Don Seppia-Satana nella Genova operaia: per anni di voci, sospetti, silenzi

di Franco Manzitti
Pubblicato il 20 maggio 2011 8:33 | Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2015 17:46

Satana. “Che Satana sia con te”, salutava don Riccardo Seppia, reverendo parroco a Sestri Ponente, vecchio cuore operaio di Genova industriale e postfordista, dal telefono della sua chiesa arrampicata sulla brutta collina periferica in via Ludovico Calda, nome di un eroe sindacalista portuale del primo novecento diventato fascista. Usava quel saluto non per scherzare o magari ammonire con una pesante ironia le pecorelle smarrite del suo gregge di parrocchiani che guidava dal 1997, dopo un lungo curriculum nelle chiese genovesi, anonimo ma già predestinato a quella chiesa defilata, il luogo ideale per nascondersi e apparire, appunto come un Satana, un diavolo, per irretire le sue piccole vittime. Satana sia con te lo diceva questo prete lungo, calvo, con grandi occhiali, lo sguardo sfuggente, tanto sfuggente che per anni e anni non lo avevano mai neppure sospettato, al suo complice, un ex croupier, poi ex seminarista, noto solo con le iniziali, E.A., che era il suo interlocutore perverso, secondo le accuse della Procura di Milano e poi di quella di Genova alla quale sono passate le carte di fango di una inchiesta sulla pedofilia più pesante che si ricordi.

E tutto ciò nella chiesa che fu di Giuseppe Siri, cardinale – principe per 45 anni di Genova ed ora di Angelo Bagnasco, cardinale, arcivescovo, presidente della Cei, che al suo predecessore, ieratico, quasi monumentale nella forma e nella sostanza della sua azione pastorale, tra stuoli di chierichetti, passiere rosse, turibolazioni di incenso, genuflessioni di fedeli e corteo di monsignori e preti con i quali accedeva nelle sue parrocchie disseminate per il territorio genovese, in riva al mare o sulle colline rosicchiate dal cemento come questa di Sestri, dove ora si sono puntati tutti i riflettori, mentre Satana – don Seppia, sta nel carcere di Marassi, muto, quasi minacciosamente silenzioso, pronto a confessare solo che lui si drogava da 17 anni, che la cocaina, merce di scambio del suo mercato sessuale la usava da tanto tempo, sembra assomigliare.

Tutto questo avviene nella chiesa di Bagnasco e Siri, appunto e nel quartiere simbolo del muro a muro storico ideologico di quella che fu la contrapposizione tra l’ideologia cattolica e il comunismo duro e puro dell’era postbellica e poi degli anni della grande industrializzazione, quando Sestri veniva definita la Stalingrado di Genova, il Pci raggiungeva il 60-70 per cento dei voti, i grandi cantieri navali e le fabbriche siderurgiche, Italsider, Italimpianti, Ansaldo, il cuore della vecchia Iri, le fonderie private arruolavano decine di migliaia di operai tutti rigorosamente con la tessera Pci e sedi di partito tanto grandi e frequentate che quelle si che sembravano vere cattedrali. Non la grande chiesa barocca del centro di Sestri nella piazza Francesco Baracca, sede del supercomizi Pci, che quando arrivavano i cortei trasbordanti di bandiere rosse, i chierichetti andavano a chiudere il portone principale perché i canti di Bandiera rossa non soffocassero il suono dell’organo e terrorizzassero gli sparuti fedeli ammucchiati nei primi banchi. Altro che Don Camillo e Peppone. Lì Peppone dilagava e non aveva la bonomia del sindaco duro e dialogante alla Mario Cervi.