Mauricio Macrì calabrese, la fine del peronismo in Argentina

di Franco Manzitti
Pubblicato il 4 dicembre 2015 13:20 | Ultimo aggiornamento: 4 dicembre 2015 13:20
Mauricio Macrì calabrese: fine del peronismo in Argentina

Mauricio Macri, nuovo presidente della Argentina: con lui è arrivata la fine del peronismo

GENOVA – Il 10 dicembre 2015 a Buenos Aires, Argentina, si insedia alla Casa Rosada il nuovo presidente Mauricio Macri, di origini calabresi, il primo a non essere né peronista, né radicale, né militare nella storia recente del paese sudamericano. Macri si definisce liberale e rappresenta una grande novità per un paese così complesso come l’ Argentina.

Dal Paese del mondo alla fine del mondo, proprio all’inizio dell’estate australe, arriva un’altra grande novità dopo quella del Papa Francesco, che con le sue prime parole marcò proprio la lontananza della terra argentina, laggiù in fondo al Continente americano, ai confini sud del pianeta.

E’ una novità che segna un cambio politico rivoluzionario in un paese che più che rivoluzioni ha vissuto una continuità permanente dalla fine della guerra in Europa: un sistema peronista che si perpetuava sotto mille forme, con brevissimi intervalli di liberalismo radicale e lunghi e sanguinosi intervalli sotto il tacco dei militari, come nei tragici anni Settanta-Ottanta delle giunte Videla-Massena. Ma poi si tornava cameleonticamente a una forma di peronismo.

E’ finito il peronismo, una politica, quasi una religione dai tanti interpreti, tutti epigoni, coscienti e incoscienti di Juan Alberto Peron, il generale, il Caudillo, il presidente insediato la prima volta nel 1946, cacciato, tornato quasi trenta anni dopo e poi ripartito, lasciando, però in quel mondo incredibile, che si estende dalle Ande alla Terra del Fuego, dal Rio de La Plata al ghiacciaio fantastico Petito Moreno, dai deserti del Chaco alle Isole Falkland, una fila di epigoni della sua altrettanto incredibile politica, di cloni, di leader, presidenti, presidentesse, comandanti, perfino dentisti, tutti diventati padroni a tempo dell’Argentina, residenti in quella buffa casa Rosada, che è il Quirinale di Buenos Aires, un confettone posato tra le fantastiche Avenidas della Capital Federal.

Le ultime elezioni le ha vinte, molto a sorpresa rispetto alle previsioni di qualche mese fa, Mauricio Macri ( senza l’accento sulla “i” che i suoi antenati, freschi immigrati, hanno tolto dal cognome forse per cancellare una firma calabrese troppo forte), cinquantenne, erede di una delle famiglie più ricche del paese, di tendenza politica liberale, già due volte sindaco di Buenos Aires e presidente mitico del famosissimo club calcistico Boca Junior, los genoveses, 17 scudetti da lui vinti più di chiunque altro, tra il 1995 e il 2008, la squadra di Maradona e delle radici così legate a Genova per il quartiere porteno dove c’è lo stadio.

Macri è un atletico signore di cinquant’anni, già giunto al terzo matrimonio con una bellissima musulmana, Juliana che gli ha appena dato un’altra figlia ed ha vinto un ballottaggio appunto storico contro Daniel Scioli, il candidato peronista, considerato il vincente e il continuatore designato a vuoto della politica di Cristina Kirchner e di suo marito, il defunto Nestor, dal 2003 al governo del paese più ricco, più insolvente, più sconclusionato dell’America Latina, la nazione dove, a parte la tragedia dei desaparecidos, anche ogni colpo di scena, Colpo di Stato, si è sempre risolto come un passo di tango di quelli che si ballano per i turisti in calle Corrientes: svolte improvvise, frenate, digrignare di denti, rose stretti in bocca, giravolte, ma mai drammi epocali, salvo quell’immane tragedia dei centomila desaparecidos.

Non era previsto che il kirchnerismo, cioè l’ultima versione del peronismo, interpretato prima da Nestor, il marito di Cristina e poi da lei stessa, in attesa che lui la sostituisse ancora, passo di tango fallito per l’improvvisa morte di Nestor stesso, in quel momento del trapasso solo principe consorte, tramontasse così improvvisamente sul Rio de La Plata.

Scioli era dato stravincente al primo turno delle elezioni , attese come l’ultimo passaggio peronista, un trasferimento di poteri senza scosse. E invece la vittoria risicata al primo turno di Frente della Victoria, il nome del partito kircneriano e il tallonamento del partito “Cambiemos” del piacione Macri, staccato di una percentuale minima, con un altro peronista in terza posizione, ha spalancato la porta della Casa Rosada a Mauricio, che qualcuno avventatamente aveva paragonato a un Berlusconi argentino, per la somiglianza imprenditoriale e calcistica con il Cavaliere.

In realtà la storia di Macri è molto diversa e nel subcontinente sudamericano semmai più parallela a quella di un altro leader, appena tramontato, l’ex presidente cileno Sebastian Pinera, presidente a Santiango dal 2010 al 2014, dopo essere stato il magnate del Colo Colo, la più importante squadra di calcio del Cile, oltre che padrone televisivo.

Macri è un liberale che non svela alcun connotato peronista nella sua vocazione pubblica e politica. Non mostra segni di quella miscela populista-demagogica trasversale, che parte dai descamisados di Peron e arriva a coprire le frange più borghesi della società argentina, fino a qualche decennio fa scandita da una classe dirigente dove spiccavano i propietari terrieri o i militari, nel senso proprio di soldati. Fino ai tragici anni Ottanta nella maggoranza delle famiglie argentine, sia quelle della buona società, sia quelle della medio bassa borghesia, c’era spesso un militare. Un ufficiale, un sergente, un poliziotto.

Il peronismo, declinato nelle sue diverse interpretazioni e passato attraverso istrionismi scatenati ed anche leaderismi meno pacchiani, comunque sempre segnati da un populismo facile, ha ridotto l’Argentina a affrontare crisi economiche via a via devastanti, crolli economici, inflazioni da capogiro, default come quello terrifcante di inizio del Duemila e quello solo per poco evitato di tre anni fa. E ha condotto il paese più ricco di risorse naturali dell’Ametica Latina nelle fauci delle dittature militari più volte, magari partendo dalle divise sgargianti proprio di Peron, con quelle uniformi candide, sovraccariche di fregi e decorazioni, a fianco delle sue donne, Isabelita l’icona numero uno della idolatria argentina, deificata, santificata, infine imbalsamata, dopo la morte tragica per leucemia a neppure quaranta anni, tra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Fino alla sparuta Isabelita degli anni Settanta, ultima erede-vedova sul trono in linea famigliare di Juan Alberto.

Ma Peron era un militare solo per quelle uniformi, mentre i generali che presero il potere dopo, da Ongania a Lanusse, fino al “mostro”Videla, interpretavano l’educazione militare come il modello con il quale controllare un popolo un po’ sbrindellato, sperequato tra ricchezze sconfinate e immense e miserie enormi, facilmente misurabili nelle periferie urbane di Buenos Aires, ma anche di Rosario e Cordoba, le altre grandi città disseminate in un territorio sterminato e così vario per climi, coltivazioni, ricchezze e povertà contrapposte.

Il nuovo presidente è certamente il più ricco di quelli che sono entrati alla Casa Rosada, nella sua storia moderna, quella che segue la “Belle èpoque”, l’età dell’oro in Argentina, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Una fortuna che viene dall’Italia, da Polistena, il paese calabrese di origine della famiglia Macrì, con l’accento sulla “i”, che allora marcava le radici di una dinastia perfino aristocratica, dal ceppo greco-calabro, ora si direbbe della perfetta Magna Grecia.

Parte tutto dal nonno di Mauricio, Giorgio che era un intraprendente titolare della concessione governativa postale in Calabria, costruttore in Africa e infine emigrato in Argentina. Ma non da poveraccio sulle navi della speranza, tanto è vero che suo figlio Franco, che lo seguì a Buenos Ares a fine anni Quaranta, aveva studiato dai gesuiti a Roma, in un famoso collegio capitolino.

Questo Franco Macrì, già diventato Macri, fa una rapida fortuna, diventando un costruttore che tira su la grande centrale atomica Atucha1. Poi, come scrive sul “Foglio” Maurizio Stefanini, in una minuziosa ricostruzione, fonda nel 1975, quando l’Argentina è sotto il tacco pesante dei generali, una holding Socma, che si estende in Colombia,Perù, Messico e Bolivia e quando il super peronista Carlos Menem, diventato presidente dopo le parentesi radicali e lo schianto dei generali assassini, approfitta delle privatizzazioni e compra di tutto: gas, autostrade, informatica.

Insomma la famiglia Macri, all’inizio degli anni Novanta, viene considerata tra i primi dieci padroni del paese e nel 2000 Franco è considerato il più ricco del paese, con un fatturato di 5 miliardi di dollari l’anno, a cui sommare i 600 milioni di dollari delle proprietà in Brasile.

E Mauricio eredita tutto questo? Mauricio che, laureato in ingegneria dirige una delle grandi ssocietà del padre, viene rapito da un gruppo di banditi organizzato dalla polizia stessa, la cosidetta “banda dei commissari” ( in quell’ Argentina destabilizzata dalla violenza anche questo avveniva: che le Forze dell’Ordine passassero dall’altra parte e, sfruttando il clima di emergenza, si trasformassero in criminali ).

Liberato dopo quattordici giorni, con il pagamento di un super riscatto, il futuro presidente cambia vita e si innamora del Boca Juonior, separandosi in qualche modo dal padre. Il rampollo si ribella, gestisce il finale di carriera di un mito, come Diego Maradona, con cui litiga anche e alla fine si butta in politica, attraverso una Fondazione, “Creer y crecer”, creare e crescere.

Siccome il kirchnerismo sta dominando l ‘Argentina e il potere viene gestito dinasticamente da Nestor e dalla sua sposa, qui nasce l’opposizione a quella forma di peronismo ultima edizione.

Il padre di Mauricio viene, comunque, a patti e fa affari con il governo che gestisce un paese appena tracollato, fallito completamete, alla fine della esplosiva vicenda dei bond argentini.

Mauricio, invece, costruisce il nuovo partito “Cambiemos” e traguarda decisamente la conquista del potere, incominciando da Buenos Aires, dove cerca di diventare “jefe” della città, cioè sindaco. Ci riuscirà qualche anno dopo, nel 2007, piena era peronista kirchneriana, mentre il suo Boca vince la Copa Libertadores e lo libra nei benefattori eterni per los genoveses.

Da allora incomincia la vera battaglia anti peronista di Mauricio Macri, che oggi può testimoniare come la sua vittoria presidenziale rappresenti veramente l’uscita dal peronismo. Nel 2013, durante le elezioni di mezzo termine, un nuovo candidato, chiaramente peronista, sembra tagliare la strada a “Cambiemos”. Si tratta di Sergio Massa, che apparentemente divide i peronisti in due tronconi, quello di Scioli e il suo. Una divisione che però si potrebbe sanare alle presidenziali dell’agosto 2015 e spazzare via il liberal Macri. Così non è, perchè il risultato dell’ex presidente del Boca al primo turno lo proietta verso il successo e verso la sconfitta epocale del peronismo che nel secondo turno non si allea, anzi evapora.

Lui diventa presidente alla fine di novembre e dopo quasi cento anni di suffragio elettorale universale in Argentina (salvo le interruzioni autoritarie) per la prima volta non sale alla casa Rosada né un peronista, né un radicale, né tanto meno un militare: Macri 51,40 per cento e Scioli 48,60.

Vince questo liberal che nel momento del trionfo sale sul palco in maniche di camicia al fianco della moglie Juliana Awada, la terza, sposata nel 2010, dopo Ivonne Bordeu, figlia di un grande corridore autonobilistico, che gli diede due figli e dopo Isabel Menditeguy, figlia di un campione di polo, che lo fece diventare di nuovo padre. Siamo sempre in mezzo allo sport, anche se di èlites. Mauricio, invece, di sport preferisce quello popolare del calcio, che gli costruisce la popolarità, certo come Berlusconi, ma con tante differenze rispetto a lui, a partire da una più lenta e approfondita conquista del consenso.

Ora che ha vinto e sta per insediarsi (la cerimonia avverrà il 10 dicembre) Macri invoca ancora modelli classici di liberalismo in salsa argentina e tutti lo aspettano perchè il “cambio” è veramente clamoroso e la novità dirompente. Non solo: tirar fuori il Paese dal quasi fallimento nel quale il kirchnerismo lo aveva portato sarà un’impresa molto difficile: quanto è il deficit rispetto al Pil? Solo del 3% ,come dice il governo uscente o del 7,5 come sostiene l’Auditoria General de la Nacion? L’inflazione è al 34, 5 per cento, la disoccupazione è crollata, ma il lavoro irregolare, detto informale, è largamente sopra il 30 per cento, l’export agricolo, manna argentina, è crollato con la caduta dei prezzi, la produzione industriale è ko da anni.

Cristina aveva salvato la baracca andando a trattare con i cinesi e a New York. Si dice che abbia “venduto” addirittura pezzi di territorio, come nella terra del Fuoco, dove sotto i ghiacci sono sepolti tesori inestimabili in materie prime.

Mauricio dovrà andare a trattare tutto questo. Intanto la signora, che ha il suo caratterino ( fu l’ultima a complimentarsi con papa Francesco appena eletto al Soglio e non la prima a andarlo a riverire a Roma) gli fa fare anticamera e lui è costretto a fare una conferenza stampa per strada, davanti alla casa Rosada, dopo l’incontro di scambio delle consegne. Kirchner non sembra voler mollare e medita la riscossa.

Secondo lei e i peronisti doc Macri è una specie di AntiCristo in Argentina.

E non solo perchè sua moglie è di origine musulmana, oriunda del Libano e della Siria, ma non educatai in quella religione dai genitori con ascendenze medio-orientali.

Mauricio e la moglie sono stati già ricevuti da papa Bergoglio a Roma e lei si è dichiarata emozionatissima a differenza di Cristina, che si presentava davanti al papa con il solito trucco pesante e l’aria arrogante, secondo il suo stile aggressivo. E l’estate scorsa la coppia Macri è anche andata in pellegrinaggio a Polistena, in Calabria, terra d’origine di lui, che oggi naturalmente è in festa e il 10 dicembre celebrerà un figlio della sua terra diventato Capo dello Stato nelle Americhe. Anche se con il cognome leggermente cambiato, per via di quell’accento sulla “i” cancellato.