Genova, migranti nei quartieri alti della borghesia: Castelletto dimostra che…

di Franco Manzitti
Pubblicato il 21 luglio 2015 6:46 | Ultimo aggiornamento: 21 luglio 2015 7:34
Genova, migrantes e quartieri alti della borghesia

Via Caffaro, Genova

GENOVA – Il palazzo dove i migranti sono ospitati è nel cuore borghese della città, in una di quelle strade in salita che collegano i mitici caruggi con le Circovallazioni ottocentesche dove abitano le famiglie della antica tradizione bourgeois, che hanno lo scagno nello sprofondo del vecchio porto e la casa, appunto, lì. Si chiama via Caffaro, sotto il Castelletto, quel posto così incantato nel suo Belvedere che il poeta del Novecento, Giorgio Caproni, sosteneva che apparisse al viaggiatore ignaro come un Paradiso. Sospeso sui tetti d’ardesia, tra vecchi pini marittimi, il mare sullo sfondo, il profumo del porto che sale. In questa strada al numero civico dodici, dentro a uno dei palazzi meno antichi, hanno piazzato novanta migrantes distribuiti su due piani di una residenza per anziani in disuso.

Uno dei due piani ha un grande terrazzo. Così se tu ti affacci da Castelletto verso il mare vedi – come poetava Caproni – il Paradiso. Se invece ti affacci verso levante e guardi dall’alto la via Caffaro, scopri i migranti, che hanno scampato l’inferno e ora vivono il loro limbo nel cuore di una città europea dalla lunga storia, grande e vecchia, un porto di mare che è sempre stata accogliente e lo è ancora.

Ha voglia a tuonare la nuova giunta regionale del governatore Giovanni Toti, fedelissimo di Berlusconi, da quasi due mesi vincitore delle ultime elezioni che qui gli stranieri non passano, che non c’è posto. Ha voglia il sindaco Vincenzo Canepa della ridente cittadina balneare di Alassio a predicare che lui non ospita gli sbarcati se non hanno un certificato che attesti il loro stato di salute. Hanno voglia i leghisti che conquistano la Liguria al venti per cento dei voti regionali a tuonare contro il Ministero degli Interni che dirotta qua i disperati di Pantelleria, di Lampedusa, delle coste siciliane e calabresi, in un numero già superiore a mille.
La vecchia e cosmopolita Genova li ospita sotto il suo storico salotto, uno dei più riservati della città, ma anche uno dei più trasversali, nel solco di una tradizione di accoglienza che resta uno dei primati della Superba, oggi città decadente, sferragliante nel suo lento ma inesorabile declino post industriale.

Ti affacci da quel balcone-paradiso e li vedi i migranti che si sporgono alle finestre che cercano aria e respiri di libertà nel grande terrazzo della residenza “protetta” e li puoi anche incontrare nelle strade del quartiere con l’aria sparuta, a vagare intorno al loro ricovero, i più coraggiosi con un capello in mano agli angoli delle strade a chiedere una moneta, ma con l’aria di chi il mestiere del medicante non lo ha mai fatto. Scampati alla fame, alla guerra, al barcone, al mare, salvi ma oggi persi nella nebulosa di questa città straniera, una stanza, una branda, un portone, strade e facce sconosciute oltre la porta.

Altro che periferia di Roma, o altro che Treviso, dove le sommosse anti rifugiati scoppiano nella torrida estate con rivolte furibonde. Con i prefetti che subito cancellano la destinazione per placare la sommossa.

In via Caffaro si era subito organizzato un Comitato di protesta che manifestava contro l’intrusione. Come osavano violare quella strada, quel quartiere silenzioso, da tipico understatement zeneise, quel luogo celebre nella storia della città perchè vi avevano sede, una volta, la Dc di Taviani e il teatro Paganini, dove i politici dello Scudo Crociato per decenni hanno lanciato i loro acuti?
Ma ben presto il comitato di protesta che temeva per la sicurezza e l’incolumità del suo territorio è stato superato dal comitato di accoglienza che ha incominciato a portare soccorso ai novanta rifugiati, scaricando nel palazzo “invaso” indumenti, cibo, aiuti in denaro in una catena di solidarietà molto riservata, solidamente genovese.

In questo modo i quartieri alti della città non solo nel senso geografico dello stare sulla alture hanno incominciato ad essere toccati da una emergenza planetaria che neppure la mente più fervida poteva immaginare. I mori che la antica Repubblica marinara combatteva sui mari e che tutt’al più avrebbero trovato posto nei mirabolanti affreschi dei famosi palazzi dei Rolli che ornano ancora la città e sono un patrimonio dell’Unesco, ora sono protetti nel cuore della Superba.

E non c’è solo via Caffaro, strada segreta ai più e non c’è solo la Fiera del mare, quella che ospitava il mitico Salone Nautico, dove ora, al posto degli yacht supereleganti, delle vele da sogno, che richiamavano un pubblico mondiale ci sono le brandine dei migranti, i padiglioni riadattati a ricovero per un altro centinaio di rifugiati, non ci sono solo i convitti che mettono a disposizione stanze, bagni, spazi lasciati liberi da una popolazione di abitanti, studenti e perfino religiosi dimagrita, in calo secco oramai da decenni.

Collegi, conventi, caserme, perfino luoghi un tempo considerati al top dell’elite borghese e studentesca vengono censiti dalle autorità civili e religiose per trovare altri spazi.

Aveva incominciato il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, con una dichiarazione molto netta. “Bisogna accogliere nel migliore dei modi chi ha bisogno”. E così la prefettura ha incominciato a bussare anche alle porte più riservate, come ad esempio al Convitto per le studentesse all’Istituto Suore Marcelline in Albaro, un altro quartiere “alto” della città, dove ha studiato la borghesia più altolocata al femminile, figlie di industriali, armatori, professionisti, dove il cardinale Giuseppe Siri andava a inaugurare l’anno scolastico o a premiare le alunne migliori con cerimonie riservate e destinate a un mondo che sembrava separato dal resto.

E suor Ausilia, la Madre superiora ha risposto, magnanima, che vedrà come fare perché non è un problema da poco per le sorelle immaginare di ospitare sotto lo stesso tetto i migranti scampati a quell’inferno e le residue studentesse di una scuola che non ha più le frequentazioni, le classi, i numeri dei tempi d’oro, ma sempre un collegio femminile è.

E hanno bussato anche alle suore del Sacro Cuore, altro luogo simbolo della educazione cattolica più tradizionale e borghese. E sono andati, i messi della Prefettura, a cercare ricoveri anche in via Parini, presso le suore del Buon Pastore e al Collegio Emiliani di Nervi, altra roccaforte tutt’ora frequentatissima come scuola.

Nessuno ha risposto di no, come se le parole di Bagnasco fossero un viatico impossibile da respingere. C’era chi già “dava” come le suore Giannelline, che sfornano quotidianamente decine e decine di pasti caldi per i migranti e i poveri e chi studia difficili soluzioni logistiche per garantire ai migrantes non solo un tetto, un letto, un pasto ma anche un portone di accesso e uno di uscita, che non mescolino i disperati arrivati dall’altro mondo con i seminaristi, i religiosi dei diversi ordini.

L’accoglienza può funzionare se l’ordine è garantito, se la generosità, predicata dai pulpiti e raccomandata dalle autorità civili non innesca tensioni forti, come accade, per ora, lontano da Genova.
Il direttore della Caritas diocesana, monsignor Marino Poggi, uno dei preti “forti” della città, che ha fatto anche il missionario a Cuba, ben prima delle aperture recenti alla chiesa cattolica del regime castrista, spiega che “è più una questione logistica che economica”.

I soldi ci sono anche perché lo Stato paga 34 euro per migrante, la disponibilità logistica meno in questa città dall’urbanizzazione intricata tra colline, caruggi-dedalo e tutti questi convitti e conventi con strutture antiche, immensi refettori, dormitori, poche aperture, poche separazioni. Perfino nel grande seminario arcivescovile che domina dall’alto la città, ancora più in alto del Paradiso di Caproni la complicazione di una eventuale accoglienza è insuperabile.

La curia arcivescovile ha 200 parrocchie, due santuari e un centinaio di appartamenti di proprietà di pie fondazioni. Ma questi sono quasi tutti inservibili. Andrebbero ristrutturati. “Abbiamo le mani legate”,  spiega a Il Secolo XIX don Marino Poggi .

Tanto spazio ma inservibile, come un altro gioiello genovese vuoto, il nobile convento di Santa Maria di Castello nell’ombelico del centro storico, un museo quattrocentesco, con cortili, camerate, biblioteche, affreschi, dormitori recentemente lasciati dall’Ordine domenicano, in crisi di vocazioni. Ma non ci sono servizi igienici, cucine, nulla che possa essere utile ai migranti.
E allora il più grande centro di raccolta nella nobile e generosa città di Genova restano quei due piani nel quartiere di Castelletto, sotto il paradiso, dove vive chi è uscito dall’inferno.