Genova lunedì 8 marcia contro il Governo che i soldi del ponte li ha girati a Ischia, Grillo, achtung, questi sono…

di Franco Manzitti
Pubblicato il 6 ottobre 2018 9:37 | Ultimo aggiornamento: 9 ottobre 2018 12:51
Genova lunedì 9 marcia contro il Governo che i soldi del ponte li ha girati a Ischia. Nella foto: Marco Bucci, sindaco e commissario

Genova lunedì 9 marcia contro il Governo che i soldi del ponte li ha girati a Ischia, Grillo, achtung, questi sono banditi. Nella foto: Marco Bucci, sindaco e commissario alla ricostruzione

“Leviamoci queste grisaglie grigie, gettiamole via e saliamo tutti sui treni, sui camion, sui pulman e andiamo a Roma, perchè questa città non deve morire”, urla l’avvocato Giuseppe Giacomini del Foro di Genova, insigne europeista, ma che qua si mette i panni del Masaniello o se volete di Balilla, il Giovanni Battista Perasso della settecentesa rivolta zeneise contro gli austro piemontesi. “Qui – continua il legale alzando i toni – “non è in ballo il declino di Genova, qui ci giochiamo l’esistenza di Genova”.

La città vibra, sussulta, si scuote non solo in questa sala nobile del nobile palazzo della Meridiana, a tre passi dal Comune dove il sindaco Marco Bucci sta per ricevere la notizia che lo nominano commissario della ricostruzione del ponte maledetto.

Qui si sono riuniti in trecento, che rappresentano una raccolta di 25 mila firme dietro l’idea di mobilitazione e stanno in questa sala stretta, dal soffitto basso, di fronte a cinque oratori scelti dal padrone di casa, il costruttore-animatore , Davide Viziano, ingegnere di stirpe politica liberale e ascendenze imprenditoriali nobili e applaudono l’avvocato Giacomini, alzando le braccia e levando la voce in un incontro che è il primo a questo livello, quasi il segnale di una pazienza che si sta esaurendo, a 50 giorni esatti dal crollo fatale.

Si sono scaldati questi trecento, in prevalenza la classe dirigente alto borghese della città, a sentire le cifre e i numeri dello sconquasso che Genova sta subendo, che ha elencato il professor Enrico Musso, docente di Economia dei trasporti, due volte candidato sindaco, berlusconiano pentito, oggi solo prof con caratura professionale e consulente del sindaco. Non si sono inorriditi perché lo sapevano che il porto ha già perso il 35 per cento di tasse e che i traffici stanno crollando e che la città sta per essere strangolata, ma sentirsi dire che in ballo c’è l’esistenza stessa di Genova li scuote dal loro classico aplomb indigeno, allineato compostamente tra le sedie dell sala che vibra di rabbia trattenuta, l’armatore Bruno Musso, il grande costruttore imparentato con i Costa Emanuele Romanengo, il direttore scientifico del grande ospedale San Martino Manlio Ferrarini, broker, avvocati, ingegneri, architetti, agenti marittimi, signore e signorine del bel mondo genovese, un pubblico che applaude e fa sentire la voce.

Si sono rafforzati, questi trecento, nella loro idea che l’unica possibilità di ricostruzione del ponte è quella di lasciar fare alle vituperate Autostrade, passando sopra all’anatema grillino: “ Le Autostrade di quel ponte non costruiranno neppure una mattonella, abbiamo già avviato la procedura di revoca della concessione”.

“Non c’è un’altra strada – scandisce l’avvocato-Masaniello-Balilla dalla tribuna – perchè altrimenti i ricorsi, le cause, i processi allungheranno all’infinito i tempi della ricostruzione.”

È il giorno cinquanta dal crollo e questa è la prima vera fiammata che si alza dal vulcano di una Genova quasi rassegnata, stesa sotto e intorno a quel mozzicone di ponte, tra soluzioni di traffico acrobatico nella Val Polcevera distrutta dalle divisioni e separazioni provocate dal muro sotto il ponte, soffocata dal traffico e dal crack degli affari, sia quelli delle 1480 aziende censite nell’area (più quelle fuori che soffrono la rarefazione degli affari), sia quelli più piccoli ma vitali dei dettaglianti e dei laboratori di un’area operosa, un tempo la Ruhr genovese.

Choccata è questa valle, dalle chiusure di benzinai come l’Ip sotto il ponte o di aziende come Vegano, materiali edilizi, zona Certosa o come i bar che non ce la fanno più a stare in piedi perchè il passaggio di clienti ora è con il contagocce, è intimorita la valle dai patatrac dei colossi della mega distribuzione mondiale come l’Ikea, che gli frega stare qua, se si sposta di qualche chilometro il fatturato risale……

Ma ce ne sono altre di fiammate, che si accendono su e giù per la città, prima che l’agognato decreto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al giorno 51, nomini commissario alla ricostruzione il sindaco Marco Bucci, dal primo giorno sulla barricata, rompendo un indugio folle e un balletto di nomi contesi tra Lega e 5 Stelle, che ruotava intorno al caso Autostrade.

Prima era Giovanni Toti, il commissario giusto già incaricato dell’Emergenza, ma che poi ha invitato in Regione le Autostrade, il grande peccatore del crollo, il responsabile della sciagura e quindi niente Toti. Poi avevano estratto dall’urna il dirigente-manager Iri Claudio Gemme, presidente di una partecipata Fincantieri, già candidato mancato sindaco e già mancato candidato presidente di Confindustria. Non c’è due senza tre e così questo settantenne manager, con i genitori residenti in via Porro, sotto il ponte, che aveva già parlato da commissario in una raffica di improvvide interviste, era stato bruciato anche lui dai 5 Stelle. Era rimasto Stefano Cingolani, direttore dell’IIT, l’Istituto di tecnologia che dà lustro a Genova, raduna giovani scienziati da tutto il mondo, inventa robot. Un quarantenne molto up to date, ma anche troppo renziano, che l’ex premier Pd avrebbe volentieri candidato sindaco due anni fa. E appunto.

Così al giorno 51, mentre il governo era platealmente accusato di inefficienza e incapacità di scelta e del pasticciaccio Decreto, ecco che la scelta di Conte è caduta sul sindaco Bucci, trasformato così in Superman, primo cittadino di una città piegata, commissario straordinario alla Ricostruzione e, ad abudantiam, anche presidente della Città metropolitana e presidente di Anci.

Come farà? Sarà per questo che Conte annuncia l’investitura niente meno che dalla Basilica di san Francesco di Assisi, nel giorno, il 4 ottobre, del Santo Patrono d’Italia. Senza protezioni “superiori” qui dove si va?

È una mossa astuta, perché riconsegna il ponte ai genovesi e scarica il governo che tra le sparacchiate del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e gli ondeggiamenti di Luigi Di Maio, esaltato dalle uscite sul balcone e dalle feste sui barconi romani per festeggiare “la manovra del popolo”, non sapeva che pesci pigliare a Genova.

Così tra scintille di protesta, fiammate di grisaglie che volano via dalle spalle di avvocati, ingegneri, costruttori, armatori,cittadini incazzati, i programmi di marcia contro il governo, infame per i ritardi genovesi, 51 giorni e tutto è fermo e solo Bucci e Toti e i volontari e i vigili del Fuoco hanno lavorato, e solo Renzo Piano si è offerto e solo il Comune ha sistemato in casa quasi tutti gli sfollati, 258 nuclei famigliari e nessuno più per strada, anche se il disagio resta uguale, l’ardore della mobilitazione un po’ si intiepidisce. Ma non del tutto.

Lunedi 8 ottobre la Val Polcevera marcia verso la Prefettura, perché le difficoltà di questa popolazione di 70 mila abitanti “separati” sono troppe insormontabili e gli articoli del Decreto Genova, che poi è il Decreto Ischia, per le misure contenute a favore delle popolazioni campane colpite dal terremoto di un anno e mezzo fa, vanno cambiati, rinforzati, a partire dai fondi per aiutare gli sfollati e le aziende.

Anche se Bucci ora rassicura sulle modifiche che ha già specificato nei colloqui dell’investitura con Conte, la Valpolvera fa sentire la sua voce, che è quella di una profonda storia di lavoro, di operai, di fabbriche trasformate dopo la de industrializzazione in un colossale nodo infrastrutturale, dove passano le più importanti vie di comunicazione, nel “nocciolo” della grande distribuzione, non solo Ikea, ma anche Roi Merlin , Maison du Monde, Unieuro, Dechatlon, e decine di sigle per una valle diventata commerciale.

Un cambio di destino ora messo in discussione da quel ponte spezzato e dai “muri”, che si sono alzati tra i quartieri e i paesi di questo territorio. Due giorni dopo, un’altra protesta parte in treno e in pulmann per Roma, con l’obiettivo di andare a protestare sotto le finestre del ministero dei Trasporti per i 791 milioni che il Decreto ha stralciato dai fondi per il Terzo Valico, opera chiave nei collegamenti tra Genova e Milano e Pianura padana.

Sono i finanziamenti già deliberati dal Cipe per il quinto lotto di questa grande opera, che è anche il più grande cantiere oggi in Italia, quindi intoccabili e, invece, stoppati dal Ministero in attesa di un calcolo costa-benefici dell’opera. Solo che lo stop provoca l’inmediato licenziamento di 150 lavoratori da questi cantieri e la messa in discussione di tutta l’opera, divisa in sei lotti e oramai giunta a un terzo dell’opera e che impegna quasi 2.000 operai e cinque maxi talpe lunghe trecento metri l’una, che scavano 45 chilometri di gallerie, tra la Valpolcevera stessa e Novi Ligure nella pancia dell’Appennino ligure-piemontese. Inopinatamente il decreto spazza via l’opera, come era nei programmi grillini da sempre, ma come non è certo nella strategia del sindaco commissario e delle Istituzioni genovesi per i quali quel Terzo Valico è la chiave del trasporto soprattutto per il porto di Genova.

Un’altra marcia decolla il 13 ottobre organizzata da associazioni e gruppi di giovani battaglieri che l’hanno intitolata “Riprendiamoci Genova” e chiedono un’unità di protesta nel nome della storia profonda della città e con l’obiettivo del recupero dei soldi che il porto produce e Roma succhia come balzelli e tasse, ora più che mai utili alla causa della città da risollevare. E’ una manifestazione “civica” questa, senza bandiere, partiti, firme ma solo i cittadini da Piazza della Vittoria alla Prefettura ed ha un titolo che non è troppo lontano dal getto delle grisaglie dell’avvocato Giacomini.

Ora che è arrivata la nomina di Bucci commissario e anche un po’ Superman le interpretazioni si sprecano sulla mossa che piazza “o scindicu ch’o cria”, “il sindaco che grida” in italiano, per la sua fama vigorosa di toni forti e sgridate epiche a collaboratori sopratutto impiegati e burocrati, in quella posizione. La maggioranza della cittadinanza è contenta: Bucci in poco più di un anno i genovesi se li è conquistati, anche al di là della sua collocazione partitica vicino alla Lega. È un pre-politico, un pragmatico, un manager cresciuto tra il Minnesota e New York facendo il capo di una divisione commerciale per vendere attrezzature ospedaliere e poi è ripiombato a Genova a dirigere Liguria Digitale, la costola informatica della Regione. Da perfetto sconosciuto e primo sindaco dopo l’era comunista e post comunista della città roccaforte rossa per decenni, è arrivato a scuotere i muri di Palazzo Tursi, la nobile residenza del Comune con le sue urla perchè il sito comunale non era aggiornato alle 8 di mattina. Ha fatto piangere perfino qualche assessore (e dimetterne una, la più giovane, titolare della Cultura) usando modi bruschi e tagliando le discussioni di giunta con rara rusticità. Ai tecnici, che cercavano di spiegargli che una delibera era “impossibile”, ha risposto: “Vediamo se è impossibile anche dopo che ne ho licenziato quattro di voi.”

Che questo sindaco diventi oggi commissario, come se la scelta fosse dettata da “un’idea come un’altra”, secondo le parole della famosa canzone e che indossi la nuova armatura con “quella faccia un po’ così”, da genovese, come dice quella stessa canzone è difficile capirlo. Bucci potrebbe essere caduto in una trappola costruita soprattutto dai 5 Stelle, che non hanno speranze elettorali su Genova, la città del loro fondatore Beppe Grillo, dove non hanno mai conquistato neppure un ballottaggio, ancorché siano oggi il primo partito, anche in molte delle zone del Ponte, nella sventurata Valpolcevera e potrebbe avere deciso, con quelle uscite di Toninelli, di ritagliare Genova fuori, senza possibilità di far rifare il ponte a Autostrade , che, come nel caso di Bologna, sarebbe la più rapida e pratica.

Un dedalo burocratico con il sindaco- commissario a mani legate sulla concessione e, quindi, la difficoltà di affidare demolizione e ricostruzione contro i ricorsi di Autostrade, che hanno già ingaggiato una ventina di avvocati e preparato il terreno di ricorsi e obiezioni alle manovre giudiziarie dell’inchiesta penale.

“È chiaro che con Autostrade c’è un problema – ha spiegato lui appena nominato – e che io mi adeguo a quanto dice il mio capo che è il Presidente del Consiglio. E allora la sua testardaggine funzionale riuscirà a far procedere la ricostruzione, malgrado questo vincolo?

Le modificazioni al decreto, che sono state richieste al Governo come garanzia della nomina e della sua investitura, sono ancora nebulose, ma tracciano solo un percorso più agevole per i fondi che verranno messi a disposizioni di sfollati e danneggiati.

Il colossale punto interrogativo della ricostruzione rimane tale e potrebbe essere quella l’imboccatura del dedalo in cui Bucci può perdersi nel terreno preferito dai 5 Stelle, che sono in terra infida per lui, tra diktat anti Autostrade e posizioni anti Gronda (la supertangenziale da costruire adesso e che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul ponte maledetto) e anti Terzo Valico, l’opera che per il sindaco- Superman è essenziale, il suo mantra e per i pentastellati un infrastruttura da spazzare via.

Forse ora ci sarà una pausa nella tensione che vibra sotto le riunioni, le assemblee, come un sospensione in attesa che il sindaco-commissario faccia vedere con che piglio, con che uomini, con quale staff e quale interlocuzione governativa incomincia la sua missione quasi impossibile ma forse no.

Ma dopo la marcia è inevitabile, la sommossa ineludibile. Solo che in questa ipotesi non sarà una semplice manifestazione di protesta, una sfilata di grisaglie e tute blù. Sarà la marcia vera con in testa le bandiere, il Grifone di Genova, la croce di San Giorgio in campo bianco, magari anche i simboli religiosi, i Cristi in croce delle processioni che si fanno per il Santo Protettore della città e poi le gru dei portuali, le presse dell’ Ilva, gli scafi delle navi in costruzione nei cantieri.

Camalli e preti sono quelli tra i più determinati nel lanciare anatemi contro il Governo e il decreto. La Curia, per bocca di don Massimiliano Moretti, cappellano del lavoro, spara a zero appena può. Se il commissario-sindaco non ce la fa, è pronta la sacra alleanza Chiesa- Porto. A Genova quelli non scherzano