Ilva, se Taranto chiude, 950 operai a rischio a Genova, che i forni li ha chiusi

di Franco Manzitti
Pubblicato il 13 agosto 2012 16:12 | Ultimo aggiornamento: 13 agosto 2012 16:26

Chissà cosa penseranno le pasionarie di Genova anni Ottanta, quelle che si radunavano al mercato del pesce di Cornigliano, l’ex comune della riviera di ponente assorbito nella Grande Genova, che fu stravolto dalla megacciaieria ex Iri, l’Italsider, diventata nel 1989 l’Ilva del patron dei patron Emilio Riva.

Chissà cosa penseranno quelle di loro che sono ancora vive cosa penseranno della battaglia di Taranto, trenta anni dopo la “loro” battaglia contro l’Italsider-Ilva, incominciata quando all’inizio degli anni Ottanta gli operai dentro allo stabilimento, che loro chiamavano “il mostro”, erano ancora poco meno di diecimila e Cornigliano voleva dire brutalmente: acciaio, altoforno, colata, freddo, caldo, fumi, intossicazione, veleni, cancro.

Avevano cominciato loro a protestare, perchè l’altoforno smettesse di sputare fumo, fiamme e inquinamento nella pancia del loro quartiere, quello che sta tra il grande porto di Genova, quello dei petroli di Multedo e l’altro grande scalo di Voltri, un pezzo di venti chilometri di costa genovese di Ponente, cancellata dalle fabbriche, dalle banchine portuali, dai cantieri navali, dai depositi di petrolio, dai tubi, dalle sopraelevate che scavalcano la ex spiaggia e si buttano nel cuore della città produttiva.

Si riunivano nel mercato del pesce che non era più un mercato, perchè il pesce non c’era più, come non c’era più la spiaggia, non c’era più il mare che quello per vederlo dovevi scavalcare chilometri di cemento e ferro e lo trovavi al di là di tutto, lontano dalla città, grigio, freddo e organizzavano le proteste, i cortei, inventavano gli slogan, sfidavano non solo il muro del cemento e del ferro, ma anche le istituzioni, i partiti che lì voleva dire un Pci al 60 per cento dei voti, il sindacato fortissimo con migliaia di iscritti nelle roccaforti operaie, come proprio quell’ Italsider lì che stava davanti alle loro finestre.

Ti portavano dietro quelle finestre delle loro case austere, dignitose, sigillate per sempre, anche d’estate, anche a 35 gradi di temperatura esterna in estati di caldo, come questa di Taranto, perchè il fumo non entrasse e te lo mostravano il “mostro” stesso, che stava dall’altra parte della strada e che ogni tanto sparava scintille di fuoco, non solo fumi biancastri o neri pece.

Sembrava una battaglia impari, le donne contro tutti e tutto per far spegnere la grande fabbrica. Avevano leader abili e carismatiche come la “mitica” Leila Maiocco, leggendaria per la sua grande treccia di capelli che agitava nei cortei e sui palchi delle dimostrazioni, incantando i serpenti che erano sia i padroni della fabbrica, fossero quelli dell’Iri o il revenant Emilio Riva, che solo Paride Batini, il grande console dei camalli si poteva permettere di definire il “mangianebbia”, alludendo alla sua origine lumbard, sia i duri e puri del partito e del sindacato, per i quali la frontiera del lavoro da difendere era insormontabile. Salute o lavoro: il grande aut aut era cominciato con quella polemica al mercato del pesce.

Altro che quelle donne, che si riunivano al Centro Civico di Cornigliano, una di quelle palazzine stile Settecento, rimaste intatte nello sprofondo della periferia industriale genovese, con il loro piano nobile, i saloni d’onore diventati il megafono della Grande Protesta.

Davano del filo da torcere, avevano imparato tutto sul mostro e sui suoi veleni, sui cicli dell’acciaio e compirono l’operazione storica di far svoltare la coscienza della città, la cui occupazione operaia, il cui metabolismo economico, il cui centralismo politico ( allora si diceva democratico) si dipanavano intorno a quel colosso d’acciaio.

Riva è venuto dopo, quando la prima grande crisi dell’ Iri era maturata ed era esplosa nel provvisorio patatrac del mercato dell’acciaio, con le leggi speciali sulla siderurgia, varate dal governo Fanfani dei primi anni Ottanta e migliaia di operai se ne erano andati a casa, passando attraverso casse integrazioni, ammortizzatori sociali su cui stava incominciando a rimbalzare l’economia intera della città.

Quelle donne, che oggi si interrogano su Taranto e sentono il silenzio della fabbrica ferma del tutto calare dentro al grande recinto dell’Ilva, dove il mostro è morto da quasi dieci anni e dove funziona solo la produzione di acciaio a freddo, la loro battaglia l’hanno vinta colpo dopo colpo, trascinandosi dietro tutta la città, i partiti, i sindacati, la società civile, perfino i leader della Destra che ai tempi della loro prima marcia non c’erano proprio e altro che Berlusconi e Alleanza Nazionale.

Certo: la crescita della coscienza ambientale aveva aiutato quelle donne di battaglia a farsi seguire un po’ per volta da tutto il corteo cittadino, fino ai partiti del centro destra berlusconiano, che negli anni duemila si sarebbero trasferiti quasi in blocco nel partito dell’acciaio da cancellare e da Riva da sloggiare per sempre da quelle aree pregiate, con l’affaccio al mare, un vero Eldorado per una fabbrica di acciaio che sbarca il prodotto semilavorato sulle proprie banchine e in antitesi per un porto che cerca spazi, li ha, ma li usa per un solo imprenditore, quello dell’acciaio e non per i container.

Chissà come e perchè, ma quel corteo delle donne divenne come quello favoloso del pifferaio magico, che suona la sua musica e tutti si accodano, uno per uno. Oggi lo schema Genova, il modello Genova, che viene indicato come soluzione per lo sconquasso di Taranto lo disegnarono per prime le donne di Cornigliano: stop all’altoforno, bonifica del territorio, lavorazione solo a freddo, il tutto inquadrato in uno schema di accordo di programma che solo nel 2005 il governo, la regione Liguria, Riva e il sindacato, firmarono sotto la regia dell’allora come oggi presidente della Liguria Claudio Burlando, il più svelto a sfruttare le condizioni per “chiudere” una partita sulla quale Genova si era scannata per più di venti anni.

A Genova il caldo si poteva chiudere e avviare solo la produzione a freddo, questo a Taranto non si può fare, se non si decide di chiudere la siderurgia in Italia. Non solo a Genova si lavora ancora nelle aree che Riva ha in mano ancora per novanta anni in una proporzione e in un tempo che sono stati giudicati eccessivi perchè funziona Taranto.

Se Taranto si ferma, anche Genova-Cornigliano deve spegnersi e mandare a casa i circa 950 operai rimasti su quel territorio sterminato che era negli anni Cinquanta l’acciaieria più grande d’Europa, costruita rubando il mare ai cittadini, riempendo di cassoni di cemento le onde, con un’operazione kolosal, che cambiò la faccia della città. Se ne andrebbe una generazione giovane di operai, tra i trenta e i quaranta anni, che quando sbucò in fabbrica i sociologi definirono un po’ in fretta “generazione nutella”.

E le donne che sbattevano le pentole per fermare l’altoforno, il “mostro”, oggi per ora si metterebbero in marcia per salvare quei posti di lavoro rimasti nel deserto occupazionale genovese, dove nel periodo della crisi Iri si sono persi in pochi anni 53 mila posti di lavoro nell’industria.

Oggi Cornigliano è una zona più silenziosa, meno inquinata, nel cui baricentro la bonifica dell’acciaio procede lenta e non ha ancora affrontato il suo problema chiave, quello di eliminare le sedimentazioni velenose accumulate in qualche decennio, dove la loppa, avanzo di lavorazione dell’acciaio, si trova ancora nel fiume Polcevera, quello che taglia in due Genova a Ponente e dove le opere di recupero concordate in quel famoso accordo di programma del 2005 avanzano come tartarughe.

Hanno abbattuto le cattedrali dell’altoforno e gli altri pezzi di fabbrica da cui uscirono i metalli sui quali si è costruita l’Italia del boom e poi quella successiva dell’espansione economica, il lamierino degli elettodomestici, quello delle carozzerie delle automobili della motorizzazione e autostradalizzazione italiana, le linee di zincatura degli attrezzi dell’era moderna. Sono venuti giù pezzi di storia industriale, sbriciolati in cerimonie epocali che facevano immaginare un altro orizzonte, un altro futuro più azzurro e non solo perchè i fumi e le scintille del “mostro” si erano spente.

Ma ora Cornigliano è una delegazione ferma, immobile, certamente meno velenosa, che gli immigrati soprattutto sudamericani abitano e di cui cambiano perfino la fisiologia dei tempi e della città.

Le donne hanno vinto per tutti, chissà quante vite hanno salvato e basta andare a compulsare oggi le terrorizzanti statistiche di morte per veleno a Taranto città per capirlo e farsi accapponare la pelle.

Genova intera, dopo, non ha ancora vinto. Non solo. Se la chiusura di Taranto restasse ferma, come è dopo la decisione del Gip, morirebbe per intero l’industria genovese: quasi kaputt la Fincantieri, quasi venduta Ansaldo Energia ai tedeschi, in dubbio il futuro high- tech, sulla collina di Erzelli dove la facoltà di Ingegneria non si vuole trasferire, kaputt tutta la industria.
A Cornigliano non ci sarebbe più da lavorare il prodotto che le navi di Riva portano su da Taranto e sbarcano su quelle banchine grigie costruite dove c’era una volta il mare e poi è venuta la fabbrica che ha nutrito generazioni e generazioni, dagli immigrati del Sud Italia a quelli del Sud del mondo.
Oggi rischia di non esserci più il mare, più la fabbrica, più la spiaggia, più il lavoro. Solo cemento, onde grigie, avanzi di fabbrica e il silenzio assoluto, quello che le donne avevano rotto con la loro marcia delle casseruole.

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