Genova prima di Taranto: perde l’acciaio, dopo banca e ponte. E Paolo Conte non canta più

di Franco Manzitti
Pubblicato il 5 Novembre 2019 13:29 | Ultimo aggiornamento: 5 Novembre 2019 13:29
Genova prima di Taranto: perde l'acciaio (Ilva), dopo banca (Carige) e ponte (Morandi). E Paolo Conte non canta più

L’Ilva di Genova (foto Ansa)

GENOVA – Nel giorno della mareggiata bis, con onde alte cinque metri contro la costa genovese, l’ultimo colpo mortale alla Superba arriva da lontano, quando Acelor Mittal, il nuovo padrone anglo-indiano dell’acciaio italiano,

annuncia il suo ritiro dall’ex Ilva di Taranto, che vuol dire ex Ilva di Genova, ex Ilva di Novi Ligure, che vuol dire non solo i 10 mila posti di lavoro laggiù, ma gli oltre 2 mila di Genova più un indotto sterminato, più gli 800 di Novi e il loro indotto. Una catastrofe sociale, una bomba che “sbarca” sulle banchine di acciaio, che da decenni offrivano in autonomia funzionale l’approdo al materiale siderurgico imbarcato a Taranto e trasferito qua, dove è nata nel 1959 la prima acciaieria a ciclo integrale d’Italia.

E’ come se si spezzasse la spina dorsale di Genova, la sua anima siderurgica, che vuol dire la sua storia industriale, della prima industrializzazione quella voluta da Cavour, che ha segnato il destino della città tra la fine dell’ Ottocento e il Novecento.

Prima c’era l’Ansaldo, ma poi è arrivata l’Italsider, primo nome proprio Ilva, gli stabilimenti di Cornigliano e di Campi e la conferma della manifattura. Hanno riempito il mare, cancellato le onde, spaccato le colline e riempito il golfo, tra la foce del fiume Polcevera e Sestri Ponente, di terra, cemento, detriti, pietre, annullando la costa, la spiaggia, il mare per chilometri.

Hanno costruito il mega stabilimento, l’alto forno a caldo (che dal 2005 è spento) le cookerie, poi l’alto forno a freddo, che corre per chilometri su quella immensa piazza dove da quattro mesi, solo quattro mesi, spicca la scritta Acelor Mittal al posto di Ilva.

Hanno sconvolto il Ponente di Genova da settanta anni, nel 1979 hanno rimodernato questo ciclo continuo dell’alto forno a caldo , il “mostro” come lo chiamavano per le nuvole nere che sputava nel cielo di Cornigliano, delegazione maledetta, con i suoi castelli, le sue ville, diventati ectoplasmi del tempo che fu, del mare che fu, della villeggiatura che fu.

I muri delle case sono neri ancora oggi, che, a 14 anni dallo spegnimento del “mostro” di fuoco ( quello a freddo continua a lavorare), hanno finalmente incominciato a recuperare le strade annichilite dal fumo dall’inquinamento, confinanti con la frontiera dell’acciaio e speravano di ridare una dignità ambientale a percorsi urbani che sono stati camere a gas, tunnel bui, anche quando c’era il sole, traffico e fumo nero, di giorno e di notte.

Quanti sono morti nei cassoni di cemento calati nel mare di Cornigliano per costruire la base dell’acciaieria? Decine, se non centinaia di operai, venuti dal Nord , Nord Est a costruire la fabbrica che avrebbe alimentato il boom italiano, sfornando il materiale per costruire le automobili della Fiat, i frigoriferi e gli altri elettrodomestici che avrebbero cambiato la vita degli italiani.

Quando i morti erano troppi in fondo a quei cassoni il sindacato li caricava sulle barelle e così scoperti li portava in centro, sotto la sede delle associazioni padronali, la Confindustria, per far vedere quanto costava il progresso, quale era il prezzo che la classe operaia pagava allo sviluppo all’acciaio da sfornare, lì in mezzo al golfo di Genova.

Ci abitavano migliaia e migliaia di famiglie a Cornigliano e dintorni, quando lo stabilimento arrivava a impegnare nelle sue diverse sedi quasi 15 mila operai e in centro, nelle zone residenziali c’erano palazzi interi di impiegati e dirigenti, in via Corsica, a Carignano.

La città, l’Italia pulsava intorno a quella fabbrica e ai suoi uffici. Pulsava, cresceva e poi soffriva perché l’acciaio, che usciva a colate incandescenti e “continue” dall’altoforno, inquinava e ammorbava e il fumo nero era un veleno che provocava altri morti, morti più “lenti” di quelli dei cassoni calati in fondo al mare per riempirlo. Malattie sottili, letali, silenziose….

E allora ecco le proteste, i cortei e il dramma-dilemma, che ha strangolato Genova per decenni: lavoro o ambiente, fabbrica che sputa veleno tossico, ma impiega operai o cielo pulito e fine della fabbrica?

Si riunivano al Mercato del pesce, di un pesce che non si pescava più, in un mare che non c’era più, le donne della protesta, passate alla storia come quelle che avevano mosso le coscienze ambientali decenni prima di Greta, sul confine di Cornigliano, anni Settanta, Ottanta, quando l’acciaio tirava in Italia, in Europa e nel Mondo, quando giù a Taranto spianavano gli ulivi per costruire l’altra grande acciaieria di Stato.

Poi hanno privatizzato, alla fine degli anni Ottanta, e l’acciaio di Stato è diventato a Genova di Riva, famiglia di acciaieri self made man, diventati potentissimi e anche la storia di Cornigliano ha svoltato ancora, fino ai drammi recenti.

Tutto questo per finire così, con la disdetta degli indiani appena arrivati, che a Cornigliano non li hanno neppure visti con il binocolo e con la nuova amministratice delegata, appena sbarcata Lucia Morselli.

A Genova se gli levi l’acciaio di Cornigliano altro che spina dorsale spezzata, la città diventa un’altra cosa, sia che tu sia a favore o contro l’acciaio, l’alto forno a caldo, quello a freddo, che da anni dovrebbe sfornare la banda stagnata,quella per fabbricare le scatolette.

Se Cornigliano non è più l’acciaio, il suo stabilimento, che sta la tra città e il mare lontano, le banchine dedicate alle navi dell’acciaio, speciali al punto che sono costruite apposta per passare sotto il cono di discesa degli aerei che scendono dal cielo sulla pista di Sestri Ponente, allora che Cornigliano è, che Genova è?

Tutto quel territorio, dove si sputava il fuoco, dove le cookerie dominavano un grande spazio occupato apparentemente in secula seculorum dalla fabbrica con la maiuscola, con l’esaltazione della classe operaia, del sindacato, dei consigli di fabbrica, l’incubatrice di una storia industriale, sociale, culturale, ambientale che ha inciso anche nel carattere genovese, tutto quel territorio che fine fa?

La città ora freme di rabbia e di paura. Qualche anno fa l’ultima generazione degli operai ex Ilva era stata ribattezzata “generazione Nutella”, perchè era fatta di ventenni, trentenni che ora sono un po’ cresciuti e hanno maturato una coscienza di fabbrica molto diversa da quella dei loro antenati: da una cassa integrazione all’altra, da un contratto di solidarietà all’altro.

L’accaio crepato, la fine dei Riva, tra arresti,

scandali, terremoti siderurgici mondiali e nazionali, con Taranto laggiù, tra chiusure e trattative infernali, commissari e nuovi padroni.

E ora questi ex Nutella si trovano sull’ultima barricata alzata su quel territorio, che in teoria fa gola a molti perchè ha le banchine sul mare e il grande porto privatizzato potrebbe divorarselo con le sue cataste di container che non sanno dove metterli.

Se il governo non ci mette una pezza e se la siderurgia italiana non muore per l’incapacità di una politica industriale sepolta da tempo, che ne sarà di tutto questo, della storia consumata per decenni tra benessere diffuso, boom economico e poi sboom,e poi crisi del mercato dell’acciaio e poi privatizzazioni?

Il rischio, in questa città ex Superba, in calo demografico, con la banca-mamma, la Carige, che con Italsider era la sicurezza blindata degli anni fino al 2000, in crisi quasi mortale, sotto quel nuovo ponte che montano dopo quello Morandi, caduto per l’incuria degli uomini, il rischio in questa città di alluvioni,mareggiate cattive in autunno e della incapacità a lanciare nuove prospettive di sviluppo, è che Cornigliano diventi una specie di Bagnoli, un monumento archeologico del passato siderurgico,un territorio perduto al confine di una città di mare, che un pezzo di mare se lo è giocato per far star bene qualche generazione di lavoratori. Ma ora?

Al teatro Carlo Felice l’altra sera è venuto a cantare in un grande concerto benefico, Paolo Conte, lo chansonnier di grande fama, uno dei cui pezzi forte è “Genova per noi”. Nei versi della canzone, che spiega quanto selvatico sia il carattere dei genovesi, si cita molto “quella faccia un po’ così che abbiamo noi quando andiamo a Genova”. Oggi a Genova la faccia che hanno i genovesi, sotto il ponte da costruire, fuori dalla banca in bilico sui suoi forzieri, a Cornigliano dal destino capovolto, è meglio non vederla.