Doria vs Musso: Genova per voi, una idea vale un’altra, senza passione

Pubblicato il 14 Maggio 2012 7:49 | Ultimo aggiornamento: 14 Maggio 2012 9:23

GENOVA – Ma quali pistole fumanti, agguati, sparatorie improvvise e magari qualche coltellata alle spalle nel villaggio western di Genova, alla vigilia del ballottaggio tra i professori Doria e Musso per il centro sinistra e la lista civica Oltremare!

Inseguito per tutta la lunga e noiosissima campagna elettorale, il candidato in pole position con i suoi 48, 7 per cento di consensi del primo turno, il marchese Marco Doria, si è alla fine seduto in uno studio televisivo di Tnord, emittente locale genovese e ligure e ha fronteggiato il suo inseguitore, Enrico Musso che lo stava braccando e addirittura aveva minacciato il ritiro di fronte all’impossibilità di questo duello diretto, dopo la serie sterminata di confronti tra i tredici candidati alla poltrona di sindaco di Genova.
Attraversato il Grand Canyon di una campagna dove le carovane degli altri undici candidati si sono perse nel nulla del deserto dei voti, a parte quella di Paolo Putti, il candidato grillino emerso dalle tempeste di sabbia con quasi il 14 per cento, ma ora azzoppato dagli anatemi del suo capo, Beppe Grillo, che gli ha applicato la censura Tv, eccolo finalmente il duello tra i due “ballottanti”.

Ma cosa succede, invece della sparatoria sanguinosa che molti si aspettavano? Che i due posano le pistole sul tavolo di Tnord, forse indotti dal clima un po’ anglosassone imposto al dibattito, con le sue regole rigide e la pappa di una contesa elettorale senza mai acuti, ridotta al rosario infinito dei guai genovesi, dei soldi tagliati, delle inefficienze, delle indecisioni, dell’amalgama putrefatto di coalizioni e partiti, della ripetitività ossessiva degli intervistatori, senza lampi, scosse, aperture, ultimatum, sos.
E invece di un duello si assiste a uno di quei combattimenti di pugilato sul ring dove nessuno affonda i colpi, l’arbitro alza spesso la mano e ferma il match obbligato dal gong che suona ogni due minuti.D’altra parte Doria non è stato da giovane un boxeur praticante e la sua prima contesa fisica pubblica (forse l’unica) non lo raffigura, durante gli anni della contestazione studentesca, su una scala del mitico liceo classico D’Oria in posa di difesa contro un gruppo di estremisti di sinistra, lui fedelissimo giovane Pci?

Chi vince ai punti tra i due che si presentano compunti proprio come due professori di Economia nel ruolo di studenti di politica, solo scravattati, ma con la giacca e il parlare forbito mai di un’ottava sopra le righe? Guardiamo se sono più bravo io o se è più bravo lui, chi convince meglio la commissione, pardon gli elettori, i cittadini votanti?
Il match ai punti lo vince Enrico Musso, che il suo concorrente apostrofa con una punta di polemica senatore Musso, mentre l’altro lo chiama confidential per none, Marco. Piazza, il senatore, qualche diretto al volto dell’avversario, ma, senza mai, replicare, come vorrebbero i manuali della noble art. E l’edizione genovese di Repubblica, un po’ partigiana, attribuisce la vittoria a Doria.
Ma Doria sta sulle gambe, senza mai dare, per la verità, l’impressione di vacillare, ma replica a volte moscio, e non affonda mai un vero colpo, a volte esce dall’abbraccio dei guantoni con qualche colpo efficace come quando becca in evidente fuori misura Musso che dichiara come la Destra nazista di Starace abbia annunciato che voterà Doria, mentre, puntualizza l’arbitro, il giornalista Davide Lentini, solo la candidata sindaco signora Susy De Martini aveva annunciato il suo appoggio Estrema Destra-Estrema Sinistra.
Sulla famosa questione della Gronda, l’opera chiave per sturare Genova con una tangenziale che si è già attorcigliata al collo della Sinistra, che l’ha fatta finanziare, dibattere dai cittadini, progettare quasi del tutto, ma che non fa partire i lavori, Doria si appende all’ultimo rinvio e qui Musso lo centra al mento. Come quando ribatte sull’accusa di incoerenza politica per essere passato da Berlusconi al Gruppo misto. E lui, il campione del centro sinistra non è incoerente tenendo così ampie distanze dal Pd, quando poi è proprio da lì che vengono le sue maggiori energie di consensi e appoggi?
Scivolone su una buccia di banana in mezzo al ring quando, di fronte al problema delle emergenze sociali, Doria si lascia scappare che “ho avuto la fortuna di incontrare molti trans…..” Gelo nello studio tv, prima che il candidato con un ginocchio già in terra per la involontaria gaffe non precisi: “…………che mi hanno fatto capire molto meglio i problemi del centro storico.”
Finisce con due appelli al voto che non fanno scoccare alcuna scintilla: Musso recita la sua lezioncina su Genova grande capitale del passato, che oggi non è capitale di niente. E Doria legge un appunto sulla città sostenibile, sui sacrifici che non devono sopportare solo i deboli.
E questo sarebbe stato il duello tanto atteso, la sparatoria che doveva far scorrere metaforicamente il sangue e, cioè, i modelli contrapposti della città, la visione di Doria discontinuo nel governo di una sinistra da ventidue anni al potere e quella “liberatoria” di Musso, che annuncia un cambio totale di mondo e schioda un intero sistema di clientele abbarbicate alle poltrone, alle seggiole, agli strapuntini?
Ci sarà ancora un confronto televisivo, davanti ad un ‘altra emittente, Primo Canale, alla quale parteciperà anche il direttore del Secolo XIX, Umberto La Rocca e c’è da augurarsi che le regole di ingaggio siano diverse e che i due intervistatori (insieme con La Rocca, il direttore di Primo Canale Mario Paternostro) provochino un confronto più acceso, perchè altrimenti, invece del duello assisteremo a un the servito all’erede di Andrea Doria e al professore di Economia dei Trasporti Enrico Musso. E Genova e la Superba in evidente declino che ci azzeccano con tutto questo?
La città in realtà resta un po’ attonita agli ultimi colpi di questa campagna elettorale oramai al ballottaggio. Ma di che stiamo a parlare? Il terrorismo ha steso la sua cappa di piombo, ripartendo da qua con la sua rivendicazione dell’attentato all’ingegner Roberto Adinolfi, minacciando altri sette attentati, minacciando direttamente l’ex ministro Claudio Scajola e dipingendo uno scenario internazionale che specchia la grande crisi europea e insieme le tragedie genovesi, le sue profonde radici, i vecchi album di famiglia di una storia incominciata sotto la Lanterna. E nella campagna elettorale di questo zitti e mosca.
Finmeccanica, che era il sale di Genova, l’ombelico delle sue aziende PPSS che sono state e sono ancora l’architrave industriale di una città alla deriva come un sughero nella sua vocazione, annuncia che venderà gli ultimi cespiti del suo storico patrimonio, per esempio Ansaldo Energia e anche qui zitti mosca.
Nei match indiretti e sui pulpiti elettorali il tema strategico del futuro cittadino si polverizza in tanti micro capitoli. Certo, i candidati, che erano entrati con i loro carriaggi nel Grand Canyon del primo turno e i due che ne sono usciti vittoriosi, hanno cominciato e incominciano compunti ogni discorso-dibattito invocando il tema del lavoro che non c’è più, degli esodati, dei cassintegrati che l’industriale dell’acciaio Riva, padrone di quella che era l’Italsider, nei giorni del voto conferma ancora togliendo loro le parole di bocca, ma poi a quale treno attaccano i progetti di creare nuovo lavoro, nuova occupazione…….
Doria frena sulla Gronda, sul Terzo Valico, sul nuovo Ospedale Galliera, o se non frena piazza ancora dei paletti, dei distinguo per aprire i cantieri che spianerebbero prospettive di sviluppo occupazionale. Musso non lo sbrana per queste piroette che lasciano la Superba nell’impasse.
Ora l’incubo è quello dell’ultima settimana prima del ballottaggio: che non ci siano altri segnali terroristici nella città dove è tornato l’agguato vigliacco contro i disarmati colpiti alle spalle, come l’ingegner Adinolfi, definito “lo stregone” del nucleare, niente meno, che non ci siano altri segnali cupi di fabbriche che chiudono, che si delocalizzano.
Lo spettacolo che andrà in scena non potrà essere da un punto di vista elettorale solamente dedicato a fino a che punto arriva la “remontada” di Enrico Musso sul marchese Marcop Doria, con l’abisso dei 33 punti percentuali da recuperare, o gli scazzi dei grillini tra di loro. Genova si aspetta ben altro.