Genova, rabbia per Bari mentre tutto crolla: sanità, ponti, autostrade

di Franco Manzitti
Pubblicato il 20 Dicembre 2019 18:45 | Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre 2019 18:45
Genova, rabbia per Bari mentre tutto crolla: sanità, ponti, autostrade

Nel combo i loghi di Banca Carige (dx) e Popolare di Bari (sx)

GENOVA – Va bene che i genovesi le banche le inventarono, insegnandole al mondo evoluto del sedicesimo secolo. Va bene, che, quindi, oggi è giusto che la loro banca-madre, la Carige, se la siano praticamente salvata da soli, a parte l’ultimo intervento del Fondo Interbancario, nel quarto aumento di capitale in cinque anni.

Ma i genovesi come reagiscono al fatto che le altre banche in crisi di questa era di scatafascio finanziario le salva lo Stato, come quella di Bari, la Popolare appena tirata fuori dall’abisso con un decreto del governo giallo rosso?

Sono furibondi i genovesi, che hanno visto sciogliersi nel capitale sminuzzato della Carige centinaia di milioni di grandi, piccoli e piccolissimi azionisti, liquidazioni, investimenti di una vita intera, tutto nel fumo grigio-nero di una delle disfatte economico finanziarie che ha cambiato il destino di migliaia di famiglie. Una azione Carige valeva fino a 30 euro e ora conta 0,0000010.

Hanno versato, svuotando le loro tasche, i genovesi, hanno profuso personali capitali ingenti per salvare la loro banca. Ha versato l’azionista di maggioranza, Vittorio Malacalza, da cinque anni aspirante salvatore, che ha profuso 450 milioni di euro e che solo all’ultimo aumento di capitale si è presentato in assemblea, ma senza sottoscrivere l’ultima stangata da 700 milioni.

Ma hanno versato anche questa volta la miriade di piccoli azionisti che da anni vivono la catastrofe Carige come l’ineluttabile passaggio da una condizione di solidità granitica al patatrac più rapido e drammatico della recente storia finanziaria.

Stanno silenziosi e mugugnano tra i denti questi genovesi dall’understatement cupo e riservato, mentre dovrebbero alzarsi e protestare e fare una piazzata di quelle vere perché tocca sempre solo a loro rimboccarsi le maniche e salvarsi da soli, sia la banca che sta in piedi con le stampelle, che proprio nei giorni di Natale programma e esegue la chiusura di 51 filiali e il prepensionamento, o pensionamento anticipato, di quasi 3 mila dipendenti, sia la città in generale, dove è crollato il ponte, che Autostrade doveva preservare e, invece, lo ha lasciato andare in malora e dove, estendendo l’allarme fuori dalla cinta urbana, crollano altri ponti e altri li chiudono nella Regione infrastrutturalmente più delicata che ci sia, tra viadotti e gallerie, nel regno della manutenzione più indecente e insufficiente.

Non urlano, o almeno urlano poco contro i concessionari, siano i Benetton di Autostrade o i Gavio di Autofiori, prontissimi a incassare le centinaia di milioni di profitti dei pedaggi e lasciano le autostrade a pencolare nel vuoto, senza soluzioni alternative, senza progetti di miglioramenti, di fronte a traffici decuplicati, comunque moltiplicati da decenni.

Si leccano le ferite i genovesi e i liguri, spezzati nei ponti, svuotati nelle casseforti, lasciati a marcire in un territorio che si sbriciola di fronte ai colpi di un clima incattivito, cambiato, diventato violento, con frane che cadono su ogni strada, paesi interi isolati, fiumi che saltano fuori da tombamenti assassini, eseguiti negli anni del boom per lucrare, lucrare sempre di più, con speculazioni senza freni.

Sembrava che storpiassero solo il territorio, “rapallizzassero” – come si neologizzava un tempo – le perle della Riviera, per fare soldi e altri soldi. Invece non solo hanno storpiato, ma anche disequilibrato un ambiente delicato, tra il mare, la costa, le montagne. E ora la sensazione è che tutto si sfarini.

Alla vigilia di Natale, l’ennesima Allerta Rossa della Protezione Civile paralizza tutta la Regione, da Ventimiglia a Sarzana, una sorta di coprifuoco gigantesco chiude la Liguria mentre restano accese le luci di Natale, in un beffardo contrasto, scuole chiuse ovunque, ferrovie a singhiozzo, pezzi di autostrada chiusi, tutti gli eventi cancellati, difficile viaggiare, difficile spostarsi anche dentro le città, fermo pure il cantiere, che non si ferma mai, quello che ricostruisce il ponte Morandi: tutti in attesa delle sequenze della nuova catastrofe.

Arriverà dal mare, sotto forma di mareggiate che stanno mangiandosi anche la costa più pregiata senza che si reagisca, come ad Alassio, dove i negozianti proteggono i negozi con i sacchetti di sabbia, arriverà dal cielo sotto forma di altre bombe d’acqua, che sbriciolano il territorio, fanno franare le strade nelle vallate secche e strette di questo territorio angoloso, dove ogni metro di spazio è prezioso come l’oro?

E’ il quarantatreesimo giorno di allerta di un anno spietato climaticamente, davanti al quale i genovesi e i liguri sono corsi a spalare fango, a cercare di arginare decine e decine di fiumi, rii straripati in campagna, ma anche dentro ai centri urbani. E non finiscono mai perchè ora è straripato a Sanremo anche il rio Armeo e a Albenga il Centa fa paura e a Savona si gonfiano il Bormida e i suoi affluenti.

E’ il sedicesimo mese dopo il crollo del Morandi, che non c’è più, che il 28 di giugno è stato definitivamente polverizzato dalle cariche esplosive per far costruire quello nuovo, che avanza nella Valpolcevera, con la sua struttura di chiglia di nave, ma che è ovviamente in ritardo, perchè il clima infame ha frenato i lavori di Fincantieri, Italferr e Salini Impregilo e che tutti pregano possa essere completato almeno entro l’estate, strappando definitivamente la Liguria da un isolamento che – calcolo della camera di Commercio – fa perdere una cifra vicina ai sei milioni di euro al giorno. 

Perdono sopratutto i traffici portuali, ma non solo: fanno i conti con quel Morandi che non c’è più, con la A6 Savona-Torino, spezzata in una corsia da una frana, con gli altri percorsi autostradali, come la A 26, Voltri-Gravellona Toce, interrotti e poi riaperti dalla magistratura, che ha scoperto le loro deficenze di manutenzione.

Oggi chiunque entri su una autostrada ligure si fa il segno della croce.

Ha letto che la manutenzione è insufficiente da tempo, che il ferro è arruginito, che il cemento dei grandi viadotti, le cattedrali delle valli liguri, non è sicuro. Ha letto che hanno fatto prove di carico e che ora si può passare, ma in corsie uniche, in fila timorosa.

E ora questo passeggero autostradale, costretto a viaggiare in Liguria, constata che l’autostrada è costellata da cantierti, riparazioni, percorsi obbligati. Ci sono percorsi come quello tra Savona e Genova, dove si viaggia su una unica corsia alternata e dove le chiusure notturne obbligano a uscire a e a tuffarsi nella viabilità ordinaria, dove, però ci sono le frane che chiudono pezzi di Aurelia, in un incubo senza fine.

Questa è la Liguria oggi, questa è Genova e i suoi dintorni, dove la rabbia si trattiene, quella dei risparmiatori, che si sono salvati la banca da soli, rimettendoci magari i guadagni di una vita, mentre a Bari la banca gliela salva il governo e in Toscana come era andata?

Questa è la Liguria dei cittadini viaggiatori, pendolari da quel tragico 14 agosto del 2018, data del crollo Morandi, costretti a stravolgere i tempi della propria vita, dei propri spostamenti, anche più banali, casa-lavoro, casa- scuola, la vita quotidiana cambiata in silenzio, mugugnando tra i denti.

Genova non ha fatto piazzate come Torino per la Tav, ha solo pianto i suoi morti del ponte, ha fatto sfilare gli operai a rischio licenziamento della Acelor Mittal, ex Italsider di Cornigliano, quasi 2500 lavoratori residuali di un impero manifatturiero, le cui vestigia sono come cattedrali archeologiche nella vallate dei ponti crollati o nel mare riempito delle delegazioni di ponente, dove ruggivano di fuoco e fumo gli altoforni della acciaieria a ciclo continuo e dove ora c ‘è un mare di spazio perduto, pieno di container per lo più vuoti, spazi preziosi in cerca di una prospettiva, di una strategia nuova che la nuova politica stenta a trovare.

La città la governa il sindaco manager Marco Bucci, “o scindaco ch’o cria”, per i suoi toni alti, un pragmatico che ha salvato la città del dopo Morandi, che tocca picchi di popolarità proprio per il suo passo deciso nel dopo tragedia, commissario straordinario per la ricostruzione. Oggi vola, questo sindaco con un consenso forte, perchè incarna la volontà di andare avanti, di riscattare il declino, perché gli viene attibuito il merito di avere cambiato il clima e di urlare forte i suoi slogan della “città meravigliosa”, della capitale del Mediterraneo, della Città europea, che inverte il trend demografico. Slogan o già risultati?

Ma domani e se il ponte nuovo ritardasse troppo? E gli altri progetti di riscatto, promessi dall’efficientismo di un sindaco con determinazione forte, ma con molti assessori deboli, la soluzione del trasporto urbano straannunciata ma tutta da venire, i tram, le metropolitane leggere, i collegamenti veloci…..le tante promesse a una comunità che ascolta idee e piani per il futuro da decenni?

Il Water Front di Levante, disegnato anche quello da Renzo Piano, una via d’acqua per collegare il Porto Antico ai quartieri della storica Fiera del Mare, deve ancora partire. Il sindaco grida che partirà entro la primavera.

Il grande silos Hennebique, che occupa il cuore del Porto Antico, immane costruzione dai mille progetti è ancora in gara per una destinazione. Il sindaco urla che si sta per decidere su due progetti di rilancio. Ma sono venti anni che Genova aspetta……

La ex Facolta di Economia e Commercio, un grande palazzo, proprio sopra il centro della città, cade a pezzi ignominiosamente trasennato, dopo essere stato la sede dei Centri Sociali.

Il patrimonio del Comune giura che ha un destino di restauro, ma questa vergogna nel cuore della città è sempre li, finestre senza vetri, muri che crollano, spettacolo indecoroso.

Davanti al grande ospedale, il Policlinico San Martino, una immane fossa scavata tredici anni fa per costruire un mega parcheggio giace in un indecente abbandono, accecando l’ingresso all’ospedale più grande di Liguria. Hanno trovato una soluzione per riprendere i lavori dopo quasi tre lustri, ma per ora nella voragine nuotano i topi……

Per un “scindaco ch’o cria” c’è un governatore della Regione, Giovanni Toti, eletto a sorpresa quasi 5 anni fa dopo i harahiri della Sinistra, ex di Forza Italia, passato al suo movimento “Cambiamo”, grande alleato di Salvini, che ha il record mondiale di visibilità sulle reti tv e sui giornali e che è già in corsa per la sua rielezione in Regione il prossimo giugno, con tutti i favori del pronostico, non avendo ancora concorrenti nella sfida elettorale.

Toti non urla, non “cria”, ha usato i toni alti un po’ contro il fu ministro Toninelli e oggi contro il governo, ma soprattutto compare, parla, interviene, partecipa, inaugura, sfila, passeggia, sorride, ragiona, spiega. Compare freneticamente con un sistema mediatico, che probabilmente si ispira alla Bestia salviniana, ma con i toni soft dell’ex direttore di giornali tv.

Toti è stato sfortunato perchè il suo salto nazionale di fondatore di un nuovo movimento, che affiancasse in chiave moderata la Lega salviniana, sfilandosi dalla mummia Berlusconi, suo ex mentore, ha coinciso con la caduta del governo, proprio mentre Matteo chiedeva i pieni poteri.

Così il governatore ligure, che molti vedevano proiettato verso un destino nazionale, un costola moderata dopo l’uscita polemica da Forza Italia, sì è trovato sospeso fuori, con una mano davanti e l’altra dietro, fuori da Forza Italia, non ancora dentro l’alleanza con l’amico Matteo.

“Cambiamo” si è arenata su una percentuale nazionale dell’1 per cento e il presidente della Liguria è precipitosamente tornato indietro verso il suo ruolo di leader locale, che in cinque anni aveva clamorosamente conquistato praticamente tutta la Liguria e le sue capitali, compresi i comuni di Genova, Savona e Spezia, con l’eccezione di Imperia, dove veleggia vittorioso Claudio Scajola, la sua spina nel fianco destro.

Così nella Regione dove i pensionati Carige sono stati rapinati, dove tutto crolla, dove il Ponte Morandi e la sua sciagura hanno esposto le istituzioni, quindi Toti e Bucci, al massimo della visibilità, la partita futura è più complicata di quel che sembra.

Bucci è un pragmatico, politicamente freddo. Toti è uno “straniero”, che ha trovato in Liguria un Eldorado politico. Ma amministrare non è solo apparire, sul ponte, nelle mediaticamente fortissime comparsate durante le Allerte della Protezione Civile, nelle relazioni a largo raggio di un ruolo che stava a cavallo tra Genova e Roma e l’Italia. Amministrare è anche cavalcare le grandi emergenze.

La sanità ligure, non solo la finanza della banca Carige, è un disastro e dipende dalla Regione.

Alla vigilia di Natale è esploso lo scandalo delle delicatissime macchine degli ospedali genovesi per curare il cancro: sono rotte e così i malati vengono trasportati in pulmino a Milano, Torino, Alessandria. La Liguria non è in grado di assistere i suoi malati più gravi.

Non è un bello spot, né per l’assessore regionale leghista Sonia Viale, né per Toti che forse qualche urlo più forte dovrebbe lanciarlo sul tema. Era troppo occupato per il ponte, le sue drammatiche emergenze. Era troppo impegnato a strappare la Liguria dall’isolamento infrastrutturale, inseguendo i treni più veloci, una alta velocità che purtroppo nell’arcobaleno ligure non arriva. Milano è sempre lontana quasi due ore, Roma si raggiunge con i tempi di quaranta anni fa, Torino non ne parliamo.

E sulla Liguria il clima si accanisce. Le mareggiate si mangiano la costa, la spiaggia. In attesa che si decida cosa fare delle concessioni autostradali, tra una minaccia 5 Stelle e un annuncio Pd, arrivare sotto la Lanterna e sulle Riviere, nei paradisi delle Cinque Terre e di Portofino, diventa sempre più difficile. Come per i piccoli azionisti Carige recuperare i propri patrimoni perduti.