Il calvario di Genova tra silenzio dentro lo stadio e il dolore che non si placa

di Franco Manzitti
Pubblicato il 28 agosto 2018 6:00 | Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2018 8:15
Genova, silenzio dentro lo stadio per il dolore del ponte Morandi

Il calvario di Genova tra silenzio dentro lo stadio e il dolore che non si placa

GENOVA – Lo stadio Luigi Ferraris, che a Genova chiamano “il Marassi”, dal quartiere dove sta piantato in riva al fiume delle alluvioni improvvise e assassine, il Bisagno, in mezzo alle case fitte come muri, non è mai stato così silenzioso, mentre il Genoa giocava là dentro la sua partita dopo la tragedia. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Non un urlo, non un fischio, non un botto per 42 minuti e cinquanta secondi, il tempo scandito dal numero dei morti sul maledetto Morandi. Eppure il Genoa giocava e segnava e due volte i giocatori rossoblù, che si erano levati, prima di incominciare la partita, la maglia bianca con sopra scritto “Genova nel cuore”, danzavano di gioia dopo i gol. Silenzio, rotto dopo quel tempo, da un applauso forte, cupo, carico di una tensione che non era quella del pallone , delle partite, del calcio giocato qua dentro, in un imbuto che moltiplica le eco come in nessun altro stadio italiano.

Quasi un raccoglimento rappreso tra le gradinate del tifo più duro fino alle tribune dei Vip, ai Distinti del pubblico medio popolare, fino a quando i tabelloni hanno incominciato a “trasmettere” i nomi dei 43 caduti da quel ponte maledetto. E allora lo sfogo emotivo è salito al cielo di Marassi, dal vertice basso di quella valle lunga e stretta, con le colline sulla sua corona fatta di forti militari, costruiti lassù come sentinelle contro le invasioni nemiche nel Settecento-Ottocento, fatta di cascate di case di cemento, una sull’altra, nella urbanizzazione selvaggia degli anni Cinquanta-Sessanta, che ha causato tanti guai lì in basso, proprio per via di quel tortrente Bisagno traditore, assassino.

E chissà se passando per quel cielo, steso come un coperta blù nella prima notte di calcio, dopo il lungo lutto del Ponte, quelle urla, quasi di sfogo, di scarico, ma anche di lacrime, di rabbia zeneise, di basta a tutte queste disgrazie, le alluvioni, i crolli, del ponte e anche di quella torre in mezzo al porto nella quale si falciarono le vite di nove ragazzi di guardia alle navi che entravano e uscivano, chissà se quel rumore della pancia di Genova è arrivato dall’altra parte della città sopra quell’altro cielo, quello spezzato del Ponte Morandi.

Le due valli genovesi sono parallele, scorrono lontane, ma tutte e due perpendicolari a questa città stretta, ingorgata di traffico, di case, di salite e discese, di “creuze” che salgono con i mattoni rossi e precipitano in scalinate improvvise, nascoste quasi ma profonde come ferite nel saliscendi della città Superba, che ora tutti ti spiegano sui giornali e nelle commemorazioni perché Petrarca l’aveva immortalmente definità così: super, sta sopra, non certo è altezzosa o vanagloriosa.

Sta sopra, come il Ponte maledetto, che stava sopra a tutta la Valpolcevera, come le torri di questo stadio Luigi Ferraris stanno sopra la Valbisagno della partita. Una valle che finalmente urla la rabbia e il dolore e l’altra che sta nel silenzio spezzato del ponte, come raccolta a ricevere quella commemorazione che “vola” nell’aria da un altro punto della città “superiore”. Oggi è affondata in questo dolore diffuso, mixato dalla rabbia, dalla volontà di riscossa, ma anche dalla cupa rassegnazione di un popolo che riprende la sua vita dopo l’estate più dura della sua storia recente, che forse devi andare ai bombardamenti bellici del 1943 per ricordare un tempo così nefasto di lutti e di clima schiacciato, come spalmato da una parte al’altra di questa urbanizzazione complicata.

Ci sono non solo i saliscendi, ma le gallerie, gli imbuti del traffico che finiscono tutti là, dove non si può passare più perché il “muro” del ponte crollato separa la città la divide dentro a se stessa e dall’esterno.

Una cartina spiega sul giornale la “Repubblica” come fare oggi ad arrivare a Genova, a raggiungerla, ma anche a scavalcarla, oggi che il ponte è crollato. E questa è la sintesi geografica migliore di quello che è successo. E’ come la foto complessiva del disagio di oggi, che la partita di calcio riassume, undici giorni dopo e che incomincia a essere metabolizzato a fondo, dopo il tempo terribile del lutto, della disperazione, dello choc collettivo.

Genova difficilmente raggiungibile o raggiungibile con una strada più lunga dall’esterno, mentre dall’interno ogni passo è più complicato e ogni via, ogni cammino della tua quotidianità si allunga, si complica e questo diventerà la norma per un tempo indefinito.

In mezzo a quelle due valli del dolore, diverso e riassunto intorno ai due torrenti-fiume, l’uno pronto a ruggire l’alluvione improvvisa , – aiuto il Bisagno è straripato! – , l’altro il Polcevera colmo delle macerie del ponte venuto giù dal cielo, – aiuto il ponte è crollato! -, c’è la città intera che vive il dopo, che non è ancora dopo, ma durante.

Nei palazzi del potere costituito, delle istituzioni, c’è un fervore quasi febbrile che cancella le differenze politiche, quel che resta dei pesi diversi di ideologie passate, che accomuna tutti nella spinta a ripartire. Ma questa “ripartenza” di ora in ora appare più difficile perché i problemi sono insormontabili come quel ponte, che sta ancora in piedi nei suoi tronconi principali, nei suoi “stralli”, fino a ieri svettanti ed oggi minati dalle perizie anche passate, dalle valutazioni di commissioni urgenti di esperti o meno, di Ministeri, delle stesse Autostrade, che sono ancora le padrone assolute di quel territorio sospeso nel vuoto di spazio e futuro.

La città ferve di volontà di scavalcare l’ostacolo della demolizione, di far partire il processo di ricostruzione, ma è la strada per partire che si attorciglia. Il vice premier Luigi Di Maio ha puntato la sua prua contro la società Autostrade e annuncia che il ponte va ricostruito da una società dello Stato, non da una concessionaria “traditrice”. Il governatore Giovanni Toti, ex fedele di Berlusconi, oggi anche commissario straordinario della Protezione civile per questa emergenza, sostiene che anche le Autostrade possono ricostruire, l’importante è fare presto, incominciare subito.

Il più silenzioso è il sindaco, Marco Bucci, quello diventato famoso dopo avere conquistato Genova a un potere diverso da quello “rosso” della sua recente storia politica e perché “criava”, urlava in dialetto genovese, per far cambiare marcia ai suoi collaboratori, con grida tanto forti da essere udite fuori dal nobile palazzo Tursi degli uffici comunali, che lavora h24_ per usare il suo termine preferito, per far circolare in città quei 120 mila mezzi che si annodavanto intorno al ponte, quei 12 mila tir che lo percorrevano nel loro viavai commerciale, per il grande porto in su e in giù tra le banchine della città che il Ponte univa e che ora sono separate dal caos del traffico urbano.

Si cambiano sensi unici, si tracciano nuovi percorsi e sopratutto si cerca di aggirare quel muro colossale, “costruito”dal crollo del ponte e che taglia la Vallepolcevera, coinvolgendo centinaia di piccole e grandi aziende, a incominciare dal colosso di Ansaldo Energia, che ha rinviato già più volte la sua riapertura postferiale, trovandosi i suoi capannoni proprio sotto il ponte. E i suoi 1500 dipendenti come faranno a andare a lavorare e come faranno a tornarsene a casa? Loro fanno notizia, fanno meno notizia ma più rabbia le decine e decine di piccole imprese della grande valllata che hanno lo stesso problema di mobilità.

Più i giorni passano e più la crisi viene masticata dalla quotidianità e più il suo contorno diventa pesante da digerire per la città.

Tra le due valli nel cuore della Superba c’è anche il Palazzo di Giustizia dove tre sostituti procuratori, sotto la direzione del capo, Francesco Cozzi, macinano ogni giorno quuintali di documenti per scoprire se e quante responsabilità ci sono in questo crollo. E escono verbali, circolari, perizie che cercavano di fotografare lo stato del Morandi negli ultimi anni e che erano in mano alla società Autostrade dei Benetton, al ministero delle Infrastrutture, al Provveditorato delle Opere pubbliche e che portavano le firme degli esperti, di decine e decine di personaggi, che l’ultimo numero del settimanale “Espresso”, in un servizio molto dettagliato di Fabrizio Gatti, ha ricostruito nei loro ruoli, nei loro compiti, perfino nelle loro mirabolanti escalation dentro alle società e agli enti. Insomma si prospetta , all’ombra di questo palazzo, un processo kolossal, una specie di grande redde rationem, in cui potrebbero essere coinvolte decine di persone, sotto un’accusa terribile, che va al di là del capo di imputazione oggi rivolto a ignoti: non avere chiuso quel ponte malgrado i segnali della sua pericolosità, della corrosione dello strallo 9 (quello rimasto in piedi a Levante del crollo), avere rinviato quell’appalto da 20 milioni decretato nell’ultima primavera sotto l’allarme più recente, in un intreccio di perizie tecniche sulla corrosione del calcestruzzo, sulla fragilità dell’acciaio nascosto dentro la compressione del cemento armato.

Per ora si parla di oltre una decina di indagati, ma mentre dalla banchina della nave Diciotti a Catania il ministro Salvini strepita contro la lentezza dell’indagine genovese, paragonata a quella agrigentina, che lo ha appena indagato, l’impressione è che i fulmini della giustizia cadranno in sequenza e faranno molto rumore e in qualche modo intersecheranno i piani di ricostruzione, di sgombero delle macerie, di demolizione dei cosidetti manufatti, dei monconi che stanno lassù.

Alla loro ombra quello che non si consuma e non si mastica, ma diventa una emergenza permanente è il dramma crescente degli sfollati, che sono centinaia e che il Comune cerca di sistemare e che compongono un puzzle dove la buona volontà, la organizzazione municipale, la generosità pubblica e privata si mescolano.

Sono scappati via nel giorno tragico della caduta, sono come strisciati da sotto il ponte questi quasi seicento senza casa, protetti dai vigili del fuoco, dai volontari. In parte sono tornati a casa loro, diventata “zona rossa”, a recuperare quel che era possibile, cacciando in una valigia, in un trolley, in un carretto quel che si poteva salvare della loro vita. Poi gli allarmi hanno impedito anche di recuperare quello che ogni giorno di più emergeva della loro quotidianità passata, perché tutta l’area era diventata pericolosa. E ora, mentre il Comune si scanna con l’assessore Piciocchi a sistemarli in una città complessa, cercando di mantenere legati i fili di queste esistenza spezzate, la coscienza dello sfollamento viene tutta a galla e esplode nelle assemblee pubbliche, in cui il tuo dolore urla insieme a quello degli altri e ne prendi coscienza in modo più forte e allora appare che ogni risarcimento, ogni indennizzo, a partire da quelli profusi dalle Autostrade, non sia nulla rispetto a quello che hai perso, la tua vita, la tua casa, il tuo cielo, la tua strada, perfino il rumore di quel ponte lassù, che ora si è ammutolito e prima non si era mai fermato.

Era la colonna sonora della tua vita di abitante in via Fillak, in via Porro, al Campasso e ora che colonna sonora troverai, sotto quale cielo continuerai a vivere, quale strada faranno i tuoi figli per andare a scuola e in quale scuola, in quale quartiere dentro a questa città, in cui la domanda, dove abiti e la relativa risposta sono sempre valse di più di un certificato di cittadinanza: “Io sono del Campasso, io abito sotto al Ponte….”. quasi un orgoglio. Ora non sai più dove sei, dove sarai domani e tutto perchè quel ponte ti è crollato di sotto ed è già un miracolo che non sia crollato sulla tua casa, sul tetto che confinava con il viadotto, in una acrobazia urbanistica che ci hanno fatto degli album di foto sul “contatto” tra quel Morandi, ardito spettacolare, perfino invidiato e l’urbanizzazione sotto.

Anche questo probabilmente c’era nell’urlo dello stadio Ferraris, quando sono incominciati a comparire, al 43 del primo tempo, i nomi dei “caduti” sul tabellone dove appaiono i nomi del goleador di turno, e i polmoni che stavano dietro a quell’urlo erano di una città intera che vuole vivere, vuole risorgere, ma piange ancora per tutto ciò. E non sa quando finirà.