Genova, grandi manovre, oltre il ponte, la Gronda, fra Renzi e Opus Dei

di Franco Manzitti
Pubblicato il 5 Ottobre 2019 13:19 | Ultimo aggiornamento: 5 Ottobre 2019 18:22
Ponte Morandi genova

Il ponte di Genova (Foto archivio ANSA)

GENOVA – Ora che il nuovo ponte luccica a 50 metri di altezza, nei suoi primi 50 metri di lunghezza, sul supercantiere superveloce della Valpolcevera martoriata, ora che è stato benedetto e celebrato come l’esempio della eccellenza italiana, con l’incenso di Renzo Piano, la mirra del premier Giuseppe Conte alla settima performance genovese e l’oro di Fincantieri e Salini Impregilo, imprese costruttrici, Genova osa alzare lo sguardo oltre.

Si va bene, il ponte si fa, il ponte a carena di nave, 1 chilometro e 117 metri, 18 piloni, sei corsie, 19 pezzi da alzare con le maxigru, viaggia veloce come era nei sogni, ma anche nel pragmatismo ruvido del sindaco Marco Bucci che non solo “cria”, urla in genovese, insulta, ma ottiene. Tutto ok, l’orizzonte di questa valle martoriata, sotto l’occhio lontano ma lungimirante della Madonna della Guardia, si è rischiarato.

Il giorno del “varo” del primo pezzo (lo hanno chiamato così in un delirio di nomenclatura marittima autoreferenziale perché siamo a Genova città di cantieri navali) gli abitanti avevano un po’ l’occhio umido per l’emozione, un po’ incazzato per i disagi che ancora subiscono, un po’ orgoglioso perché questa è la valle delle grandi industrie, delle grandi raffinerie, appunto della Industria 1.0, nata qua ai tempi del conte Camillo Benso di Cavour e questa valle riesuma il suo passato glorioso di fabbriche, operai tecnici con questa operazione rapidissima di ricostruzione, con i computer dell’industria 4.0 che guidano le gru possenti a sollevare le cinquecento tonnellate dei conci di metallo, i pezzi del nuovo ponte in un gigantesco puzzle di comporre in sette mesi di tempo, da oggi al prossimo 20 aprile, ora Natale di Genova, non solo di Roma, un concio dietro l’altro, un pilone piantato nella terra dura della Valle Polcevera dopo l’altro. 

E sotto, in ampia descrizione grazie ai “rendering” che volano sul web, il grande parco urbano disegnato dall’archistar Tito Boeri, ecologico, ambientale, mosso da energie pulite, verde, con nuove fabbriche dove c’erano la somma algebrica delle precedenti ere industriali, postindustriali, fordiste e poi chissà cosa, nuovi operai in camice bianco e cittadini abitanti in uno scenario completamente diverso da quello rude di chi è cresciuto tra vecchi stabilimenti in vita ancora o abbandonati, depositi di raffinerie tramutati in grandi magazzini, quel dedalo spesso incomprensibile di strade, sottopassi, cavalcavia, passerelle, ponti, spazi perduti a tutto e “non luoghi”, come si definiscono nella nuova antropologia sociale alla Marc Augé.

Ecco oggi Genova svolta e non solo virtualmente come nei disegni di Boeri, ma anche fattualmente nel ponte che cresce, come era previsto, ma ci si chiede cosa succederà dopo, alla fine dei 19 pezzi montati uno dietro l’altro, quando finalmente la città sarà ricollegata al suo interno e con l’esterno di percorsi infrastrutturali oramai smontati da un anno, un mese e venti giorni.

Genova tornerà al punto di partenza, avrà il suo ponte dove le correnti di traffico riaffluiranno come prima, probabilmente rilanciate dalla novità, 25 milioni di autoveicoli all’anno, si abbasserà quel ponte levatoio che il crollo assassino ha tirato su spezzando la città, isolando i quartieri colpiti, allontanando i genovesi dai genovesi. Recupererà l’handicap dello strappo violento, ma i suoi problemi di intasamento del traffico, di insufficienza infrastrutturale, resteranno come quelli del prima, del giorno, dell’ ora, del minuto che ha preceduto il fatidico 14 agosto 2018, ore 11,36.

La corsa alla ricostruzione sarà finita prima di quando ognuno avrebbe mai potuto forse immaginare, ma il panorama della città non sarà diverso, salvo la nuova sicurezza di chi imboccherà il fu Morandi, scavalcando la valle.

Le stesse code, la stessa pericolosità del tratto autostradale finalmente riconnesso, ma sempre deficitario: da Nervi a Voltri, lungo la A10 niente corsie di emergenza, percorso tortuoso, curve sbagliate, pannelli insonorizzanti che “intubano” le corsie in una gimkana dove visibilità, prospettiva diventano una trappola, nessuna via di uscita su questo nastro di asfalto in mezzo alla città, tra gallerie, ponti, dove già ora impazzano i cantieri, dopo la grande paura del Morandi..

Insomma, il ponte nuovo non basta, anche se l’emergenza ha portato vie alternative dentro al traffico urbano, che alleggeriranno i percorsi e potranno migliorare tutta la circolazione, soprattutto quella intorno alle banchine portuali di Sampierdarena.

Ci vuole la famosa Gronda, che il governo precedente, con l’ex ministro Danilo Toninelli, aveva bloccato e che il nuovo governo ora promette, con tutte le incertezze per una grande opera, 54 chilometri di supertangenziale, di cui 35 in galleria, almeno 10 anni di lavori. La faranno, ne modificheranno il percorso, come si incomincia discutere in un dibattito che a Genova dura da una ventina di anni?

La grande questione della concessione da revocare a Autostrade-Benetton, dove i Cinquestelle vanno a 200 all’ora e dove si è incamminato anche il nuovo Pd di governo, con le ammissioni della ministra De Michelis, la erede di Toninelli, intrecciata alla battaglia su Atlantia dentro alla nuova Alitalia, complica tutto questo. E forse questa grande questione allontana soluzioni che diventano, invece, urgentissime nel territorio genovese e ligure, dove stanno per abbattersi nuovi traffici ed anche più pericolosi.

Nel 2020 entrerà in funzione anche la maxipiattaforma Maersk di Vado Ligure, che farà parte del sistema portuale Genova-Savona. Vuol dire migliaia e migliaia di altri Tir, ogni giorno in viaggio da Savona, verso Genova, verso il nuovo ponte, verso le strozzature di quelle autostrade…..già collassate, dove i limiti di velocità sono stati abbassati dopo recenti tragedie.

Il dopo ponte, il futuro infrastrutturale, sono una grande partita che si giocano non solo il sindaco commissario alla ricostruzione, Marco Bucci, e il presidente commissario all’Emergenza, Giovanni Toti, ma pure la maggioranza politica di centro destra che governa praticamente tutta la Liguria e che ha piazzato le sue pedine un po’ ovunque, a partire da quella chiave dell’Autorità di Sistema portuale, dove siede Paolo Emilio Signorini, fedelissimo tecnocrate dell’asse Comune-Regione.

Ma questa piattaforma politica, che con un successo napoleonico dietro l’altro ha conquistato anche Savona, Spezia, e detta legge in quasi tutta la Regione, fatte salve le enclave di Imperia, Ventimiglia, Alassio, Bordighera e in parte Sanremo, controllate dall’immortale Claudio Scajola, l’ex ministro scampato a 17 processi e oggi primo cittadino per la terza volta della sua Imperia, non è così solida come appare.

L’operazione-ponte rappresenta sicuramente un punto fermo, un grande vantaggio, nell’immediato redditizio per Giovanni Toti, che si gioca la riconferma nella regione Liguria nel prossimo mese di giugno da una posizione molto più incerta di qualche tempo fa. 

Il nuovo movimento varato dall’ex delfino di Berlusconi, “Cambiamo”, stenta a decollare. I sondaggi nazionali gli attribuiscono uno 0,6 per cento. Meglio, quindi, acquartierarsi in Liguria, dove Toti mediaticamente sbanca la scena ogni giorno e dove l’appoggio della Lega è solido, anche se i suoi sponsor principali, l’ex Ministro Matteo Salvini e l’ex viceministro, Edoardo Rixi, sono stati disarcionati. Il primo sbalzatosi da solo all’opposizione del nuovo governo giallo rosso. Il secondo, ancora deputato, ma dimessosi dal suo ruolo di vice ministro alle Infrastrutture, dopo una condanna nel processo per le spese pazze in Regione Liguria.

Rixi e Salvini hanno giurato che appoggeranno Toti nella contesa ligure, anche davanti a pesanti riserve di riconferma avanzate da Forza Italia sull’ex coordinatore nazionale. Di fatto la Liguria è tornata contendibile, perché le crepe aperte nel regno di Toti sono sempre più profonde. Non c’è solo la fronda di Scajola, che ha pure avuto un incontro di cortesia con il suo governatore nell’estremo ponente. 

Ci sono molte altre perplessità su come la Regione è stata amministrata negli anni di Toti, non tanto Genova, dove l’ex delfino berlusconiano è sempre stato ultrapresente, quasi un sindaco commissario bis, prima quasi una stampella dell’esordiente Bucci, ora sorretto dal sindaco, che sta progredendo molto con il suo pragmatismo efficiente e rude nella gestione non solo dell’emergenza ponte, ma in quella della città più complessivamente.

Toti ha svolazzato molto per l’Italia, anche grazie al suo progetto di diventare una costola di Salvini nell’alleanza di centro destra, coprendo al leader della Lega il fronte moderato.Non solo: molti territori si sentono abbastanza abbandonati, quelli nei quali non è stato steso il red carpet di un paio di estati fa, non quelli dove era stato fatto il miracolo di ricostruire a tempi record la strada di Portofino, distrutta dalla mareggiata dell’Ottobre 2018.

Si parla del territorio savonese e di molti entroterra profondi, sconosciuti alla ribalta continua dove Toti si esibisce con la sua loquela affilata e prodiga.

Bucci sta sicuramente meglio, ma anche nel suo governo cittadino i malumori non mancano. Un recente rimpasto di giunta comunale ha lasciato molti strascichi polemici. Il sindaco ha annullato deleghe importanti al vicesindaco Balleari, al protetto di Berlusconi, Pierluigi Vinacci, ex finanziere di successo, sbattuto fuori dalla giunta salvo un recupero come consulente. 

Sono, invece, stati promossi con superdeleghe l’assessore al Bilancio Pietro Picciocchi, indipendente, un avvocato amministrativista, autore del miracolo di avere salvato gli sfollati del ponte, caricato anche dei Lavori Pubblici e l’assessore Alessio Piana, della Lega che si è beccato anche la delega dei Trasporti. I due sarebbero vicini a ambienti molto impegnati, di area cattolica, in prossimità dell’Opus Dei, che a Genova ha sempre svolto un ruolo molto coperto ma efficace.

Bucci, che Blitz da anni ha soprannominato “o scindaco c’o cria”, per sottolineare i suoi modi bruschi diventati oramai leggendari, non solo con i dipendenti comunali, ma anche con il personale politico con cui lavora e con interlocutori privati, non ha mire politiche al di là del suo ruolo, se non quello di finire in tempo il ponte e di prepararsi a un secondo mandato per rendere veramente Genova “meravigliosa”, come nei suoi slogan. Una possibile coalizione giallorossa anche a Genova, complica sia i disegni di Bucci sia quelli di Toti. Significa avere, intanto, una vera opposizione, che per ora non c’è stata.