
Musso non è il solo di quella borghesia, da quartieri alti, da palazzi nobili, da sottile e snobistico understatment social economico, ad essersi schierato con il marchese “diseredato ma non troppo”, in corsa a Sinistra. Anche Beppe Anfossi, erede di una grande famiglia, quella che possedeva la maggioranza degli acquedotti privati genovesi, fino a una decina di anni fa in mani padronali, ha dimostrato la sua vicinanza a Doria. Sono stati organizzati pranzi elettorali, riservati incontri nei salotti e nei circoli dell’ombelico aristocratico genovese, nei quali il Doria post comunista è stato raccomandato ai convitati che entravano nelle case riservate di questi meeteng, calpestando i cortili e salendo le scale quasi segrete delle residenze più nobili della città, nei pressi della storica via Garibaldi, quella denominata “la strade dei re” e nella quale i Doria della famiglia del candidato Marco possiedono uno dei palazzi più belli, precisamente al numero civico 6, quello dove una volta, sotto il principesco appartamento di famiglia, il nonno del candidato, erano ospitati gli uffici dell’Associazione Industriali, allora all’apogeo della sua potenza in Italia ( la più importante dopo Milano e Torino), con stanze affrescate da Bernardo Strozzi e giardini e terrazze seicentesche di grande pregio.
“ Non c’è niente di strano in questa decisione di appoggiare Doria nelle elezoni”, sussurrano i più espliciti di questi fiancheggiatori in blazer blù e cravatte comprate da Finollo, il negozio dove Gianni Agnelli ordinava le sue camicie ( mai meno di dodici per volta): “Fa parte di una famiglia che conosciamo da secoli.“.
E molte dame, più o meno svenevoli, della cosiddetta alta società genovese, che guardava fino a ieri con un certo disprezzo i berluscones e non ha mai aperto neppure un abbaino per ricevere in casa propria i leader del centro destra e semmai concedeva ai democristiani alla Paolo Emilio Taviani solo qualche frugale ricevimento sotto la pressione del cardinale-principe di allora, Giuseppe Siri, nei salotti secondari delle proprie magioni, oggi confessano con l’occhio languido: “Come si vede che Doria, in fondo, è un marchese, che ha il sangue blu, finalmente un sindaco che fa parte di una famiglia conosciuta!”
Nel “triangolo delle Bermude” della ultraborghesia, quella racchiusa tra i tre circoli appunto più esclusivi d’Italia, il Circolo Tunnel, oggi ospitato proprio nel palazzo Doria, il Casino dei Nobili, in fondo “alla strada dei re”, dove sono associati gli eredi dei Doria, ma anche delle altre storiche casate nobiliari, e lo Yacht Club, il più antico club marinaro d’Italia, c’è in qualche modo una chiara “Doriamania”.

D’altra parte lui, Marco Doria abita oggi con la sua seconda moglie sul border line di questi quartieri alti, in una casa di undici vani, che confina per un lato con la via Garibaldi e per l’altro guarda allo sprofondo dei caruggi oggi più degradati, quelli dei bassi alla genovese, dove c’è stato negli ultimi anni il grande ritorno di “bocca di rosa” e delle sue compagne, nel terzo millennio prevalentemente sudamericane o africane.
Da una parte noblesse oblige e dall’altra la giusta apertura democratica verso i disagi che la città soffre e contro i quali le ultime due generazioni di questo ramo della famiglia Doria lottano, impegnandosi anche politicamente.
Di fronte a queste aperture anche un po’ clamorose di una borghesia aristocratica con una storica puzza sotto il naso di fronte alla politica, Marco Doria tiene un atteggiamento riservato, di silenziosa condiscendenza. L’accosto borghese e nobile fa parte della rottura degli schemi cui la città sta assistendo nel colmo di una campagna elettorale nella quale quello con il maggiore quoziente di sangue blù nelle vene si schiera all’estrema sinistra , mentre il concorrente più a destra, Pierluigi Vinai, membro Opus Dei, è certamente il più proletario, figlio di una famiglia di Loano, nel Ponente Ligure, che commerciava dolci e che ha incominciato la sua carriera strettamente politica facendo il fattorino nella sede della Dc genovese.
Non è un caso che il quartiere nel quale Marco Doria ha conquistato più voti nelle elezioni primarie, sconfiggendo la ultraproletaria sindaco Marta Vincenzi, figlia di un operaio e la middle class, senatrice Roberta Pinotti, è proprio quel centro storico, il cui confine scorre proprio lungo il suddetto triangolo delle Bermude, lo Yacht Club sul margine sud, dentro al porto industriale e il Tunnel e il Casino dei Nobili sulla “strade dei Re.”.
E a Ponente e nelle fabbriche e nelle ampie vallate del Bisagno e del Polcevera, i due fiumi secchi, ma pronti a diventare killer di alluvioni, come la vedono questa “vicinanza” del candidato fisiologico per i quartieri operai e proletari alla upper class genovese? Là ne hanno viste di tutti i colori in questi anni, da quando la potente deindustrializzazione ha chiuso fabbriche, mutato anche la fisiologia della città, sostituendo il retroporto e le vallate operaie con i megacentri commerciali, dall’ Ikea, all’Aquilone, ai megastore delle Coop, ai discount arrampicati sulle colline di cemento della periferia più abbandonata, dove gli archietetti del regime “rosso” si sono sbizzarriti per decenni a costruire quartieri che oggi vorrebbero demolire per disgusto sociale e architettonico?
Ne hanno visto di tutti i colori figurarsi se si impressionano per un po’ di sangue blù.