Liguria prigioniera delle mutande pazze

di Franco Manzitti
Pubblicato il 29 Gennaio 2013 13:51 | Ultimo aggiornamento: 29 Gennaio 2013 13:52
Maruska Piredda

Maruska Piredda

GENOVA – Saranno anche state definite “spese pazze”, ma oramai lo scandalo connesso ha un titolo molto più accattivante: mutande pazze, che sono proprio gli slip inopinatamente comprati con i soldi del finanziamento pubblico ai gruppi politici della Regione e in particolare a quello dell’Idv. Le mutande, che i genovesi chiamano nel loro dialetto con un tono anche molto più dispregiativo “miande”, sono il pezzo forte e sexy dello scandalo di spese pazze per consiglieri, assessori e persino vice-presidenti della giunta regionale ligure a netta maggioranza di centro sinistra, pagate sull’unghia con la carta di credito e i soldi “pubblici”.

La carica sexy di questa storia, che in realtà, è avvilente per la classe politica ligure e quasi imbarazzante rispetto alle ruberie e alle spese dell’ineffabile Lusi, tesoriere da milioni di euro sottratti alla Margherita e alle smargiassate ostriche e champagne, disco music e resort di lusso dell’oramai mitico Batman laziale, è innescata dalle due indiziate del reato di peculato per essersi fatte pagare lo slip dalla Regione. Chi è stato a comprare “Slip Daup” e “Slip per cinque” insieme a un reggiseno “Pusch up”, a un “Pareo codina” e ad altri generi non specificati di intimo femminile per la cifra ridicola di meno di 50 euro, come risulta dettagliatamente dal rapporto della Guardia di Finanza?

Le indiziate sono due belle signore con importanti ruoli pubblici, Marilyn Fusco, già vice presidente della giunta regionale ligure, dimessasi dopo un’inchiesta molto più rocciosa di questa sulle mutande ( affari immobiliari e portuali), la venere mora della Regione Liguria, neppure quarantenne, moglie dell’ex deputato ex Idv (qui sono tutti ex di qualcosa meno che di un palcoscenico pubblico, calcato in ogni modo) e Maruska Piredda, la famosa hostess delle rivolte Alitalia, un’altra mora con i controfiocchi, che Antonio Di Pietro paracadutò nel listino regionale ligure, facendola eleggere consigliera regionale senza colpo ferire.

Marilyn che oggi milita nelle neoformazione “Diritti e Libertà” di Massimo Donadio, i fuoriusciti di Di Pietro, insieme al consorte, aveva fatto una carriera folgorante da zero a consigliere comunale, consigliere regionale, vice presidente di giunta e assessore all’Urbanistica. ma da qualche mese sembra finita, con il consorte, in una specie di vortice di scandali e scandaletti.

Lei nega sdegnata la titolarità della “mutanda pazza”, che invece starebbe confessando la Piredda, meno datata politicamente e resa celebre al suo arrivo a Genova perchè quando le chiesero cosa conosceva di Genova, lei , candidata dal suo segretario senza essere mai passata dalla Superba, rispose: “Ovviamente, grazie al mio mestiere precedente, conosco l’aeroporto: il famoso Marco Polo.”

Peccato che a Genova l’aeroporto sia il Cristoforo Colombo e nominare Venezia e i suoi eroi ai genovesi fa male anche qualche secolo dopo le guerre tra Repubbliche Marinare.

Le mutande delle belle consigliere, oggi un po’ in disgrazia, sono in realtà solo la punta svolazzante di uno scandalo che sta facendo friggere il presidente Burlando e perfino infuriare Bersani, arrivato a Genova nel pieno della smutandata con un ordine perentorio: “Contro questo scandalo ci andiamo giù con il badile”. Non ci sono solo mutande, ovviamente.

E lo scandalo divampa come un incendio. Forse anche per la “miseria” dei presunti furti a piede di lista, che sopratutto, Idv e Pdl avrebbero commesso e che sono stati svelati in un paio di blitz della Guardia di Finanza, insospettita dopo le imprese romane di Batman, leggendo i rendiconti delle note spese dei consiglieri. Nel bottino non pagato ci sono da sgranare una a una centinaia di voci, che potrebbero essere quelle di qualsiasi rappresentante di commercio in trasferta: dalla casa del bottone, alla libreria, alle pizzerie a buon prezzo, ovviamente agli alberghi per viaggi mascherati con impegni istituzionali, ma che invece non lo erano, a biglietti aerei per tornare a casa in Sicilia, madre patria del vice presidente Nicola Scialfa, il quale si slancia a precisare che, comunque, il viaggio a casa aveva anche un fine istituzionale, a casse di vino.

Cosa sarà andato a fare istituzionalmente in provincia di Enna il signor vicepresidente? Un vasa vasa al detenuto Totò Cuffaro, ex presidente della Sicilia tutt’ora detenuto? Una relazione sulla pesca del tonno nel Mediterraneo? Le spese sospette sono una minutaglia di acquisti, pranzi, e addobbi perfino culturali ( Chi ha comprato da Feltrinelli due romanzi di Simenon, “L’eredità Donadieu” e “La Fuga del signor Monde”?. E chi si è messo in tasca blocchi di appunti Xl, come se in Regione mancasse la carta?)

Ci sono anche super cene, offerte a 17 commensali e acquisti di vasellame, addebitati al consigliere Marco Melgrati, capogruppo Pdl, ex sindaco di Alassio, un burbanzone, architetto famoso per il suo cipiglio da boss di Riviera, che ovviamente ha rivoltato la frittata: “ E’ vero, ho comprato in quel negozio una bandiera italiana e regali per i giornalisti.”

Patriottico e ruffiano. Un altro leader Pdl, Luigi Morgillo, oggi sulle barricate contro i Berluscones per l’esclusione di Scajola dalle liste elettorali e per le scelte di Roma sulla Liguria più in generale, è inciampato in un soggiorno alle terme con famiglia. Ci sono anche spese un po’ più raffinate come partite di vino Cornot e Goisot di Saint Bris, non nettare per gli dei, ma bottiglie da quasi tremila euro. Che le ha ordinate e perchè?

Insomma una fanghiglia bassa, per una somma totale nel 2011 di quasi 50 mila euro, slip, perizoma da 5 euro comprese, che nessuno riesce spiegare se non con una legge imprecisa e con le giustificazioni sconcertanti del presidente del Consiglio Regionale, Rosario Monteleone, Udc, il competente in materia di spese dei gruppi politici, che ha sostenuto di avere approvato le spese pazze, controllando che fossero giustificate con le famose pezze giustificative, scontrini, ricevute. Ma senza accorgersi che gli acquisti avvenivano alla profumeria Golden Lady, da Feltrinelli, alla tale farmacia e all’hotel Alabatros di Bagheria, perfino nelle boutiques di Olbia, vicino alla casa estiva della bella Maruska Piredda.

Che ci azzeccavano queste spese con il ruolo rivestito dagli acquirenti, tutelato dal loro presidente del Consiglio? Non ci azzeccavano per nulla, secondo gli inquirenti la Guardia di Finanza e della Procura di Genova, che scavando, scavando sono arrivati alle mutande. Alla faccia della espressione preferita da Antonio Di Pietro. Monteleone ha respinto le accuse di omesso controllo, sostenendo che il suo compito era semplicemente quello di trovare le pezze giustificative e non di misurare la responsabilità dei consiglieri. Questa toccava al capigruppo.

Lo sconquasso sta facendo tremare tutto il palazzo regionale e non solo metaforicamente. L’ultima seduta di giunta, visibile da ogni cittadino ligure dotato di computer perchè trasmessa via streaming per volontà del presidente-trasparente, si è chiusa con le urla e il turpiloquio dello stesso Burlando: “Noi stiamo qua a farci un mazzo così e voi fate queste cazzate! Voglio i nomi di chi ha fatto queste spese e chi ha sbagliato pagherà!”
Come dire che la giunta sarà terremotata a partire dal ruolo di vice presidente, che nel giro di tre mesi potrebbe per la seconda volta essere decapitato, alla faccia del nome del nuovo partito, cui sono approdati i due decapitati Fusco e Scialfa, delusi dal loro capo, Di Pietro, slittato verso Grillo e il grillismo e l’antipolitica. Che l’ex magistrato di mani Pulite non ci avesse mai azzeccato con la sua svolta? Almeno rispetto ai suoi ex fedelissimi della Liguria

Scialfa, il professore, che avrebbe viaggiato a spese della Regione per fini privati e ordinato casse di vini pregiati, è una figura sconcertante e merita un approfondimento a parte in questa vicenda, dalla quale esce più a pezzi di tutti gli altri, per l’aplomb morale che aveva sempre ostentato.

Fino a pochi anni fa era un preside di scuola tra i migliori della Regione, ex bancario, passato alla didattica per vocazione personale e diventato il numero uno delle scuole più importanti, il mitico liceo Classico Cristoforo Colombo e il supertecnico Vittorio Emanuele, con i suoi 900 alunni la scuola più importante della Liguria.

Poi improvvisamente questo super prof di origine siciliana, figlio di un minatore, fisico e voce possente, forbito e facondo nelle sue elugubrazioni sempre infiocchettate di Hegel e di altri filosofi, si è fatto rapire dal sogno politico ed ha fatto, come avviene di questi tempi, una carriera folgorante. Prima Rifondazione Comunista e seggio in Consiglio Comunale, poi trasmigrazione secca verso Di Pietro, che lo nominò anche Responsabile Nazionale per la scuola. Duro, apparentemente adamantino, Scialfa sfidava la lobby potente del partito dipietrista, masticava amaro per la stratapotenza della bella Marilyn e del marito, l’onorevole Giovanni Palladini, ex sindacalista della polizia ed ex denocristiano-margherito. E predicava, il possente Scialfa, l’etica nella politica, partendo dal suo ruolo di grande prof domatore di ragazzi in crisi. Intanto si faceva eleggere in Regione, continuando a masticare amaro, perchè il ruolo di assessore gli sfuggiva alla prima botta.

C’era voluta la caduta della signora Fusco, con lo scandalo dello scorso autunno per azzoppare l’ Idv, Marilyn e proiettare l’ex preside alla vicepresidenza della giunta regionale. Con un passo doble degno di un ballerino, Scialfa non solo sovrastava la sua avvenente predecessora, ridotta al ruolo di semplice consigliere, ma insieme a lei e al consorte passava a “Diritti e libertà”, silurando il proprio mentore, Di Pietro, che li aveva tutti portati all’onore del mondo ( e ora si potrebbe aggiungere anche delle mutande) e che ora aveva svoltato troppo seccamente verso l’antipolitica. Ecco, così, allora il terzetto ricomposto e allineato fuori dall’Idv e ben vicino al Pd, che in Liguria vuole dire potere baricentrico, incarichi, prebende, note spese, e appunto grandi privilegi nel caso che si posino le terga su un seggio da consigliere o da assessore o da vicepresidente.

Solo la povera, si fa per dire, Maruska Piredda, era rimasta sotto la sigla Idv, forse non se l’era sentita di “tradire” il suo capo, lei piovuta dal cielo (trattandosi di una hostess è il caso di ripeterlo) sulla Regione Liguria. Questa bella congrega, che Umberto La Rocca in un suo editoriale sul Secolo XIX, aveva definito “una vera e propria banda”, si sentiva a prova di bomba e di scandalo e non immaginava certo di scivolare sulle spese pazze e sulle mutande che sono diventate la bandiera, un po’ sconcia per la verità, di questa ultima vicenda giudiziaria, il paradigma della politica italiana oggi e della sua traduzione genovese e ligure. Su tutti i consiglieri implicati, su questi del post Idv, sui Pdl e sugli inevitabili altri indagati di ogni gruppo, che la Finanza sta setacciando a tappeto senza risparmiare nessuno, grava per ora l’ipotesi di peculato. Uso privato del denaro pubblico. Anche si tratta dell’uso privatissimo di mutande in confezione da cinque euro.