Genova e il ponte maledetto. Sarà ricostruito? Maniman… Lacrime per i morti e angoscia per il domani

di Franco Manzitti
Pubblicato il 16 settembre 2018 6:40 | Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2018 8:31
Genova e il ponte maledetto. Sarà ricostruito? Mani man... Lacrime per i morti e angoscia per il domani (foto Ansa)

Genova e il ponte maledetto. Sarà ricostruito? Mani man… Lacrime per i morti e angoscia per il domani (foto Ansa)

GENOVA – Si spezza nelle lacrime la voce di Tullio Solenghi, il comico-attore del famoso Trio, quando alla fine dei 43 nomi di morti sepolti dal ponte maledetto dice il nome di Samuele, “il più piccolo” , otto anni, caduto nel vuoto forse abbracciato al suo pallone di spiderman, mentre volava come un angelo, dall’asfalto sbriciolato al greto del fiume secco, sessanta metri sotto.

E dice, l’attore, che ha il compito emotivo enorme di presentare la commemorazione dei 30 giorni dopo la tragedia, che delle lacrime non ci si bisogna vergognare, oggi che questa piazza è qui per questo, almeno quindicimila persone riunite senza rabbia, senza polemica, tutti dritti, dignitosi, con le lacrime che scendono sui visi composti davanti al grande palco.

E così si commuove anche Luca Bizzarri, la jena tv irridente e supercaustica, che ora è anche il presidente di Palazzo Ducale, piazzato sul lato della grande piazza, quasi un argine alla folla che assiste, ai bambini piccoli nei passeggini, alla gente comune che circonda i parenti delle vittime, la delegazione degli sfollati, le rappresentanze degli eroi che hanno salvato, che hanno assistito, che sono corsi sotto il ponte a soccorrere, aiutare, scavare anche a mani nude, i vigili del Fuoco, i volontari, le Croci rosse, blù, verdi, le pubbliche assistenze accorse quella giornata, quella mattina, ore 11,36, che potevano esserci centinaia di morti, se la Madonna della Guardia, là sopra alla valle, non avesse steso la sua mano a ridurre le dimensioni della tragedia. E terminando di leggere il suo racconto, uno dei 550 raccolti dal Palazzo Ducale per spiegare con la memoria e la scrittura cosa era questo ponte per i genovesi, Bizzarri sente la sua voce, abituata allo sberleffo, alla battuta folgorante, alla parolaccia, incrinarsi mentre legge la fine del suo pezzo, che lancia una parola di speranza, la nascita di un bimbo, Eric, proprio sull’asfalto di quel ponte, come un aquilone colorato che si alza nel cielo grigio dei genovesi, nel lutto che ognuno prova, nelle lacrime che versi anche se nessuna morte ti ha toccato, nessun disagio ti è caduto addosso da quel ponte maledetto, se sei solo un genovese che soffre per la sua città e ora sei lì nella piazza e questa mattina alle 11,36 eri ritto in piedi, in qualche strada della città, a celebrare il minuto del silenzio.

E anche la voce del vescovo vicario, don Nicolò Anselmi, il “Nicolò dei giovani”, quel prete che sembra un bambino cresciuto negli abiti di pastore della Chiesa cattolica, con lo zucchetto viola sul ciuffo nero, non riesce quasi a venire fuori, nel suo discorso letto al microfono del grande palco, davanti una platea così diversa da quella delle chiese, dei ritiri spirituali, delle meditazioni, dei pellegrinaggi, ai quali questo giovane sacerdote, fatto vescovo da papa Francesco, era abituato. “Sapete perché piangiamo tutti, perché siamo tutti in lutto _ dice stringendo i fogli in mano e sforzando la voce il don dei ragazzi, oggi numero due del cardinale Angelo Bagnasco_ perché quel ponte era casa nostra ed è come se fossimo morti tutti là sopra, era un pezzo di casa nostra che è venuto giù ed ognuno di noi poteva esserci.” Non piangono solo quelli che hanno agito di forza, di “adrenalina” come spiega il vigile del fuoco per primo arrivato sul posto, che riesce a raccontare come si fa quando ti trovi di colpo in mezzo a una tragedia simile, piovuta dal cielo, “una scena surreale, impossibile da immaginare e devi entrare dentro con il tuo casco, la tua tuta con le strisce gialle e devi sapere dove mettere le mani, dove infilarti con la testa in giù, a cercare di salvare chi è là sotto o chi è appeso al rottame di una macchina, in mezzo a immense travi di cemento e devi salvarlo, devi tirarlo via, come è avvenuto davvero per quel collega pompiere, miracolato più di tutti, o devi spostare tonnellate di cemento con i ferri dentro, una sopra l’altra con spiragli minimi, blocchi in equilibrio imponderabile, i tuoi cani che fiutano respiri di vita là sotto e tu urli, più forte che puoi verso il ventre di quel cataclisma: “C’è nessuno?” e lo ripeti e se arriva solo un sospiro di risposta, quell’adrenalina si centuplica e tu e i tuoi colleghi del primo, del secondo turno delle novanta ore che è durata l’operazione salvataggio, sotto il ponte maledetto non vi fermate più e ora scavano e trivellano e muovono le gru e gli scavatori, come se lavorassero in una fabbrica di cristallo per non muovere nulla che pregiudichi l’operazione.

Questo hanno fatto quel giorno, trenta giorni fa da oggi, i “pompieri” che nella notte della celebrazione mostrano per la prima volta sul Tg1 gli speciali tv girati durante le ricerche e tu misuri l’immane tragedia pietra per pietra e anche il coraggio, l’abilità, la tecnica mostruosa di chi soccorre, la fatica , l’acrobazia, il salto nel vuoto, le carrucole che salgono e scendono, appese a funi invisibili nei colossi di cemento armato sbriciolato.

Eccolo il ponte maledetto, a blocchi alti come case, scomposti come in uno scenario di apocalisse, da cui spuntano pezzi di carrozzerie di auto precipitate, un camion rovesciato e schiacciato, una portiera che spunta da una caverna di cemento e fetto. Ecco il disastro vero, di cui da 30 giorni misuri tutte le conseguenze catastrofiche, contate centimetro per centimetro da quei caschi da pompiere con gli auricolari, le radio ricetrasmittenti, i microfoni per parlare con la centrale. Il tono alto quando senti: “ Estratti vivi conducente e passeggeri, bravi ragazzi!”. Il silenzio e la barella che arriva pietosa, coperta l’immagine, quando dal ventre dalla voragine scomposta emerge il pezzo di un corpo, un braccio, un piede……. Questo è il lavoro di quei signori, che ora quasi con pudore sul palco della commemorazione parlano di adrenalina e i loro comandanti ti spiegano che l’importanza dei primi che arrivano è capire dov’è il centro della tragedia e quale è l’ampiezza dell’intervento. E ti confermano che il Comando provinciale di Genova, in questa occasione, è stato eccezionale nel capire tutto subito e nel dimensionare la tragedia. Così sono arrivati in 400 con le tute, i caschi e i loro mezzi che sembrano spuntare dal nulla e hanno lottato per strappare quelle vite da là sotto. Tutto questo spiega perché questa folla silenziosa, con le lacrime asciugate ma non troppo nella grande piazza, che ne ha viste di tutti i colori, oggi è diversa da sempre. Diversa da quando i caroselli della polizia di Scelba, nel giugno del 1960, assaltavano i camalli del porto con la maglietta a strisce e i ganci , in rivolta perché a Genova volevano, 15 anni dopo la fine della guerra, celebrare il congresso del partito Msi che allora era postfascismo. Diversa la piazza da quando, nel gennaio del 1979, sotto una pioggia gelida, in quasi duecentomila celebravano i funerali dell’operaio sindacalista Guido Rossa, trucidato delle Brigate Rosse e dicevano, con quella piazza, con quel mare di ombrelli aperti, no al terrorismo. E fu no. E il terrorismo fu battuto anche perché quella Genova, così diversa da quella di oggi, si era schierata come un muro. Era una piazza diversa, ma anche la stessa, quella dove suonò un 29 settembre degli anni Ottanta la orchestra del Carlo Felice per accompagnare una grande adunata sindacale contro la chiusura delle grandi fabbriche dell’Iri. Quella volta il no non servì, le fabbriche chiusero, ma la piazza era questa e i genovesi erano lì, tanto diversi e tanto uguali a quelli di oggi. Ieri operai con grandi striscioni, ogni fabbrica uno striscione, la classe operaia in tutte le declinazioni, i sindacati in tutte le loro sigle, oggi niente tute blù ma genovesi di ogni professione, di ogni ceto sociale, di ogni età, di ogni quartiere, popolare, portuale, borghese, elegante, periferico, a dire no al declino che quel ponte crollato potrebbe “firmare”, dopo tanti anni difficili, seguiti a quelle vecchie piazzate sindacali, dopo la trasformazione postindustriale che aveva il suo epicentro proprio là dove il ponte si è spezzato e le macerie sono precipitate, Campi, via Fillak, la via Porro degli sfollati, Fegino ora inacessibile. Abbiamo sconfitto il terrorismo, abbiamo lottato contro il declino inesorabile delle industrie che chiudevano e ora che stavamo alzando un po’ la testa, questo colpo, terribile.

Non piange il sindaco Marco Bucci, che la folla saluta con un grande applauso profondo, diffuso che scavalca le differenze politiche di una volta, di quelle volte delle piazzate precedenti, ma che parla nella sua lingua prepolitica, pragmatica e concreta. Non piange, ma ha una voce diversa dal solito, il presidente della Regione, Giovanni Toti, più forte, meno mediatore, lui che sta venendo fuori proprio davanti a questa piazza dalle difficoltà di non essere stato più indicato come possibile commissario, anzi gli fanno pagare, quelli del governo a 5 Stelle, l’invito in Regione a Giovanni Castellucci, l’amministratore delegato di Autostrade, per i grillini il diavolo da punire e, invece, per il governatore ligure il necessario gestore della ricostruzione nella posizione non ancora caduta di concessionario. “Il ponte va ricostruito costi quel che costi e Genova lo avrà!“ urla Toti e chiude: “Viva Genova!”.

Non piange certo il premier Giuseppe Conte, che affronta probabilmente la prima piazza della sua vita da ex prof di diritto e non deve essere facile. Sventola le carte del decreto Genova, urla che non è venuto a mani vuote e che la vicinanza del governo a Genova è stretta e la calcoli in tutte quelle misure che sono elencate per i caduti, per gli sfollati, per i danneggiati per la città ferita , per la sua dimensione di grande hub portuale al quale hanno tranciato la via principale di accesso. Gli gridano .”Il Ponte, il ponte…..” e lui risponde che il ponte si farà e che la sua prossima visita a Genova sarà presto e sarà per inaugurarlo. Ma le lacrime arrivano ancora nella piazza dei 15 mila, la più folta da almeno 30 anni, forse da quel 29 settembre anni Ottanta, quando a chiudere la cerimonia è un soprano che canta: “Ma se ghe pensu”, l’inno dell’immigrato che racchiude tutta la nostalgia per Genova di chi sa di non poterla più vedere, perché è lontano, dall’altra parte del mare e lui vorrebbe tornare a “posare le ossa”, ma non sa e ci continua a pensare. Così la gente sfila via in questa sera di settembre, un mese dopo la tragedia, forse chiedendosi se tornerà a vedere quella Genova di prima, con il ponte magari non caduco come si è dimostrato, con i suoi accessi aperti, il traffico difficile ma non impossibile, come sta diventando, con la Valpolcevera aperta e non divisa dal muro e la “zona rossa” sotto il ponte e gli sfollati che aspettano da un mese di poter andare a recuperarsi le foto di famiglia, il capotto per l’inverno, i pezzi della loro vita in quelle case abbandonate di corsa. Tornerà una Genova normale o questa è la sua fine, il suo declino irrecuperabile? Genova esce dalla piazza della sua identità, con la fontana in mezzo, confermando la sua grande dignità , con l’orgoglio di avere reagito alla sciagura, ma con il cuore stretto dal lutto e dalla domanda del futuro.

Ci vuole un ponte, un cantiere che parta per demolire e ricostruire e di questo nel decreto non si parla. Rassicurano, Conte e i ministri grillini, Di Maio e Toninelli, ma i tempi sembra allungarsi. Almeno un mese prima di incominciare a demolire e poi questo rebus sul nome del commissario per il quale bisogna aspettare ancora dieci giorni e poi l’incidente probatorio della inchiesta penale e poi il progetto e poi la società per costruire con chi dentro, e poi…….. “Ma se ghe pensu – dice la canzone – me vedu ma’…..”