Genova, salone nautico 2014: l’ultimo flop della Superba

di Franco Manzitti
Pubblicato il 1 ottobre 2014 15:52 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2014 15:52
Genova, salone nautico 2014: l'ultimo flop della Superba

Una vecchia edizione del Salone Nautico di Genova (foto Lapresse)

GENOVA – Si inaugura oggi a Genova il 54 esimo salone Internazionale della Nautica sotto i colpi della crisi. E’ il settimo da quando la crisi ha colpito il settore della nautica, dove il crollo delle vendite in Italia è del 90 per cento. E il fatturato è sceso da 6 a 2 miliardi di euro. Il mercato guarda all’estero. Le barche esposte sono mille. Il nastro è stato tagliato dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Sarà l’ultimo salone autunnale perchè dopo l’edizione del 2015 prevista in concidenza con l’Expo mondiale milanese, la data sarà sempre primaverile. I segnali dei saloni di Montecarlo e Cannes sono leggermente positivi, ma a Genova non ci si fanno molte illusioni.

C’era una volta il Salone Nautico internazionale di Genova, che richiamava centinaia di migliaia di visitatori, riempiva i padiglioni di barche che crescevano con il boom progressivo della nautica tra gli anni Sessanta, la corsa inarrestabile degli anni Settanta, l’edonismo reganiano degli Ottanta, la grandeur pre e post Tangetopoli degli anni Novanta e fino al rilancio del primo decennio del terzo Millennio.

Barche, barche, barche, nei padiglioni genovesi, nei primi specchi d’acqua, neoporticcioli della storica Fiera di Genova, quella che vedi sulla sinistra atterrando in città, all’imboccatura di Levante del grande porto, sorvolati i quartieri ricchi del Lungomare, che in realtà incomincia nell’incanto di Portofino, giù, giù, scendendo di quota sopra il Monte, Camogli dei Mille velieri, Recco della leggendaria focaccia, poi Sori arroccata, Bogliasco dei famosi krafen di crema, Nervi la delegazione autonoma del grande Parco, con il Festival mondiale dei Balletti sulle punte della danza di Margot Fonteyn e di Nureyev, un’altra gloria perduta nel calendario genovese.

Centiniaia di migliaia di barche, milioni di visitatori dal 1961 della prima inaugurazione, sopratutto una vera colata di business, anche prima che planassero qui gli emiri, gli sceicchi, i russi del Dopo Muro, i principi orientali con i loro codazzi.

Il Salone Nautico era la giusta vetrina di Genova, capitale del porto, del mare Mediterraneo e di una certa capacità ancestrale di costruire barche e tutto quello che ci sta sopra e le fa navigare e le rende eleganti.

Il Salone arricchiva la città, ingrassava i restaurant, e gli alberghi che si riempivano in tutta la Liguria, esaltava i taxisti, faceva da calamita a un grande mondo per il quale la barca era uno status symbol, ma anche a un pubblico medio e pure popolare che veniva sulla riva del mar Ligure in quel posto magico a vivere una giornata da sogno tra gli stand dove potevi comprare anche solo una bandierina, mica per forza il supermotoscafo o la barca a vela dei tuoi sogni. O ti bastava guardare col naso in su e volare sulle onde con il sogno, appunto.

Ora il Salone non c’è più. O meglio c’è ancora, ma non è più quello e neppure gli assomiglia e la città, piegata nelle sue mille crisi neppure se ne accorge che non c’è più.

Si dovrebbe inaugurare e si inaugura con il solito ministro, in questo caso Maurizio Lupi, quello delle Infrastrutture che viene a tagliare un nastro ma non è più dentro alla Fiera del Mare che anch’essa non c’è più, o resiste ai minimi termini: è una realtà diversa, un Padiglione solo e l’esposizione di mille barche, non di più, nello specchio acqueo dei porticcioli inscatolati in una darsena che il Grande Porto commerciale oggi vorrebbe inghiottire.

Genova vibrava in attesa del Salone, si imbandierava e aspettava una manifestazione lunga dieci giorni, poi sempre più ridotta e oggi, anno del Signore 2014 e della Grande Crisi, se giri per Genova nessuno sa che il Salone c’è. Nessuna barca attraversa la città in quelle processioni di una volta, che intasavano il traffico ma facevano emozionare. Chi dimentica quando arrivava Azzurra, la prima della nostra Coppa America, scortata come se fosse la caravella di Colombo?

L’anno scorso i visitatori di un Salone dimezzato, sminuzzato, furono 110 mila, ma oggi si conteranno sotto i centomila. Cosa è successo a parte il crak della Nautica, il cui fatturato in questi anni si è triturato, riducendosi di almeno quattro miliardi? Cosa è successo a parte la oramai datata crisi del sistema in tutta Italia e nel mondo, dove l’esposizione fieristica, come si era concepita, è completamente cambiata, diventando altro da sé, specializzandosi, sminiuzzandosi, cancellando i primati, come quello di Genova, resistito ad ogni attacco, il salone di Miami, quello di Cannes, perfino quello di Rimini?

E’ successo che Genova, la Superba del mare, ha dovuto affrontare anche la crisi economica, territoriale, basale, della Fiera, appunto quel quartiere da sogno di una volta, piazzato all’imboccatura del porto, in fondo alla grande strada che puntava il mare e copriva il torrente Bisagno, all’arrivo della Sopraelevata, quel grande toboga che dal casello autostradale ti lanciava in bocca ai padiglioni fieristici, dopo avere sorvolato le banchine, i cantieri, i vecchi moli oggi diventati l’Expò genovese disegnata dalla matita di Renzo Piano.

La città, i suoi amministratori e quelli della Fiera, via via succedutisi dopo le glorie e gli splendori degli anni iniziali, non hanno trovato un filo espositivo che desse un significato a quella grande dependance sul mare, prima dei cantieri di riparazione navale, dove c’era anche il Palasport, dove nel 1965 andarono a suonare in un delirio di folla e entusiasmo i Beatles in uno dei primo concerti italiani degli Scarafaggi, dove si organizzavano altre Fiere, inventate dal nulla come Euroflora, magico giardino di fiori, piante e ogni primizia dell’arte botanica, dell’addobbo floreale, dove si trovava uno spazio di respiro per altre mostre, come quella di Primavera, dove si facevano perfino gli indoor di atletica e Mennea bruciava i suoi sessanta metri, dove, perfino fino a pochi anni fa la Festa dell’Unità organizzava anche le sue edizioni nazionali, che ancora si ricordano come quella del 1978 con Enrico Berlinguer, che parlava davanti a una folla di quasi un milione, radunata in ogni angolo di quella Fiera e dei suoi spazi immensi.

La’ in fondo c’era perfino un Auditorium con mille posti a sedere che per decenni è stato il luogo della grande discussione e del dibattito politico e scientifico, quando non esistevano grandi spazi in tutta la città per ospitare convegni ed anche congressi di partito, come, appunto, quello mitico anni Settanta dell’allora Psi demartiniano e pre craxista.

Il filo si è interrotto e la nuova urbanizzazione, che a Genova trova enormi difficoltà per la mutazione del territorio sotto i colpi della crisi e dopo i disegni della politica policentrica delle giunte rosse, che ha puntato sui quartieri periferici e non è riuscita a recuperare i caruggi del centro storico, che stavano addosso alla Fiera stessa, non ha trovato un senso nuovo a quel quartiere espositivo. Poteva diventare anche una piccola Manhattan sul mare e ora è uno spezzatino di Padiglioni da distruggere, vecchi e obsoleti, nuovi come quello costruito negli anni Duemila dalla mitico archistar, Jean Nouvel, detto padiglione Blu per il suo tetto e del quale non si sa che fare.

Oggi un accordo della disperazione tra Comune e Fiera ha cambiato il destino dell’area, scegliendo una galleria commerciale e , udite, udite, ancora il settore residenziale, emarginando la parte espositiva a un “recanto”, un angoletto, si dice così a Genova, per la parte espositiva.

Così è stata risolta la complessità zibaldonesca della Fiera, che riusciva a contenere nel suo abbraccio storico perfino alcune aule della Facoltà di Ingegneria e perfino il Mercato del pesce.

La grande mannaia della crisi ha segato anche l’occupazione alla Fiera che ora ha solo una ventina di dipendenti, sul filo del rasoio, una presidente, notissimo e brillante avvocato fiscalista, la quarantenne Sara Armella, una delle donne “in” della Liguria modierna, con il timbro del famoso studio di Victor Uckmar, alla quale è rimasto alla fine il cerino in mano di questa vicenda, insieme a un manager, Antonio Bruzzone , direttore generale, erede di una serie progressiva di disastri gestionali, probabilmente causati non tanto dalla incapacità dei predecessori quanto da una miopia strategica della città rispetto al business Fiera e al suo sviluppo e dalla non soluzione delle diatribe con Ucina.

Eppure a presiedere questo ex gioiello sono passati, dopo i padri fondatori, scelti all’epoca nella gerarchia tavianea del potere democristiano, tutti i modelli di professionisti possibili: dagli avvocati di lungo corso e abilità come Giuliano Pennisi, ai grandi broker di navi e import export come Franco Gattorno, agli appatitikit del fu Psi, come Guido Grillo, fino agli ultimi disperati tentativi di iniettare un po’ di managerialità.

La confusione sotto il cielo di questo pezzo ex Superbo della città è stata tanto grande che per un buon quinquennio uno dei pochi imprenditori propositivi che stavano a Genova, il compianto Riccardo Garrone, ex petroliere, “re” delle nuove energie, capo di una dinastia che continua alla quarta generazione, e presidente della Sampdoria, aveva ipotizzato e proposto di costruire nell’area in spappolamento, il nuovo stadio genovese di calcio, quello privato della sua società, secondo i canoni moderni del calcio. In pratica non gli hanno mai risposto e quel progetto è andato ad ammucchiarsi insieme agli altri, che da decenni cambiano solo sulla carta quel territorio genovese.

Il Salone 2014 si apre in questo clima, malgrado i legittimi squilli di speranza degli organizzatori, oramai totalmente affidati all’Ucina che sperano di “ripartire” da qua, da un made in Italy sul mare che potrebbe trovare un timbro genovese, ma chissà se lo trova nauticamente parlando. Il prossimo Salone, quello del 2015, sposterà la sua data alla Primavera del 2015 stesso, per coincidere con l’Expò mondiale milanese, nella speranza di dirottare sulle barche un po’ dei dieci-dodici milioni di visitatori previsti in Lombardia.

Le barche sono arrivate tutte dal mare e per offrire un’immagine più piena di questa sfilata, che è molto ridotta rispetto al passato, sono stati anche gentilmente invitati molti illustri genovesi dalle migliori e più marittime tradizioni a esibire anche il loro yacht, la loro supervela o anche il catamarano di famiglia nell’esposizione del salone Nautico.

Una volta, quando partiva il Nautico, accanto alla cronaca delle barche, alle grandi novità delle vele e dei motori c’era la cronaca mondana degli arrivi. Venivano teste coronate, re, regione, principi a vedere il salone di Genova, grandi attori, star dello spettacolo e poi con il progressivo mutamento dello stesso star sistem , grandi campioni dello sport, piloti, calciatori, ciclisti di ogni nazionalità. E ovviamente gli imprenditori che già allora si permettevano le superbarche.

Era come un appuntamento imperdibile quello dell’inizio di autunno a Genova, che riempiva di foto i giornali, di ospiti gli alberghi e i ristoranti, costretti spesso a alzare bandiera bianca al tutto esaurito. In una epoca così diversa, chi arriva magari cerca di non farsi riconoscere e ha anche buon gioco perchè le barche sono in acqua. E gli organizzatori magari temono che la calamita del Salone attragga più la protesta dei cortei sindacali e politici, dei disagi sociali pòiuttosto che le star di un tempo che non c’è più, anche se il vento che soffia e che gonfia le vele è sempre lo stesso.