Genova, il sindaco Bucci chiede gli arretrati alla Regina Elisabetta: “Ci avete rubato la bandiera”

di Franco Manzitti
Pubblicato il 6 luglio 2018 17:08 | Ultimo aggiornamento: 6 luglio 2018 17:08
Genova, il sindaco Bucci chiede gli arretrati alla Regina Elisabetta: "Ci avete rubato la bandiera"

Genova, il sindaco Bucci chiede gli arretrati alla Regina Elisabetta: “Ci avete rubato la bandiera”

GENOVA – Il sindaco “cu’ cria”, tradotto dal genovese “che grida”, ha cambiato obiettivo. A un anno esatto dal suo rivoluzionario insediamento nel nobile palazzo di Tursi, tracciando un bilancio del suo governo, ha spostato il tiro dalle sue segreterie, dai suoi assessori, dagli impiegati in ritardo, niente meno che verso Buckingham Palace. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Ha annunciato che intende chiedere alla regina Elisabetta II gli arretrati per l’uso che gli inglesi fanno, da ben 647 anni, della bandiera genovese, la croce di san Giorgio in campo bianco, simbolo di Genova e dell’Inghilterra, ma anche dei crociati.

E’ dal 1097 che quella bandiera è stata presa in uso dalle flotte inglesi quando i crociati genovesi in Terrasanta, agli ordini di Guglielmo Embriaco, detto “Testa di maglio”, furoreggiavano al punto che al solo scorgere le loro navi con quella bandiera i nemici scappavano.

Inizialmente quello “sfruttamento” era stato in qualche modo risarcito, chissà come. Poi quella croce rossa in campo bianco venne ufficialmente adottata da Riccardo Cuor di leone, colpito proprio dall’effetto che produceva sul mari alla sola sua comparsa. E il vessillo divenne distintivo dell’Inghilterra fino a fondersi con la croce di sant’ Andrea e la bandiera scozzese nella Union Jack del Regno Unito. Gli inglesi ancora oggi la usano nelle manifestazioni sportive. Andate a vedere nei mondiali di calcio, dove l’Inghilterra sta per giocare la fase finale.

E allora ecco che Bucci addirittura preannuncia la lettera che sta per spedire all’indirizzo della regina, recitandone il testo rigorosamente in inglese: “Your Majesty, i regret to inform you that from my books it looks like you didn’t pay for the last 247 years….” Maestà mi duole informarla che dai nostri registri risulta che non abbiate pagato per gli ultimi 247 anni…..

Non “cria” ma sogghigna un po’ il sindaco manager nell’esporre la richiesta, evidentemente frutto anche di una ricerca negli archivi polverosi della fu Repubblica, se la richiesta è puntuale nell’individuazione della data nella quale è incominciato l’indebitamento. Vuol dire che prima pagavano e in quale moneta?

Sembra chiaro che si tratta di un colpo ad effetto, di un trucco per attirare l’attenzione su quella che viene considerata la città più british d’Italia. Quella dove è arrivato, grazie al Genoa Cricket and Foot ball Club, nel 1893 il calcio, importato da fondatori inglesi e dove una profonda tradizione di schipping e di diritto marittimo ha per decenni mantenuto un filo con l’Oltre Manica.

Richiesta di un parere “storico” Gabriella Airaldi, docente di Storia Medioevale all’Università di Genova, ha espresso qualche dubbio: “Non mi risulta che esistano prove scritte, documenti che comprovino la concessione dell’uso della bandiera alla Corona d’inghilterra. Si tratta probabilmente di una tradizione, che si inquadra nei buoni rapporti esistenti tra la Repubblica e il regno d’Inghilterra. E’ vero che Riccardo Cuor di Leone portò le sue navi nel porto di Genova. Le galee genovesi erano le più veloci del Mediterraneo: è possibile che ci fossero navi con inglesi a bordo e battessero bandiera genovese-inglese”.

Insomma, c’è da immaginare che da qualche tempo archivisti e studiosi di storia medioevale siano stati incaricati di scavare negli archivi degli storici palazzi genovesi per scoprire le tracce di quell’accordo sulla bandiera. In fondo cosa è sufficiente trovare, se non una riga in cui si “concede” a una nave inglese di alzare la croce rossa in campo bianco?

“Se si trova un documento – ha dichiarato il sindaco Marco Bucci a Il Secolo XIX – la lettera la scrivo davvero, noi genovesi con le palanche non scherziamo!”

Ma la questione degli arretrati può anche apparire come un diversivo, una boutade che Marco Bucci ha scovato per distogliere un po’ l’attenzione dal bilancio del suo primo anno di governo di Genova. L’ha strappato, questo governo, a decenni di amministrazione a senso unico da parte della sinistra, vincendo le elezioni del giugno 2017 alla testa di una alleanza Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, più costole di centro destra. Era stato un risultato storico, conquistato da questo cinquantottenne manager con un passato da emigrante di lusso negli Usa, scovato proprio dalla Lega alla testa di “Liguria digitale”, una importante azienda a partecipazione regionale.

Succedeva direttamente al marchese -rosso Marco Doria, espresso da indipendente in una maggioranza di ultrasinistra, discendente di Andrea Doria, ammiraglio che fece grande quella Genova che, appunto, si permetteva di concedere la sua bandiera agli inglesi.

Un anno dopo la conquista del palazzo Tursi, della cosiddetta roccaforte “rossa”, il primo rendiconto di Bucci e dei suoi non è scintillante. Ciò traspare anche dalle parole del sindaco stesso, che ammette qualche delusione, come quella di non essere ancora riuscito a spostare la sede del Petrolchimico, il porto petroli, incistato nel quartiere di Ponente di Multedo con i suoi depositi e le sue tubature pericolose. In realtà qualche cambio la giunta di centro destra, nella quale Bucci è indipendente, l’ha prodotto, sopratutto nel clima di maggiore ottimismo e fiducia trasmesso dall’azione dei nuovi amministratori. Le “grida” del primo cittadino hanno scosso non solo i suoi uffici e le segreterie, abituate al passo lento di abitudini consolidate, ma un po’ il clima genovese, dove almeno qualcosa ci si aspetta di nuovo.

Genova in un anno non è certo diventata “meravigliosa”, come auspica Bucci nel suo slogan preferito, ma si è colorata un po’ di più. E non solo grazie ai red carpet stesi su spinta del governatore della Liguria, Giovanni Toti, ex portavoce di Berlusconi, oggi un po’ in difficoltà nei rapporti politici nazionali per il suo sbilanciamento a favore della Lega salviniana, ma anche per quella pioggia di ombrellini con la quale ha tappezzato il “tetto” di vie e quartieri centrali per festeggiare l’edizione di Euroflora, mostra “storica” del floro vivaismo, spostata con successo nei favolosi Parchi di Nervi.

Questo è stato forse il maggior successo di Bucci e dei suoi, sia per la riuscita della manifestazione che per il segnale lanciato a favore di una città più aperta, dove il turismo cresce costantemente e l’accoglienza migliora sul filo di eventi, incontri, comunicazione sempre più diffusa.

Ma il colore e gli eventi non bastano. La frenata principale alle aspirazione di un cambio probabilmente vengono dall’effettivo stop al Blue Print, il progetto firmato da Renzo Piano per collegare il Porto Antico con il quartiere della Fiera Internazionale attraverso canali d’acqua, nuove darsene e un Palasport rifatto e rilanciato, con un contorno di nuove residenze, una specie di piccola Manhattan della Lanterna.

Il Comune sostiene che la procedura di bandi pubblici per lanciare sul mercato questa operazione è in corso, ma i cittadini vedono quella parte di città ancora immobile, con la vecchia Fiera imbalsamata nei suoi Padiglioni, il grande piazzale Kennnedy, destinato a diventare un famoso nuovo fronte mare, chiuso nei suoi parcheggi e senza svolte, in cima a un sistema viario sottosopra da decenni per la copertura del torrente Bisagno, quello delle alluvioni, opera di salvaguardia dai disastri climatici, firmata da Doria, il sindaco precedente e dal governo Renzi.

Il pugno di ferro della nuova amministrazione non ha ancora inciso nei vecchi caruggi, che in parte si scuotono con la movida dei giovani, regolamentata da aperture di orari e maggiori controlli di polizia e vigili urbani, ma che rimane territorio fertile per lo spaccio di droga dei puscher di tutte le razze e dove i segni di recupero ambientale non si vedono, a fronte di un progressivo spopolamento commerciale.

L’assessore alla sicurezza, il leghista Garassino, ogni tanto si lascia scappare qualche battuta esagerata, come quando chiama “zecche” i partecipanti al corteo del 30 giugno, manifestazione storica della sinistra e quando annuncia che prenderà a calci nel sedere i clandestini. Nella sicurezza della città non c’è un cambio secco e neppure nelle dinamiche dello sviluppo o nella gestione delle aziende municipali e delle società partecipate.

Ogni tanto il sindaco ricaccia indietro qualche grido e si lamenta della burocrazia che lo frena, ma il suo tono è diverso, come se prendesse coscienza delle difficoltà, dell’impatto con la elefantiaca macchina municipale.

Lo criticano perchè lascia andare un suo delegato con fascia tricolore alla commemorazione delle vittime di Salò o perchè il Comune non da la sua adesione al gay pride. E qui se la cava bene, senza cedere alla polemica diretta.

A Stefano Origone di Repubblica, che lo ha intervistato a tutto campo, ha dichiarato che ci sono nuove statistiche, che parlano di una inversione di tendenza nell’occupazione, con 1500 posti di nuovo lavoro. Sono un po’ bruscolini rispetto agli annunci elettorali, che promettevano l’arrivo di nuovi imprenditori pronti a investire nella città.

Ci sono _ questo è giusto riconoscerlo_ progetti nuovi, sostenuti a spada tratta, come quello di collegare le storiche banchine con una seggiovia ai Forti settecenteschi, sulle alture della città, o l’altro di mettere in vendita pezzi consistenti del patrimonio pubblico, ville, giardini, aree pregiate per rilanciarli e toglierli da un degrado insostenibile. Ma sono intenzioni.

Il sindaco viaggia, anche per cercare di trovare sponde ai suoi progetti: è stato negli Stati Uniti e ultimamente in Inghilterra, a Londra. Sarà lì che, vedendo sventolare la croce rossa in campo bianco gli sarà venuto in mente di chiedere gli arretrati alla Regina?