Genova Stalingrado d’Italia. Toti: “16 mesi di chiacchiere del Governo e noi moriamo”

di Franco Manzitti
Pubblicato il 26 Novembre 2019 17:25 | Ultimo aggiornamento: 26 Novembre 2019 17:25
Genova isolata crollo viadotti: prima ponte Morandi, ora A6

Il tratto della A6 portato via dalla frana all’altezza del viadotto (Foto ANSA)

GENOVA – E’ come essere tornati all’anno 1939, quando il Duce Benito Mussolini, con il testa il fez, i suoi gambali lucidi, la camicia nera, e il piglio dei giorni migliori, arrivò a Genova a inaugurare la cosiddetta Camionale, l’autostrada che collegava la ex Repubblica del mare con l’ entroterra della Valle Scrivia, quindi con la pianura padana, chiudendo l’epoca dell’isolamento di tutta la Liguria.

Erano quasi cento anni fa e quella strada che bucava l’Appennino, sotto il passo dei Giovi, con una galleria di un chilometro, scavata con il piccone e la pala, sembrava un miracolo.

Sarebbe diventata, quella autostrada, la “mitica” Serravalle Genova, un esempio di comunicazione che poi dopo la guerra fu raddoppiata e poi si aggiunsero le altre autostrade che collegavano la impervia costa ligure con il Nord Ovest dei grandi traffici e soprattutto i grandi porti liguri con i territori ricchi e opulenti delle fabbriche, dei consumi: negli anni Sessanta la Cisa da Spezia a Parma, e la Savona-Torino e negli anni Settanta le A26, da Voltri a Alessandria e poi su, su verso il Nord della Lombardia.

Oggi, a parte la Cisa, che è lontana dal cuore ligure, resta quella Camionale mussoliniana su cui pesa un traffico che è diventato cinquanta, centro volte più grande e pesante di quello che il Duce aveva, mani sui fianchi e voce tonante, inaugurato sul piazzale di Serravalle.

Nei giorni della grande catastrofe genovese e ligure, dopo le piogge apocalittiche da regno di Macondo, cadute per una settimana e meritevoli, appunto, della penna di un Garcia Marquez, l’unica strada che tiene un filo di collegamento con il mondo è quella Serravalle- Genova, fatta di ponti e curve, chissà se logori o no, comunque pieni di cantieri.

Il 14 agosto 2018 è caduto il ponte Morandi, che teneva insieme tutte le linee di collegamento tra quei porti e quella costa e la rete infrastrutturale del Nord Ovest Europeo e italiano, ore 11,36 di mattina, 43 morti e danni incalcolabili. 

Il 24 novembre 2019, ore 15, una frana ha falciato un pezzo della Savona-Torino, viadotto Madonna dei Boschi, nessun morto, ma lo strappo dalla Liguria occidentale, dal Piemonte, da Torino. E alle 21,30 del 25 novembre 2019 un diktat della Procura di Genova, che ha in mano le carte della maxi inchiesta Morandi, ha fatto chiudere la A 26, la Voltri-Prà- Gravellona Toce, perché due viadotti del suo percorso sono risultati “ammalorati”, quel termine buffo ma definitivo che definisce lo stato precario, di scarsa o di nessuna manutenzione del “manufatto autostradale”.

E così il traffico verso il Nord e quello che discende verso Genova e sopratutto verso le sue banchine portuali e verso quelle di Savona si imbottiglia su quella Camionale ducesca, già collassata di suo, già logorata di suo, già “storica” per le sue curve acrobatiche nel percorso di discesa, dove ci sono incidenti, intoppi, riparazioni quotidiane.

E così Genova, questa città lunga e stretta, con le sue valli perpendicolari, che salgono verso l’Appennino con strade strette, si strangola da sola. Cinquemila Tir al giorno piovevano da la’ sopra verso le banchine portuali della Superba, all’ombra della Lanterna che, quasi simbolicamente, cinque giorni fa un fulmine della tempesta di Macondo aveva spento, e millesettecento calavano verso il porto di Savona, dove a febbraio si ultimeranno le opere di una grande piattaforma logistica, pronta a accogliere le meganavi di un megatraffico che necessita non di ponti interrotti, di frane e crolli e chiusure sulla viabilità, ma di strade aperte a sei corsie.

E ora? Nella notte più buia che si ricordi, dopo quella dei 43 morti del Morandi, estratti a mani nude dai vigili del fuoco dalle macerie nella Valpolvevera spezzata in due sedici mesi fa, il presidente della Regione Giovanni Toti, pallido come un morto e il sindaco Marco Bucci, spiegano che ora Genova è come Stalingrado, è isolata, è tornata indietro a quegli anni trenta delle opere mussoliniane.

E’ un grido nella notte quello che si alza dalla Prefettura genovese, in una serata senza pioggia, dopo la settimana che aveva visto piovere come nel libro “Cento Anni di solitudine”, dove la pioggia non si ferma mai, ma quella è una foresta amazzonica, subfluviale, un altro mondo, non un pezzo della regione nord occidentale, che ospita i porti più importanti del Mediterraneo, quando sotto Natale il traffico decuplica e le navi fanno la coda per scaricare e caricare nei terminal genovesi e savonesi.

E’ un grido disperato quello delle autorità genovesi che vedono asfissiare la città non solo nei suoi collegamenti con il mondo produttivo mondiale, ma più semplicemente nella sua mobilità interna. Impossibile muoversi anche dentro le sue mura, se l’assedio dei camion, dei tir, ineluttabile, per i ritmi del traffico, blocca tutto.

“Paghiamo le tasse, abbiano il diritto alla mobilità come gli altri cittadini italiani, il Governo corra in aiuto invece di chiacchierare e polemizzare da 16 mesi su Genova e le sue concessioni autostradali”, quasi urla Toti, invocando perfino il Genio Militare, mentre Bucci, il sindaco decide di rendere gratis tutti i mezzi pubblici della città per alleviare la pena di spostamenti folli.

La mattina dopo è una tragedia in una città nella quale i caselli autostradali principali, quelli che immettevano nel traffico cittadino sono ciechi, non si sale, non si scende, quelle migliaia di autocarri e tutto il traffico si ingolfano in un sabbah dantesco.

Alle 10,30 di mattina viene annunciato che almeno una corsia discendente e una in salita della A26 verranno riaperte. E’ come se in una arteria otturata si aprisse un filo di passaggio, ma è nulla nel caos. I viadotti “ammalorati” devono essere verificati dai tecnici, che ci stanno lavorando dalla notte. Ma come si può pensare che una decisione tanto drastica da chiuderli possa essere modificata?

Un mese fa il procuratore capo della Repubblica di Genova, Francesco Cozzi, in un dibattito per la presentazione del libro “Cronaca di un crollo annunciato”, pubblicato da Piemme sulla tragedia Morandi, aveva preannunciato che se l’inchiesta avesse svelato le condizioni gravi di altri ponti e viadotti, il suo ufficio avrebbe chiesto a Autostrade di intervenire.

E’ quello che è successo lunedì notte, quando la richiesta del Pm, Walter Cotugno è arrivato sul tavolo della “Spei”, società Autostrade. I report, i rapporti “intercettati” dalla Guardia di Finanza e gli esami dei tecnici, avevano messo nel mirino quei due viadottoi della A 26. E Genova è precipitata indietro di 100 anni.

“Il porto in queste condizioni può reggere una settimana, dopo chiude”, dice il presidente dell’Autorità portuale di Sistema Genova-Savona, Paolo Emilio Signorini. Non piove ancora, è una giornata di quasi sole, come quella dell’inaugurazione della Camionale con il duce e i gerarchi a petto in fuori. Ma domani pioverà. E la Milano-Serravalle sarà come una gimkana. E Genova-Stalingrado, assediata dalle auto e dai Tir non dai cannoni e dalle truppe nemiche, rischia di arrendersi.