Genova muore di caldo. Rixi, Toti, Bucci: le macerie del ponte Morandi non sono tutto

di Franco Manzitti
Pubblicato il 5 Luglio 2019 13:34 | Ultimo aggiornamento: 5 Luglio 2019 20:53
Genova muore di caldo. Rixi, Toti, Bucci: le macerie del ponte Morandi non sono tutto

Genova muore di caldo. Rixi, Toti, Bucci: le macerie del ponte Morandi non sono tutto

ROMA – Duecento bare di legno in una grande sala crematoria nel Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova, nei giorni del grande caldo e del grande crollo genovese segnano il tempo anagrafico di una città che lotta per sopravvivere all’ultima tragedia.

La visione macabra del Camposanto invaso dalle bare, non solo quelle in attesa del forno crematorio, ma altre, allineate in diverse aree di questo vero monumento fatto di statue, scalinate, gallerie, chiese, chiesette, campi di tombe, uno sopra l’altro, fino a qualche decennio fa la unica vera attrazione genovese, “marca” non solo simbolicamente gli agghiaccianti dati statistici dell’Istat, che indicano a Genova il tasso più alto di detanalità, con il numero dei decessi che surclassa quello delle nascite.

Questa diventa la città più vecchia d’Italia, con quasi il 30 per cento degli abitanti in un’età superiore ai 65 anni e i quattordicenni giù giù sotto il 20 per cento. Si invecchia, non si nasce e l’ondata di caldo che picchia da dieci giorni anche qua diventa più letale che mai: il numero dei decessi negli ultimi giorni di giugno supera i cento ed è superiore ad ogni statistica degli ultimi anni. Avevano tutti più di 85 anni, rappresentano la fascia più debole di una popolazione che fronteggia con difficoltà il suo progressivo e inesorabile invecchiamento. Finendo spesso ko.

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Da quindici giorni i Pronto Soccorso dei maggiori ospedali genovesi, San Martino, Galliera e Villa Scassi, che vuol dire il Levante, il Centro e il Ponente di Genova, sono assaltati da anziani in crisi e spesso sono in tilt. Saltano i sistemi di refrigerazione dei reparti e perfino delle sale operatorie che interrompono gli interventi, decine di malori in corsia in un quadro di assistenza duramente colpita: gli ospedali genovesi hanno dovuto subire un vero esodo di medici e infermieri tra pensionamenti già previsti e applicazione della legge cento. I medici mancanti sono ottomila e si pensa, per l’emergenza, di richiamare in servizio i settantenni. Una vera débacle assistenziale che disarma la giunta di centro destra in Regione, la assessora leghista alla sanità, Sonia Viale, assediata dalle emergenze.

E questa è la città del ponte, appena demolito nelle sue pile 10 e 11, con un’operazione perfetta e spettacolare, ripresa dalle telecamere di tutto il mondo, una città che lotta per risollevarsi dal crollo del 14 agosto 2018, ma che oggi affronta una fase delicatissima, tutta concentrata a ricostruire il ponte, opera essenziale per rompere l’isolamento, ma anche impegno quasi assorbente per una classe dirigente politica e amministrativa che parte con questo handicap: riportare Genova al punto di partenza, quando un ponte stava in piedi e riceveva un grande traffico, collegando le infrastrutture del Nord Ovest italiano, ma in un quadro insufficiente.

Tanto insufficiente e logoro che il Morandi è crollato, spezzando i collegamenti, isolando ancora di più una città con un grande porto, che viaggiava verso i 3 milioni di container e ora è sotto, abbattendo un po’ tutti i traffici e infliggendo alla popolazione disagi e sofferenze che durano e oggi si accentuano almeno fino a quando le montagne di macerie del maxicrollo non saranno portate via dalla valle dei sette dolori, la Polcevera, il teatro dell tragedia.

E qui ci sono i primi problemi nello scontro tra i leader leghisti, come Salvini e Rixi, suo plenipotenziario ligure, e il ministero dell’Ambiente, guidato dal grillino Costa che, discutono sulla lentezza della decisione di sgombero, subordinato a condizioni ambientali. Dove portare quelle montagne di calcestruzzo e ferro arrugginito, con in parte la potenziale dose di amianto, pericolosissima e non fruibile per le destinazioni d’uso che si prevedono: una grande opera a mare per ampliare lo stabilimento di Fincantieri, la nuova grande diga portuale che è già stata programmata almeno con un progetto di massima per allargare il porto e consentire l’attracco delle maxinavi dell’ultima generazione?

Marco Bucci, “o sindaco ch’o cria”, commissario alla ricostruzione va avanti come i bull-dozer della demolizione e annuncia che entro agosto le macerie saranno scomparse. Pragmatico e essenziale come è, questo manager di stile americano e lunga esperienza negli Usa, non si fa sfiorare da nulla nella sua determinazione, neppure dalla provocazione che Vittorio Sgarbi è venuto a fargli, inaugurando la Fondazione Pallavicino, nobile iniziativa dell’omonimo principe Domenico Pallavicino, che ha aperto alla città il suo palazzo pieno di tesori. Sgarbi non ha trovato di meglio che sostenere come sia stato un grande errore abbattere il ponte Morandi, “vero monumento dell’architettura”, “ potente segno del progresso”.

Bucci ha solo un traguardo secco: entro l’aprile del 2020 inaugurare il nuovo ponte, che per ora si chiama “per Genova”, che stanno costruendo Italcantieri, Italferr e Salini Impregilo, la cui posa del primo pilone è stato celebrata dalla visita dei vice premier Di Maio e Salvini, che sono andati anche a ammirare i primi pezzi di acciaio che costituiscono la nuova grande struttura alla quale si lavora negli stabilimenti di Castellamare di Stabia di Fincantieri.

Ma c’è il resto della città, quella che cala demograficamente, oramai intorno ai 550 mila abitanti, compresi gli immigrati, che muore di caldo, che invecchia senza inversione di tendenza e che si preoccupa di tutto il resto, di tutto ciò che gli impegni per il ponte hanno spinto indietro o hanno fermato.

Sì, c’è stata una altra demolizione importante e significativa anche se molto lenta: è stato cancellato il palazzo Nira, grande costruzione che tracciava il confine della Fiera di Genova, dove pulsava il cervello nucleare dell’Ansaldo, dove c’era un Auditorium ultra frequentato negli anni boom del Salone Nautico. Ora è sparito dallo Sky Line della costa genovese per fare spazio al progetto detto prima del Blue Print ora del Water front di Levante, un mirabolante collegamento con vie d’acqua tra il porto antico e la zona oramai quasi abbandonata della Fiera.

Il progetto è stato tracciato da Renzo Piano e regalato alla città, che sta facendo una grande fatica a realizzarlo: i costi per scavare i canali e le promenade, che salderebbero due pezzi di città, sono molto saliti, gli investitori francesi di una parte del progetti si sono fermati. E su quella linea di costa da rilanciare domina oggi un cumulo enorme di terra, depositato a piazzale Kennedy, una delle aree potenzialmente più scenografiche della città, in faccia all’imboccatura del porto.

Nella città delle demolizioni, dei detriti, degli scavi quella collina artificiale che toglie la vista del mare è il prodotto dello scavo per lo scolmatore del rio Fereggiano, opera in lavorazione da tre anni per evitare alle alluvioni di colpire le zone più esondabili tra, appunto, il corso di quel Rio e il malefico torrente Bisagno delle grandi sciagure, quello alla cui copertura si sta lavorando da quindici anni con un cantiere infinito che segna il quartiere della Foce, quello dove nacquero i cantautori della magica vena genovese.

Così tra scavi, demolizioni, montagne di detriti, progetti, pezzi di nuovo che scavalcano le macerie e cercano di infondere la speranza, la città cammina sull’esile filo di un equilibrio: da una parte il rischio del declino anagrafico, strutturale, isolazionista e dall’altra il riscatto di nuove opere, ponti, gallerie, come quella del Terzo Valico, nodi frroviari in ritardo da dieci anni, metropolitane di superficie sognate, perfino funivie “tracciate” per salire dalle banchine fino alle colline del Righi, scolmatori, dighe, perfino nuovi ospedali, anch’essi “lanciati” con i progetti e le gare di assegnazione e oggi fermi sotto quel ponte da rifare prima di tutto.

La classe dirigente politica e amministrativa, totalmente in mano al centro destra in Comune con Bucci, in Regione con Giovanni Toti, l’uomo chiave del possibile post berlusconismo, in porto con Paolo Emilio Signorini, ha la grande responsabilità di camminare su questo filo di equilibrio e a Roma Edoardo Rixi, vice ministro disarcionato da un processo, ma ancora deputato e schierato in un ruolo forte nel suo partito per fare le infrastrutture.

Ma Bucci è ovviamente assorbito dal ponte, dalle scadenze che lui ripete come un mantra. Rixi lotta ancora come un leone, ma quel processo è stato una ferita e Toti è impegnatissimo nella battaglia dentro e fuori Forza Italia, coordinatore nazionale nominato con la Carfagna da Berlusconi, candidato alle Primarie e in testa nei sondaggi, ma anche a capo del movimento nuovo che nasce a Roma con la riunione al Teatro Brancaccio e che punta al superamento di Forza Italia.

Ce la faranno, oltre al ponte, a occuparsi ancora di Genova spezzata e della Liguria con i suoi record negativi e il rischio di frenata potente nello sviluppo?