Genova, chi ricostruirà il ponte maledetto? Derby Piano-Calatrava, ma la gente vuole Autostrade

di Franco Manzitti
Pubblicato il 28 novembre 2018 14:06 | Ultimo aggiornamento: 28 novembre 2018 14:06
Genova, chi ricostruirà il ponte maledetto? Derby Piano-Calatrava, ma la gente vuole Autostrade

Genova, chi ricostruirà il ponte maledetto? Derby Piano-Calatrava, ma la gente vuole Autostrade

GENOVA – Quindici-sedici buste con dentro i progetti per ricostruire, sei-sette buste con i progetti per demolire, quaranta buste tra costruttori, demolitori, controllori, sul tavolo del sindaco-commissario Marco Bucci al ventesimo piano del Matitone, grattacielo che ospita gli uffici comunali, dove si riunisce lo staff che ha in mano il destino di Genova.

Una fila di imprese dai più bei nomi dell’edilizia italiana come Cimolai, Salini Impregilo, Todini, Italiana Costruzioni agli “esterni” alleati come Fincantieri, Italferr, dai gruppi internazionali, perfino i cinesi, a quelli locali per costruire e anche per demolire i tronconi del ponte maledetto, operazione delicatissima, e sbriciolare gli otto palazzi degli sfollati, degli abitanti delle zone arancioni, rosse e nere, dove pulsa da cento giorni il cuore di Genova.

In tutto, tra costruttori, demolitori e “controllori” tecnici, un piccolo esercito presenta ai genovesi i progetti, i disegni, gli sponsor ed anche le grandi firme dell’architettura e dell’ingegneria per il più grande cantiere italiano di questo inizio millennio, per l’opera sicuramente più osservata nel mondo intero. Renzo Piano, Santiago Calatrava “luccicano” nelle carte dei progetti, nei modellini arrivati a quel piano degli Uffici Comunali, chiusi in scatoloni, uno dopo l’altro, in fila, entro le 12 di un lunedì mattina, ultimo limite di tempo per correre in questa impresa da 200 milioni di euro, che ha un valore simbolico infinitamente superiore.

Il sindaco e il suo staff si sono presi un tempo minimo per decidere perché ora, cento giorni dopo la catastrofe, bisogna correre, bisogna incominciare, basta polemiche, basta confusione, basta lunghe attese come quella per il Decreto Genova, che è diventato Decreto Ischia, Decreto Matrice e chissà che altro, basta divagazioni alla Toninelli con i ponti “a misura d’uomo”.

E allora ecco una settimana per dire al mondo, e sopratutto a questa Genova sempre spezzata, chi può farla risorgere, chi accende la luce nel tunnel, in fondo a una galleria lunga non si sa quanto, come quella che imbocchi quando entri anche oggi, che è tutto sinistramente sbarrato e deviato, sulla A10 dopo l’uscita Aeroporto e imbocchi il ponte spezzato e precipiti verso quel vuoto, che ora è da riempire, da rifare chissà come, in acciaio di nuovo, in cemento, con i piloni, con gli stralli, con i tiranti con chissà che cosa, con i 43 lampioni che Piano ha messo nel suo disegno preparatorio per ricordare le vittime del 14 agosto, i più dimenticati di questi cento giorni di una attesa che sembra non finire mai.

La scelta tecnica sarà in mano a una commissione di esperti, docenti universitari, architetti, ingegneri, professionisti e un unico dirigente del Comune di Genova, scelti dal commissario. Nomi celebri, non celeberrimi, in questa formazione che avrà l’enorme responsabilità di “negoziare” con i candidati? Certo sono celebri Enrico Bona maestro di architettura all’Università di Genova per decenni, oggi in pensione, Pietro Croci dell’Università di Pisa, esperto in ponti, Gianni Bartoli, ingegnere dell’Università di Firenze. Hanno pochissimi giorni per sottoporre il loro giudizio allo staff che poi negozierà con i gruppi candidati.

“Voglio le gru della demolizione sul ponte entro il 15 di dicembre”, dice Bucci, che non vuole più perdere tempo. Affacciandosi da quel ponte, prossimo alla demolizione, operazione complessa per la quale corrono due cordate, la Despe di Bergamo, la Siag di Parma e la Demolscavi di Genova e dall’altra parte una formazione tutta genovese, Carena, Ecoeridania e Vernazza, si vedranno le luci di Natale che una gara di solidarietà sta cercando di accendere proprio lì, sotto i tronconi mozzati, a due passi dalle case degli sfollati, alla Certosa, dove ci sarà un grande abete, simile a quello che tradizionalmente viene messo nel cuore di Genova in piazza De Ferrari, ombelico lontano di Genova.

Demolire. Sembra facile, un po’ di esplosivo, un po’ di gru, grandi macchine per “ridurre” e il ponte non c’è più, cambi, dopo 51 anni, il panorama di questa valle, modificato nel 1967, anno dell’inaugurazione, che sembrava per sempre e diventato per questi cento giorni lo spauracchio di quei tronconi a pencolare nel vuoto, le braccia di un Cristo in croce…. Sembra facile, ma il primo problema è quello di eliminare i detriti del ponte, non solo quelli già frantumati nel crollo, anche quelli che le esplosioni e le picconate produrranno nella più grande operazione di questo tipo probabilmente mai realizzata nel mezzo di una città, tra i suoi palazzi, le sue fabbriche, le sue case i suoi spazi.

Nei singoli progetti c’è anche la soluzione a questo quesito, che va risolto trovando un luogo dove portare questo materiale, decine di migliaia di tonnellate di cemento, di ferro.

Un’ ipotesi è il mare, la costa genovese, dove si attende da anni il ribaltamento della struttura storica di Sestri Ponente, il cantiere che costruisce le grandi navi appunto di Fincantieri.

Ribaltare vuol dire riempire il mare e “fondare” lì un altro bacino per fare altre navi più grosse. Genova è la città dove il mare riempito ha consentito di avere: 1) una acciaeria a ciclo continuo, l’ Italsider del tempo che fu, 2) un aeroporto, il Cristoro Colombo, 3) un altro porto, dopo quello storico, a Voltri….., 4) un porto petroli, 5) una Fiera del Mare con le sue darsene. Hanno demolito le collire intorno per riempire le onde e fare tutto questo. Ora sfrutterebbero quel ponte caduto, marcio forse tutto, forse no, per costruire lo zoccolo del nuovo cantiere navale.

La candidatura a costruire e demolire della grande azienda pubblica che “luccica” in tutto il mondo in questi anni grazie alle decine di grandi navi prodotte per le megaflotte mondiali di Costa Carnival e Msc e di tante altre compagnie armatoriali, potrebbe avere anche questo risvolto.

Se no dove il cadavere sbriciolato del Morandi? La Liguria e il Basso Piemonte hanno già a che fare con gli scavi del Terzo Valico, la grande opera in costruzione tra Genova e Novi Ligure con lo scavo di quasi 50 chilometri di gallerie nell’Appennino: una montagna di terra, pietre, rocce, magari con l’incubo dell’amianto.

Da lassù, dalla vetta delle gru che circonderanno i resti del ponte, si vedranno queste luci di Natale, di pianto e di speranza, quelle spente delle attività massacrate dal crollo, quelle che resistono con il calo dei clienti o con la impossibilità di lavorare per inaccessibilità e che aspettano il decreto tanto atteso, i fondi dei finanziamenti .

Poi ci sono quelle luci che si accendono intorno, perché un grande cantiere aperto vuol dire grande movimento, come se una immensa sala operatoria si fosse accesa e lì tutti lavorano, dove c’era la ferita inguaribile del ponte disfatto, per rimarginare, ricostruire, riaprire l’orizzonte buio. E allora ci vogliono materiali, ferro, probabilmente cemento, grandi macchine per scavare e innalzare, mezzi di trasporto per far arrivare lì, dove oggi è difficile arrivare con una piccola auto, i supertrasporti dei pezzi di ponte da montare, in un gigantesco lego, mai visto così grande.

E così si misurerà ancora meglio la difficoltà nella quale la Vallepolcevera continua a vivere malgrado gli sforzi del sindaco Bucci e del governatore della Liguria Toti, che hanno fatto il possibile, aspettando il decreto fatidico per sbloccare quella parte di città che continua a soffrire sotto il ponte e nella grande vallata tagliata fuori. E si misurerà quel che aspetta questo pezzo di città ….

Ma cento giorni dopo anche le aperture delle strade che potevano collegare diverse parte di Genova, corso Ferdinando Perrone, la via Perlasca, non portano il sollievo sperato. In certe giornate di novembre il traffico era comunque al collasso e il futuro appariva buio, complicato. Fino a quando?

Fino a quando? Fino a quando si sopporterà tutto questo, anche se si accendono le luci di Natale e le autorità hanno deciso di creare come un tunnel di luce tra il centro e questo sottoponte delle mille sofferenze, un corridoio fino alla Certosa, che è diventata come il santuario della sciagura e della speranza, dove il metrò genovese sbuca nella pancia della Valpolcevera.

Ma là sotto non si aspettano solo le decisioni storiche, epocali del commissario straordinario che ha le ore contate per vagliare i progetti, farli controllare e alla fine decidere: da giorni e giorni è partita una raccolta di firme per chiedere che il ponte venga demolito e ricostruito da Autostrade, la concessionaria trafitta dalle condanne di Di Maio e Toninelli, dalla censura folgorante dei grillini, dalla norma scritta nel Decreto, dai continui anatemi che sono sparati sui vertici . “Non toccherete neppure una mattonella, lo dobbiamo ai 43 morti!”.

Là sotto a centinaia, che potrebbero diventare migliaia, la pensano diversamente e firmano perché pensano che la soluzione Autostrade sia la più rapida: hanno le carte, hanno i rilievi, hanno tutto in casa, hanno perfino le mappe geologiche: ci metterebbero molto meno tempo, sono già pronti. Hanno incominciato un anonimo gruppo di donne-commercianti della zona più sofferente a raccogliere queste firme per portarle al commissario: anche in questo caso le piccole rivoluzioni incominciano al femminile, come a Roma, come a Torino.

Ma che futuro ha questa piccola proposta “dal basso”, nei giorni in cui contro Autostrade si alza il grido delle famiglie dei caduti, che denunciano: “Dal giorno della tragedia non si sono mai fatti vivi, neppure una parola di scuse con tutto quello che abbiamo perso…..”.

Che futuro ha la pratica Autostrade, nel giorno in cui Giovanni Castellucci, l’amministratore delegato, torna davanti alla Procura di Genova per essere interrogato, a cento giorni dalla sciagura? Eccolo questo alto funzionario, che si era subito riproposto come ricostruttore, entrare nel grande palazzo nero della Giustizia di Genova, in mezzo a un’ala di fotografi e cineoperatori, nervoso, teso, senza cappotto, nella gelida mattinata di fine novembre, dopo avere chiesto di essere interrogato altrove, fuori dal circo mediatico.

Il procuratore capo Francesco Cozzi, gli ha risposto di no e allora eccola la gogna mediatica di mocrofoni, telecamere, telecamerine, come una selva che lo aspetta all’entrata e all’uscita, nel clou istruttorio di questo grande processo, dove l’imputazione per Castellucci potrebbe essere passata da concorso in omicidio colposo plurimo e disastro colposo in “colpa cosciente”. Come dire: sapevi che quel crollo poteva verificarsi e non hai fatto nulla per evitarlo.”

Fin’ora la linea Maginot della difesa di Autostrade, ma anche dei possibili coimputati del Ministreo dei Trasporti e delle Infrastrutture, è stata blindata: ci si avvale della facoltà di non rispondere. Silenzio non si parla, non si risponde.

Questo muro non è stato incrinato da eccezioni, se non minime, come quella di un funzionario del Provveditorato delle Opere Pubbliche. Ma ora qualcosa sta cambiando: Autostrade ha fatto un ricorso amministrativo per essere stata esclusa dalle operazioni di ricostruzione, precisando poi che questa iniziativa non è finalizzata a intralciare nulla, a chiedere sospensive, a fermare, quindi, il processo dei lavori.

Come dire che l’imputata numero uno sta modulando la sua posizione, sta riflettendo, si rende conto che, dopo aver visto ricadere su se stessa la responsabilità immane di non avere impedito il disastro, non può ora passare per il soggetto che “frena” la ricostruzione, che la subordina a una rivendicazione davanti ai giudici, a qualche Tar del Lazio o della Liguria. In un rigurgito di reazione a metà novembre Autostrade aveva anche annunciato che se toccasse a lei sarebbe in grado di ricostruire il ponte entro il settembre 2019.

Non solo: aveva aggiunto che per ogni mese di ritardo su quella data si autoapplicava una penale di ben 20 milioni.

Castellucci sta davanti ai Pm inquirenti, Massimo Terrile e Walter Cotugno, per un’ora soltanto. Continua a avvalersi della facoltà di non rispondere, ma rende dichiarazioni spontanee per spiegare ai giudici quanto Autostrade hanno fatto per le vittime della tragedia e per i danneggiati. Il suo avvocato, la ex ministro della Giustizia Paola Severino, rilascia una dichiarazione nella quale spiega che il suo cliente “parlerà con una memoria difensiva quando sarà terminato l’incidente probatorio”. Insomma l’indiziato numero uno un po’ si ritrae, un po’ si divincola e sembra far trasparire anche l’intenzione di lasciare il suo ruolo, anche se non lo annuncia. Potrebbe farlo tra qualche tempo e, anzi fa capire che questo progetto era pronto prima della tragedia di Genova. Molti hanno sostenuto e auspicato queste dimissioni-elastico, facendo un paragone con la Costa Carnival, dopo la tragedia dell’isola del Giglio, con l’ immediato ritiro dell’ amministratore di allora, Pier Luigi Foschi.

Ma aspettando Autostrade fuori o dentro, almeno nella demolizione, come penserebbe Bucci, si torna su quel tavolo del supercommissario, dove pulsano i progetti di ricostruzione: questa è l’operazione più urgente che il presidente di Confindustria Boccia viene a invocare a Genova negli Stati Generali degli imprenditori, riuniti non a caso nella sede di Ansaldo Energia, proprio sotto il ponte: “ Il futuro italiano passa da questa operazione _ dice il leader consindustriale _ tutto il mondo guarda come ricostruiremo quel ponte e quanto tempo ci metteremo.”

Per chi lo ricostruirà la grande responsabilità della scelta si incomincia a delineare, mentre i disegni dei progetti incominciano a emergere e subito si profila come un grande derby tra due cordate, quella tra Salini Impregilo, con alleate Finciantieri, che ha sullo sfondo il modellino progettato da Renzo Piano e Cimolai, la grande azienda di Pordenone, famosa per i suoi ponti in tutto il mondo, che ha presentato ben quattro soluzioni, da quella basica alle altre più evolute, fino ad una super, con un mirabolante arco che scavalca in una sola campata tutta la valle e con il viatico di un’altra archistar, Santiago Calatrava lo spagnolo-svizzero di tante grandi opere nel mondo, che fu giovane allievo di Morandi.

Piano contro Calatrava? Non si può ridurre tutto a un derby di questo tipo, ma la tentazione è forte.