Doria, Grillo, Musso: Genova laboratorio elettorale. Ma il 45% non vota

di Franco Manzitti
Pubblicato il 16 Aprile 2012 9:26 | Ultimo aggiornamento: 16 Aprile 2012 9:26
marco doria

Marco Doria, candidato sindaco a Genova

GENOVA – Venghino, venghino a Genova e in Liguria a contemplare lo sconquasso dei partiti politici sotto schiaffo, attraverso la lente di ingrandimento della campagna elettorale che eleggerà tra il 6 maggio e forse il 20, in caso di ballottaggio, il sindaco di Genova e il consiglio comunale di 40 consiglieri e i rappresentanti di nove municipi, i cosidetti minisindaci. Il capoluogo di Regione più importante di una tornata elettorale amministrativa di capitale importanza, in piena bagarre anti partitica e nel cuore della recessione più pesante con i Comuni indicati come la vera frontiera del disastro. Venghino a vedere come questo patatrac dei partiti sotto i colpi degli scandali di ogni latitudine italiana qui produce un effetto devastante.

I sondaggi, prima di dire chi è in testa per la corsa al trono di palazzo Tursi sede del Comune e chi affonda, e prima di misurare le probabilità che il candidato della Sinistra, il marchese “rosso” Marco Doria, discendente di uno dei trentaquattro rami famigliari nati dalla quercia di Andrea Doria, l’ammiraglio, il doge, del sedicesimo secolo, ti sparano che il 45 per cento dei votanti non ci pensa nemmeno a preparare il certificato elettorale la mattina del 6 maggio.

Tutti a casa o al mare, come diceva Craxi nel 1992. E gli Osservatori, costruiti dai siti on line, come quella di Repubblica, per misurare la febbre elettorale ti annunciano che la temperatura è bassissima, il 72 per cento di chi si collega dichiara il proprio distacco dai partiti. E allora, prima di analizzare come si svolge la battaglia elettorale, se i tredici candidati sindaci e gli oltre mille candidati consiglieri stanno combattendo tra di loro con forza, contrapponendo idee e programmi, è meglio fermarsi e mettere in vitro questa debacle di “affetto elettorale”, questa probabile fuga dal voto.

Non è questa la città di Belsito Francesco, il tesoriere scomunicato della Lega, abitante in via Fiasella nel quadrilatero centrale della città, ex autista del ministro di Forza Italia Alfredo Biondi, passato alla Lega per uno stipendio fisso, diventato lo scagnozzo del precedente cassiere, Maurizio Balocchi, un chiavarese deceduto quattro anni fa? Non è Belsito, l’uomo della bomba che costa il trono a Bossi and family? E non è questa la città e la Regione che hanno mandato in Parlamento l’ineffabile Lusi, eletto proprio a Genova nel 2008, l’altro tesoriere dello scandalo che ai meschini dirigenti della Margherita genovese rispondeva per lettera che non aveva i mille euro mensili per tenere aperte la sede di partito, perchè in cassa non c’era un euro, mentre nelle sue tasche gli euro erano milioni di milioni e lui rispondeva così ai disperati dirigenti “margheriti” genovesi, prenotando, con l’altro telefono, i resort da cinquemila euro al giorno alle Maldive con gli stessi soldi. E non è questa la regione dove la provincia più piccola e politicamente più potente, quella di Imperia è sprofondata negli scioglimenti per connessioni mafiose dei comuni di Ventimiglia e Bordighera e nella pantomina della giunta tecnica al Comune di Imperia capoluogo, dove per resistere allo scandalo il sindaco Pdl Franco Strescino, ex scudiero di Scajola, ha nominato cinque esperti che dipanino la matassa del porto di Caltagirone-Scajola, costato chissà quanto?